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< 2007 Cultura 2008 2009 >

4.1.08 - Trimboli: il presepe 2007

5.1.08 - Premiato Fortunato Raschellà

18.1.08 - L'allocuzione del Papa
di Pietro Ozimo

24.1.08 - I miei cari vecchi vicini
di Guerino De Masi

26.1.08 - Reggio 1970: un libro di Fabio Cuzzola
di Domenico Distilo

9.2.08 - Alunni di oggi e di ieri

25.2.08 - Vincenzo Cordoma: un poeta galatrese che canta l'amore
di Michele Scozzarra

16.3.08 - 'U cumbitu 'i San Giuseppi
di Umberto Di Stilo

17.3.08 - Festività pasquali nel folklore
di Raffaele Sergio

21.3.08 - 'A gonia e 'a nchianata 'o carvariu
di Michele Scozzarra

19.4.08 - Successo a Palmi per i giovani dell'Oratorio

26.4.08 - Una curiosa poesia profana dell'abate Martino
di Michele Scozzarra

30.4.08 - Nel centenario della nascita di Guareschi
di Michele Scozzarra

20.5.08 - Il jazz di Nicola Sergio nelle sale di Parigi e Bruxelles

1.6.08 - L'abate Martino tra sacro e profano
di Michele Scozzarra

3.6.08 - 'A mamma e 'a criatura
di Biagio Cirillo

5.6.08 - La giornata del benessere dello studente
di Bruno Scoleri

5.6.08 - Giffone: al concorso "I Nonni" vincono due giovani galatresi

10.6.08 - I ritrovamenti fossili di Macrì

24.6.08 - Il best-seller di un teologo
di Domenico Distilo

29.6.08 - Galatro sempre nel cuore
di Michele Scozzarra

11.7.08 - Il Convento Basiliano di S. Elia in Galatro
di Michele Scozzarra

20.7.08 - I figghi
di Biagio Cirillo

28.7.08 - Sei calabrese se...
di Emanuela Cirillo

31.7.08 - No, non sono sparito: ecco i miei versi
di Guerino De Masi

4.8.08 - U menzagustu a menzu li faghi
di Biagio Cirillo

6.8.08 - E se la matematica fosse davvero un'opinione?
di Francesco Zoccali

8.8.08 - Il CD di Francesco Cortese
di Massimo Distilo

12.8.08 - Immagini di fiori
di Giuseppe Macrì

20.8.08 - Galatro in una tela del pittore Franco Camillò

25.8.08 - Un'antica colonia di Galatresi a Praga

31.8.08 - Negli anni Trenta esportavamo la Banda
di Massimo Distilo

5.9.08 - Le cartoline postali della Banda
di Michele Scozzarra

7.9.08 - Sulla festa della Madonna della Montagna
di Michele Scozzarra

9.9.08 - Avemu a stu paisi...
di Biagio Cirillo

21.9.08 - Un filmato sulla Diga

24.9.08 - Sulla festa della Madonna della Montagna... da Galatro a La Tablada
di Giuseppina Lamanna

28.9.08 - Un pellegrino che cammina ancora nelle nostre strade
di Michele Scozzarra

30.10.08 - Un rapper di origine galatrese
di Massimo Distilo

11.11.08 - Pianto per la Calabria

15.11.08 - Il pianista Nicola Sergio su Radio France Bleu

19.10.08 - I suduri 'i papà miu
di Biagio Cirillo

30.11.08 - Mastro Peppino Pancallo
di Michele Scozzarra

14.12.08 - Atmosfere galatresi nei racconti natalizi di Umberto Di Stilo
di Michele Scozzarra

20.12.08 - Il mondo di Mastro Peppino
di Domenico Distilo

29.12.08 - Eventi musicali di fine anno

31.12.08 - Buona fine e buon principio
di Francesco Distilo

31.12.08 - I video del Concerto di Natale





(4.1.08) TRIMBOLI: IL PRESEPE 2007 - Anche quest'anno il sacrista Peppino Trimboli ha realizzato un presepe di pregio alla destra dell'altare della chiesa matrice di San Nicola. Si tratta di un'opera che ha come caratteristiche principali la pienezza di vita e la varietà dei colori che ad un primo sguardo colpiscono il visitatore.

Particolare della grotta in atmosfera notturna
Suggestivo il gioco di luci che, scaturendo dall'alternanza giorno/notte, determina delle atmosfere particolarmente coinvolgenti nei pressi della grotta della natività.


Scorcio del paesaggio
Il paesaggio, variegato e sapientemente distribuito nelle sue componenti montane o pianeggianti, ricco di figure intente in varie occupazioni, contribuisce a creare una situazione ricca di vitalità e colori che conferiscono all'opera una particolare capacità di stimolazione emotiva.


Quadro d'assieme
L'intero complesso dell'opera si estende fin sui gradini dell'altare incastonando quasi alcune componenti dell'antico manufatto del Gagini all'interno del presepe, i colori del quale in parte richiamano le sfumature dei marmi.


Peppino Trimboli a fianco all'opera
Ancora un grazie dunque a Peppino Trimboli che da diversi anni ci regala i suoi presepi che richiamano regolarmente un notevole numero di visitatori e riscuotono i consensi della critica.

Per visualizzare i presepi degli anni precedenti di Giuseppe Trimboli cliccare sui link sotto:

Presepe 2006
Presepe 2005
Presepe 2004
Presepe 2003
Presepe 2002


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(5.1.08) PREMIATO FORTUNATO RASCHELLA' - Alcuni giorni fa il prof. Fortunato Raschellà, nostro concittadino da anni trapiantato in Lombardia per motivi di lavoro, è stato premiato da Giorgio Gandola, direttore del quotidiano "La Provincia di Como" - www.laprovinciadicomo.it - per i suoi trent'anni di collaborazione in qualità di corrispondente di cronaca locale per la zona dell'Olgiatese.
Al professor Fortunato Raschellà, ed ai suoi familiari, vanno le più vive congratulazioni da parte di Galatro Terme News per l'importante riconoscimento ottenuto che costituisce motivo di orgoglio per l'intera comunità galatrese, sia residente che sparsa per il mondo.
D'altronde il giornalismo è un "vizio" di famiglia in casa Raschellà. Tutti conoscono anche il professor Carmelo Raschellà, fratello di Fortunato, da sempre attivo come pubblicista su molte testate sia locali che nazionali.

Visualizza la notizia pubblicata sul quotidiano La Provincia di Como (PDF) 127 KB

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(18.1.08) L'ALLOCUZIONE DEL PAPA (di Pietro Ozimo) - Metto a disposizione dei lettori il testo che Benedetto XVI avrebbe dovuto pronunciare nel corso della visita all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, prevista per giovedì 17 gennaio e in seguito annullata.
La divulgazione di tale testo può aiutare molti a riflettere...

L'allocuzione del Papa (DOC) 41 KB

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(24.1.08) I MIEI CARI VECCHI VICINI (di Guerino De Masi) - E’ con piacere che apprendo della laurea in ingegneria del caro amico Nicola Marazzita. Congratulazioni! Una tesi sulle centrali eoliche non è cosa da poco, ed averla discussa alla “Sapienza”, poi, non può che dare maggior valore ed onore a questo dottorato che, come dissi in un’altra occasione, onora tutti noi galatresi.
Felicitazioni dunque dal suo vecchio vicino di casa "da curva": Guerino De masi, un ex di via Regina Margherita.
Con l'occasione, due parole in ricordo di questi "vicini" per antonomasia, la famiglia di Giuseppe Marazzita e Maria Simari.
Questa estate, andando a rivedere la mia vecchia casa, con grande gioia ho rivisto "cummari Maria" ed i suoi cari presenti ancora a Galatro.
Non si è smentita la cara signora Maria. Sempre gioviale e sorridente, malgrado gli acciacchi degli anni e il recente intervento chirurgico che la debilitava non poco. E' così che la ricordavo. Mai un'espressione severa, ma un bel sorriso sulle labbra.
Così ricordo il compianto Giuseppe Marazzita, suo marito. Raramente lo vedevo da bambino, perchè era sempre al lavoro nella tenuta "da turri". Sempre cordiale, con un leggero sorriso, un po' stanco e le spalle leggermente ricurve per via del massacrante lavoro della terra. Ho da sempre sentito parlare con stima e rispetto di questi nostri vicini da parte dei miei genitori. Non ho mancato di visitare la tomba del signor Giuseppe al cimitero di Galatro, quest'estate. L'ho trovata. Una semplice lapide ed un Salmo come epitaffio, cercato e voluto dal caro amico, il dott. Nicola.
Ho dunque motivo di rallegrarmi e felicitarmi con questa cara famiglia, tutta, per questa laurea che onora loro e noi tutti compaesani.

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La copertina del libro sulla rivolta di Reggio Fabio Cuzzola (26.1.08) REGGIO 1970: UN LIBRO DI FABIO CUZZOLA (di Domenico Distilo) - Sui fatti di Reggio Calabria del 1970 sembrava fosse calato il silenzio, che non costituissero più materia di dibattito storiografico e politico, archiviati come episodio periferico e tutto sommato eccentrico di una stagione politica (quella, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, della strategia della tensione, dei servizi segreti deviati, delle stragi più o meno di Stato e degli attentati ai treni) che aveva avuto altrove i suoi centri di gravità.
Il libro di Fabio Cuzzola (giovane storico reggino con al suo attivo altre prove significative) apparso nello scorso mese di novembre presso l’Editore Donzelli di Roma (Reggio 1970: storie e memorie della rivolta, pp. 204, € 26,00), sottrae ora a quella importante pagina di storia le pretese connotazioni esclusivamente localistiche – di tipica rivolta delle plebi meridionali, per intenderci - consentendo di rileggerla anche, se non soprattutto, come parte integrante di una vicenda nazionale segnata dalle collusioni di pezzi di apparati dello Stato con gruppi di estrema destra vocati al golpismo e alla cospirazione sistematica contro la democrazia.
Al racconto dei fatti del luglio del 1970 attraverso la testimonianza diretta di chi li ha vissuti – soprattutto gente del popolo che si trovò perlopiù spontaneamente in strada a dimostrare o coinvolta nei modi più diversi prima di scegliere consapevolmente di stare nella rivolta - che occupa la prima parte del lavoro, Cuzzola fa seguire una ricostruzione del contesto – anche questa facendo ampiamente leva sulle testimonianze - centrata sui quattro grandi soggetti collettivi, politici e sociali, che vi interagiscono: le destre, le sinistre, i cattolici e la ‘ndrangheta.
Se è vero che Reggio 1970 prende abbrivo il 14 luglio con il “rapporto alla città” del sindaco, il democristiano Piero Battaglia – "In principio fu Battaglia" è il titolo del primo capitolo -, a cui segue un crescendo di episodi drammatici che raggiunge il culmine alcuni giorni dopo con l’uccisione di Angelo Campanella – il primo morto della rivolta: ne verranno purtroppo altri -, uccisione che provoca la reazione di una folla inferocita che dà l’assalto alla questura, è altresì vero che i vertici nazionali dell’estrema destra – cioè di organizzazioni che si collocavano a destra del MSI intrattenendo con esso un rapporto quantomeno ambiguo - avevano già da alcuni anni individuato proprio a Reggio Calabria il contesto adatto, il terreno idoneo per innescare una strategia eversiva nazionale. Un momento della rivolta: arresto. Sono, a questo proposito, documentati i viaggi a Reggio, a partire già dalla metà degli anni Sessanta, di un personaggio chiave dell’eversione di destra, Stefano Delle Chiaie, che aveva quale referente locale il marchese Felice Genoese Zerbi.
L’episodio della bomba sul “treno del sole” in prossimità della stazione di Gioia Tauro, nel luglio 1971, è probabilmente riconducibile a questi ambienti e al tentativo di strumentalizzare la rabbia di Reggio e della sua gente per finalità eversive che con la mancata assegnazione del capoluogo di Regione non avevano nulla a che fare. Alle stesse finalità appaiono ispirate alcune provocazioni messe in atto, nel corso della rivolta, da alcuni settori delle forze dell’ordine, nonostante l’intelligente gestione della repressione da parte del questore Emilio Santillo.
La caratterizzazione della rivolta come “di destra” sarà il frutto, dopo non poche esitazioni da parte dei vertici nazionali del MSI, in particolare del segretario Giorgio Almirante, la cui preoccupazione di conciliare il doppiopetto con il manganello porta addirittura alla minaccia di espulsione nei confronti di Ciccio Franco, il sindacalista Cisnal assurto a capopopolo – sarebbe proprio lui, il futuro senatore, l’inventore dello slogan “Boia chi molla” - sarà il frutto, dicevo, della scelta delle principali forze politiche di defilarsi, di abbandonare Reggio a se stessa per non rischiare di alimentare l’antipolitica che, secondo l’opinione più accreditata nei partiti, nei sindacati e nei movimenti, era la matrice della rivolta.
Fece però eccezione Lotta Continua, il cui leader Adriano Sofri scese a Reggio per cercare di competere, senza riuscirci, con la destra nel soffiare sul fuoco dell’esasperazione popolare per lucrarne vantaggi politici. Sofri e Lotta Continua erano, evidentemente, su posizioni diametralmente opposte a quelle del PCI e delle altre formazioni della sinistra che non si discostavano dalla lezione del marxismo classico, per la quale soltanto una classe operaia numericamente forte e in possesso di un’adeguata coscienza di classe avrebbe determinato scenari interessanti per un partito che continuava a definirsi rivoluzionario.
Il fatto è che la lettura della rivolta e, più in generale, della situazione di Reggio e della Calabria fu improntata, da parte di tutte le forze politiche, di governo e d’opposizione, a schemi che non riuscivano a cogliere l’essenziale, cioè che a Reggio esplodeva, per la prima volta e con violenza, la crisi di credibilità dell’intero sistema dei partiti, crisi che, compressa ogni volta e congelata a causa della situazione internazionale dominata dalla guerra fredda, avrebbe preso definitivamente il sopravvento venti anni dopo, nella prima metà degli anni Novanta, con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’URSS.
E’ sconcertante, oltre che paradossale, che i tre “nemici calabresi” di Reggio, gli onorevoli Mancini, Misasi e Pucci, allorché stabilirono, in una cena al ristorante romano "Vigna dei cardinali", l’assegnazione del capoluogo a Catanzaro, dell’università a Cosenza e la creazione a Reggio del polo industriale con il V centro siderurgico, non avessero il polso della situazione della loro Regione, o lo avessero meno di un funzionario del Foreign Office che inviava a Londra, dopo un viaggio in Calabria nella primavera del 1970, pochi mesi prima delle elezioni, un rapporto in cui prevedeva che gli assetti regionali, così come erano stati stabiliti dai politici calabresi che contavano, non avrebbero retto.
Il bilancio dell’autore è sconsolante. Nella rivolta di Reggio egli vede “reincarnati i fantasmi di Salò, quel fiume carsico che non aveva mai smesso di fluire nell’ombra nel primo periodo repubblicano della storia del nostro Paese”. Però, anche se tutti (intesi come classe dirigente) hanno sbagliato tutto, Cuzzola non si sente di rinunciare all’ottimismo della volontà, di “intravedere i germi di una speranza futura”, cosa senza della quale, pensiamo, sarebbe assai difficile continuare a vivere in Calabria.

Nelle foto: in alto a sinistra la copertina del libro sulla rivolta di Reggio;
in alto a destra: l'autore Fabio Cuzzola;
in basso: un momento della rivolta.


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(9.2.08) ALUNNI DI OGGI E DI IERI - Riportiamo le foto di alcune classi delle Scuole Elementari di Galatro attuali e di 40/50 anni fa. I tempi naturalmente sono cambiati - ora si chiama Scuola Primaria - ed alunni e maestri di oggi sono molto diversi da quelli di una volta, così come mutati sono i metodi d'insegnamento e il modo di essere dei bambini. Qualcuno dei lettori certamente si riconoscerà nelle vecchie foto in bianco e nero, mentre ci si può accorgere che diversi luoghi del nostro paese conservano ancora, sia pur mutati, la loro vecchia fisionomia.

Una classe 5a oggi con le maestre Manduci e Spanò
Una classe Quinta della scuola elementare di oggi in aula con le maestre Manduci e Spanò


Una classe 2a oggi col maestro Mercuri
Una classe Seconda di oggi in aula con il maestro Mercuri


Una classe femminile del 1967 con la maestra Messina
Una classe tutta femmnile del 1967 nel cortile dietro la scuola con la maestra Messina


Una classe maschile degli anni '60 col maestro Distilo
Una classe tutta maschile degli anni Sessanta nel portico sul retro della scuola con il maestro Distilo


Classe maschile anni '60 col maestro Distilo
Altra classe maschile degli anni Sessanta nel cortile interno della scuola col maestro Distilo


Una classe femminile del 1961 con la maestra Buttiglieri
Una classe femminile del 1961 con la maestra Buttiglieri sui gradini della chiesa di S. Nicola


Una classe femminile del 1961 con la maestra Messina
Un'altra classe femminile del 1961 con la maestra Messina sui gradini di S. Nicola


Una classe femminile del 1958 con le maestre Foti e Messina
Una classe femminile del 1958 su un angolo di piazza Matteotti con le maestre Foti e Messina.
Sullo sfondo si può notare l'abitazione del
giudice Siciliani e il panorama di Montebello.


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(25.2.08) VINCENZO CORDOMA: UN POETA GALATRESE CHE CANTA L'AMORE (di Michele Scozzarra) - Da quasi due anni tengo, in bella vista, sulla mia scrivania l’ultima opera dell’amico Vincenzo Cordoma “Canto quanto Amor mi spira”, la cui lettura ha fatto rivivere in me le stesse sensazioni che ho provato quando ho letto, per la prima volta, i versi dell’altro suo libro “Vecchi e nuovi sprazzi”.
Ho letto più volte e con gusto, questa sua seconda fatica, facendo mio il giudizio del Prof. Bruno Bagalà che si legge nella prefazione: "...Cordoma si ritaglia uno spazio tutto suo, gravido di un temperamento particolare e privo di tentennamenti. Risulta chiaro che Cordoma ha meditato i suoi temi per anni, che li ha prodotti e verificati ora dopo ora, anno dopo anno. La sua non è arte improvvisa, ma che aggiunge, strato a strato, occasione a occasione, per arrivare a quella chiarezza e naturalezza che gli è propria e che perciò viene da un fondo di osservazione attenta, precisa, rigorosa…".
Per le sensazioni che mi ha ispirato “Canto quanto Amor mi spira”, mi piace riportare, per i lettori di Galatro Terme News, quanto ho già scritto sul nostro “inquieto” poeta per il suo primo libro, che con il secondo conferma e rafforza in me, quanto avevo intuito ed espresso nella lettura delle sue prime poesie.


In "Vecchi e nuovi sprazzi" di Vincenzo Cordoma
LO SGUARDO INQUIETO DEL POETA

La copertina del libro 'Vecchi e nuovi sprazzi' di V. Cordoma. Il desiderio di scrivere dei pensieri, sul libro di un compaesano che nemmeno conosco, è nato dall'ascolto, dal sentir raccontare in maniera lucida e stimolante, da parte del mio amico Rocco Di Matteo, della bellezza che suscita la lettura dei versi del poeta Vincenzo Cordoma: dall'ascolto anche di semplici discorsi, nascono le domande e si avviano le conversazioni... alla fine ci si accorge di possedere un patrimonio prezioso di maestri, e di amici, che portano in alto il nome del nostro "natio borgo"... sui quali vale la pena scrivere, e non solo per farli maggiormente conoscere.
Sono venuto a conoscenza della produzione letteraria di Vincenzo Cordoma, attraverso il volume "Vecchi e nuovi sprazzi": pagine di riflessioni talora semplici, così semplici da parere ovvie, e che, per quest'eccessiva semplicità, non mancano di sfiorare un livello che è al di sopra dell'abituale snocciolarsi dei nostri pensieri.
Molto toccanti le riflessioni di Maria Concetta Zirilli, sulla poesia del Cordoma: "non vi palpita la tenue luce dell'alba né il fulgore del meriggio, ma vi è soffusa la malinconia violacea del crepuscolo. Motivi dominanti il senso della caducità, la crisi esistenziale, il rimpianto della giovinezza, l'angoscia della solitudine, la profonda amarezza per una società smarrita, schiava di falsi valori, senza ideali. Qua e là, però, traspaiono scintille di fede, l'anelito verso l'Eterno, il vivo desiderio dell'amicizia, la indomabile esigenza di donare... Una vera perla il ricordo della madre...".
La copertina del libro 'Canto quanto amor mi spira' di V. Cordoma. Già... il ricordo della madre, posto a mo' di dedica del libro, è veramente una perla che fa venire i brividi, testimonia la grande sensibilità del poeta, creando il gusto ed il desiderio di proseguire in fretta nella lettura: "E' un vecchio dialogo tratto da una agenda. Ti voglio bene, te ne vorrò sempre anche se ci saranno state (ero piccolissimo quando ebbi la fortuna di vederti per poco tempo) delle incomprensioni. Adesso, però, te ne voglio ancora di più non solo perché sono cresciuto ma soprattutto per il fatto che il dolore per la tua perdita è aumentato in relazione all'età.
Ma è tardi, mamma, è tardi anche per chiederti perdono. Ogniqualvolta rileggo questo dialogo sento il bisogno di piangere, non perché, mamma, non posso chiederti perdono ma principalmente perché non ti è stato dato il tempo di farti amare da me".
Addentrarsi nel libro del Cordoma è anche un'occasione per ripercorrere una testimonianza di umanità che permette di accogliere ciò che di umanamente bello, significativo e appassionato, anche se faticoso e sofferto, c'è nella vita. Si tratta anche di un abbraccio cordiale con le sue origini, con la cultura che ha caratterizzato l'ambiente nel quale è nato e cresciuto e del quale, nonostante la fisica lontananza, non si sente estraneo. Ed in questa ottica, chiarissime ed esplicative sono le espressioni di Fabrizio Ciavarelli: "Vincenzo Cordoma è uomo di lettere, plasmato dalle passioni forti, di profumi intensi, dalle tinte del sud della sua giovinezza... chiede ai fiori, al mare, al cielo, agli uomini di risvegliarsi ancora e di emozionarlo; lo fa cospargendoli di inerzia, di aridità, di grigiore. Come "mistico" della morale riesce ad evocare il concetto di morte; cerca di restituire il fascino antico, il dolce mistero, il sapore di fiaba, trasferendone le sembianze nella natura che lo circonda... forse, l'acqua deve scorrere più velocemente per essere vera; il mare in tempesta per essere recepito, il volo dei gabbiani deve persino fare rumore, e la notte, popolata di fantasmi, spezzata da "gelido vento", poiché l'uomo-poeta spera con ardore che gli oggetti dei suoi rimpianti si materializzino, per incanto nella loro pienezza. Egli ha bisogno paradossalmente dello spiegamento delle forze della vita per restituire dignità alla morte come magico, religioso, ancestrale significato di continuità. Per questo la sua poesia è creazione e preghiera...".
Le suggestioni che si incontrano nella lettura dei versi del Cordoma non hanno tempo né età: tra di esse le più belle, godibili, sottili, sono quelle che racchiudono un ardore che si scontra con il limite (la morte) e scopre L'Eterno.
La tensione che si percepisce nei versi del Cordoma è quasi come "l'attesa di un assente": si coglie una tristezza, una solitudine anche quando si sforza di vedere il segno di un assente desiderato che si avvicina, che non lo lascia solo.
Questa ricerca, di cui è impregnata tutta l'opera del Cordoma, è una lotta, una fatica armata per allontanare la morsa che sembra gli impedisca di raggiungere determinati desideri.
Da ultimo, bisogna accennare ad un tema che il Cordoma tocca in ogni sua sillaba, e che sottende tutta la sua espressione poetica: il timore che tutto sia menzogna. Ma basta una strofa, che si presenta come sintesi di un lungo itinerario poetico, per andare oltre questo limite, per toccare con mano come i suoi versi sono una preghiera, una invocazione, un dialogo con il solo Essere che può illuminare il suo (e nostro) cammino:
"Non accenti sommessi. / Suoni vellutati e dolci / Da oboe emessi. / Nella oscurità il FARO.".

Nelle due foto sopra: le copertine dei libri di Vincenzo Cordoma.


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Umberto Di Stilo (16.3.08) 'U CUMBITU 'I SAN GIUSEPPI (di Umberto Di Stilo) - Ci sono tradizioni, riti, consuetudini che, scomparsi sotto l’incalzare del progresso socioeconomico, sopravvivono nei piccoli paesi dell’interno o, più spesso, solo nel ricordo degli anziani ai quali, quasi per un appagamento dello spirito, piace andare a ritroso nel tempo non solo per ricordare ma spesso anche per rivivere quei momenti che, legati alla loro infanzia o alla loro gioventù, caratterizzavano le ricorrenze festive della civiltà contadina.
“ ’U cumbitu” (il convito, il banchetto) o, come era chiamato nel catanzarese, “ ’U banchettu”, caratterizzava la ricorrenza festiva di San Giuseppe perchè costituiva la differenza con la misera quotidianità della stragrande maggioranza dei cittadini. La festa era attesa da tutti, nella segreta speranza che essa, almeno per un giorno, potesse eliminare il più possibile la differenza da sempre esistente tra la classe dominante e la classe subalterna, tra padroni e coloni, tra signori e pezzenti. In una parola: tra i pochissimi ed invidiatissimi ricchi e la quasi totalità dei cittadini la cui condizione economica era veramente misera.
In ogni caso la festa, in quanto tale, doveva liberare dalla fame, sia in senso reale (nei giorni di festa anche se non si mangia di più, i cibi stessi si caricano di significati simbolici e di valori rituali), sia in senso metaforico.
Una volta, dunque, giorno di San Giuseppe, in quasi tutte le famiglie dei proprietari terrieri, spesso per sciogliere qualche “ex voto” ma anche come rito propiziatorio per un abbondante raccolto agricolo, si organizzava il “convito” al quale erano chiamate a partecipare le persone più povere del paese o del rione, tre delle quali dovevano idealmente impersonare la Sacra Famiglia, ossia Gesù Bambino, la Madonna e San Giuseppe.
Qualche volta, però i personaggi diventavano cinque, giacchè alla sacra famiglia vera e propria venivano aggiunti anche i personaggi di San Gioacchino e di Sant’Anna, genitori della Madonna. Chi non aveva da impersonare alcun personaggio si limitava ad essere sè stesso, povero tra i poveri ed i diseredati che hanno sempre fatto corona a Gesù.
Per questi ospiti importanti ed attesi la padrona di casa imbandiva la tavola e preparava un pranzo composto da un abbondante primo piatto a base di pasta e ceci, (la pasta era quella fatta in casa: “i maccarruna”) un secondo a base di baccalà fritto in padella (più raramente stocco) e zeppole. Tre di queste - proprio tre, come i componenti la Sacra Famiglia e le persone della SS. Trinità - ognuno dei commensali doveva obbligatoriamente portarle a casa. Le zeppole servivano a completare il pasto del “cumbitu” con un richiamo alla Natività che, essendo simbolicamente presente nei suoi tre personaggi principali anche al banchetto del 19 marzo, sarebbe stata una vera mancanza di sensibilità, e quindi un peccato, non prepararle trascurando che in abbondanza fossero presenti sulla tavola. Ultimato il pranzo ai commensali-protagonisti, oltre alle tre zeppole, veniva consegnata una scodella piena di cibo che, ben avvolta in un tovagliolo, dovevano portare a casa per farlo consumare a tutti i loro familiari che, quasi sempre, aspettavano ansiosi il saporito piatto di pasta e ceci ed il pezzetto di baccalà rosolato nell’olio.
Una volta, inoltre, quando in tutti i paesi della zona i poveri ed i bisognosi rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione, giorno di San Giuseppe, i mendicanti, spesso scalzi e laceri, giravano numerosi per le vie del paese, si fermavano sull’uscio delle case e, col viso nascosto per non essere riconosciuti, tendevano la mano e chiedevano un po' di cibo a tutte quelle persone che in genere si trovavano in una discreta condizione economica o che, comunque, proprio nel giorno dedicato alla festività del vecchio falegname di Nazareth, rispettando la tradizione, avrebbero preparato i pasti per tutte quelle persone che si sarebbero fatte avanti, pur senza doversi mortificare ed umiliare.
Gli elemosinanti solitamente ricevevano “ ’a vuccata ‘i San Giuseppi” (il boccone di San Giuseppe) costituita da una minestra calda (pasta e ceci, tre zeppole e il baccalà fritto) non di rado accompagnata da un pugno di fichi secchi.
Così, anche i più poveri, avevano la possibilità di constatare personalmente la “diversità” del giorno e di partecipare in maniera diretta alla festa. Perchè - è il caso di ribadirlo - fino ad alcuni decenni addietro, per la classe subalterna calabrese, il giorno della festa (fosse stata festa familiare o festa pubblica) si differenziava da tutti gli altri giorni solo per la qualità e per la quantità del mangiare.
Era festa, insomma, perchè, senza interrompere le normali attività lavorative (si pensi ai pastori ed alle casalinghe, ad esempio), si aveva modo di mangiare cibi diversi e, comunque, di mangiare di più e di debellare la fame, sia pure per un solo giorno.
I tempi del “Cumbitu” e della “vuccata ‘i San Giuseppi”, sono finiti da diversi anni.
In alcuni paesini dell’entroterra, però, grazie alla caparbietà di alcune famiglie la tradizione è ancora viva. Pertanto è possibile incontrare persone che accettano l’invito di dare vita al tradizionale pranzo a base di pasta e ceci, baccalà e zeppole ma è anche possibile ricevere fino a casa una scodella con un’abbondante razione della tipica pietanza del giorno. E’ un salutare tuffo nel passato che, contrariamente alla tradizione, più che allo stomaco fa sicuramente bene allo spirito.

* Articolo tratto dal volume inedito “Fede e Folklore”

Nella foto in alto: Umberto Di Stilo, autore dell'articolo.


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(17.3.08) FESTIVITA' PASQUALI NEL FOLKLORE (di Raffaele Sergio) - Pubblichiamo un articolo dell'indimenticato prof. Raffaele Sergio, apparso a Galatro sul numero unico della rivista "Risveglio" nel giugno 1963, che si occupa degli antichi riti della settimana di Pasqua. Ringraziamo Michele Scozzarra che ce lo ha gentilmente reso disponibile.

Momento di un'antica Via Crucis a Galatro Le antiche usanze religiose, per una società in rapida ascesa verso moderne forme di vita, sfiorano la storia ed echeggiano nella leggenda.

“O l’oliva o l’olivetta
e lu sindacu bacchetta
e lu rre di lu Casali
viva a Dio, Pasca e Natali.”


Con questo canto i giovanetti di Galatro, portando rami d’ulivo per le strade, davano una nota di umore alla giornata delle Palme.
Momento di un'antica Via Crucis a Galatro Si dirà in quale epoca? Non oggi, trionfo del festival dei piagnistei, ma, all’incirca, sino ad un trentennio addietro.
Venne tramandato a noi da una generazione di irremovibile fede; da quei devoti che, cantando “sono stati i miei peccati, o mio Dio perdono e pietà”, seguivano il Cristo al Calvario di penitenza. Questo Calvario, per devozione di suora Carmela Defelici, sorge, fin dal 1853, nel Rione Montebello. Dalla Chiesa della Montagna allora reggente Don Antonio Martino, le tre Croci furono accompagnate al Calvario con la congrega di Maria del Carmelo.
La processione di Penitenza di faceva nella notte di Giovedì santo, dopo “la chiamata della Madonna e l’incanto della Varetta”. Era assai commovente e soprattutto per i bianchi incappucciati della confraternita, per il rullo monotono dei tamburi e per il rumoroso suono di “tocca e carice”, a significare la solennità delle tenebre. Agli “esercizi di penitenza” potevano partecipare anche gli abitanti del rione Magenta, nel cui ambito, per accordi avvenuti, “non si poteva fare alcuna notturna processione”.
Momento di un'antica Via Crucis a Galatro Le processioni del Venerdì Santo, sempre nella loro tetra apparenza, avvenivano contemporaneamente e ciascuno nel proprio rione.
Sabato Santo le campane di gloria dovevano suonare prima nella Chiesa del Rione Magenta e poi in quella del Rione Montebello. Nel 1860, i parrocchiani del Rione Montebello, volendosi liberare da ogni soggezione, facevano suonare le campane della loro chiesa mezz’ora prima del momento prestabilito. Intervenne il Vescovo don Filippo Mincione, il quale, “per amore di pace”, faceva capire ai parroci don Nicola De Felice e don Michele Bellocco, che le due parrocchie erano indipendenti l’una dall’altra.
Furono così disciplinati gli abusi provocatori ed i presupposti sul passaggio dalla lecita parola all’uso violento delle mani.
Momento di un'antica Via Crucis a Galatro Tuttavia, stando ai “si dice”, nel 1894, un cittadino pieno di ardore, identificato per un certo Longo, dal Rione Magenta passava in quello di Montebello e tagliava le croci del Calvario.
I galatresi, nel timore che la Mano divina si potesse vendicare, imploravano il Signore e trasmettevano la spavalderia del Longo con il marchio di “Rivoluzione delle Croci”.
Il Sindaco Buda, dal canto suo, faceva subito costruire l’attuale Calvario del Rione Magenta. Successivamente, le festività pasquali, sia nell’una che nell’altra Parrocchia, acquistavano le caratteristiche a seconda delle vedute del parroco pro-tempore.
La funzione del Cenacolo, per esempio, che si svolgeva nel pomeriggio del Giovedì Santo tra la Chiesa del Carmine, via Garibaldi e si concludeva nella Parrocchia di San Nicola con la benedizione del Pane (Guccedhate) era di una verosimiglianza che ha riscontro solo nella Sacra Scrittura.
Si procedeva alla visita dei Sepolcri: gruppi di donne, di ogni età, pateticamente atteggiate, si spostavano da un Rione all’altro cantando gli inni più convenienti al tono serio e grave della giornata.
Momento di un'antica Via Crucis a Galatro Di sapore teatrale era poi “l’Agonia” che si faceva nel pomeriggio del Venerdì Santo nell’interno delle parrocchie. La predica del quarisimalista, spesse volte, veniva intervallata dalle cantiche della “Forza del Destino”, eseguite da un concerto strumentale:

"Le calunnie, i fieri accenti
se li portin preda i venti
se li portin preda i venti
o fratel pietà, pietà... “.


Si ricorda, come istante più rappresentativo dell’Agonia, la “Schiovata”. Alla presenza dell’immagine della Madonna e delle “Marie” (giovinette scelte per l’occasione) Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo (uomini scelti per l’occasione) schiodavano il Cristo dalla Croce e lo deponevano nella tomba. Un artificio di lampi e tuoni conferiva alla scena un verismo sorprendente; i fedeli dal raccoglimento e dalla preghiera passavano al canto di “tomba che chiude il seno...”.
La Resurrezione si celebrava nelle ore pomeridiane del sabato Santo in seno alle Parrocchie. Alle parole “Gloria in excelsis Deo” pronunciate dal sacerdote durante la Santa Messa, un sistema di funicelle faceva cadere le bende delle vetrate, quella che copriva la statua di Cristo e tutto appariva in perfetta luce (Calata di Gloria). Il suono delle campane si diffondeva nell’aria, sollevava gli animi, invitava al pensiero “è risorto. È risorto il Signore”.
L’“Affrontata” avveniva domenica di Pasqua e solo nella Parrocchia di San Nicola. Essa, a dire il vero, aveva qualcosa di carnevalesco: dopo una triplice corsa sul viale antistante la Chiesa, la “Madonna di Pasca”, riconosciuto il Figlio “suscitato”, si toglieva il lugubre mantello ed appariva in splendidi indumenti. Specializzati a questo congegnoso mutamento erano Salvatore Rodofile, noto per la sua barbazza, i fratelli Giuseppe e Raffaele Piccolo.
Oggi di quanto si è detto, per il susseguirsi degli alti decreti ecclesiastici, rimangono poche reminiscenze, accettabili, dalle future generazioni, come la favoletta delle fate nel bosco.

Articolo tratto da "Risveglio", numero unico, Galatro, Giugno 1963.

Nelle foto: momenti di antiche Vie Crucis a Galatro.


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Momento di via Crucis a Galatro (Foto M. Scozzarra) (21.3.08) 'A GONIA E 'A NCHIANATA 'O CARVARIU (di Michele Scozzarra) - L’altra sera mi sono trovato a prendere un libro, uno qualsiasi tra i tanti che sovraffollano la mia libreria, per far passare spensieratamente, ma non inutilmente, qualche ora.
Ho guardato il titolo: ‘A gonìa e ‘a nchianata o Carvariu di Ettore Alvaro e subito ho sentito come una strana intimità... nella mia stessa lingua madre, raccontava dei riti galatresi del Venerdì Santo, così come erano attesi e vissuti negli anni passati.

E’ ‘a storia ‘i na jornata santa, china
di fatti paisani. E jeu mi calu
e ‘ì cogghiu...


Momento di via Crucis a Galatro (Foto M. Scozzarra) Questo libro non è un quiz, né un telefilm, né pappa ideologica e neanche l’ignobiltà abituale delle tavole rotonde, dove ognuno grida parole a vanvera. Questo libro è un avvenimento: è la storia di gente che ha accolto il suo passato come un dono e aspetta il futuro come l’attesa di una “promessa” buona per la propria vita.

Vennari e Santu, a pprima matinata,
ntra chiésia si videnu già li seggi
misi a filera...
Listata alluttu, ‘a chiesia, ti mbitava
m’assisti a na funzioni di doluri...


Momento di via Crucis a Galatro (Foto M. Scozzarra) Durante la settimana santa ogni paese si coinvolge (o si coinvolgeva!) in un lavoro di preparazione ai sacri riti, dove si impara (o si imparava!) un tipo diverso di rapporti umani. Tra i rituali, semplici o complessi, del Venerdì santo e la stessa liturgia, c’è come un continuo ed ininterrotto dialogo. Una spiritualità così forte di segni materiali ed esteriori, oggi è spesso fraintesa e criticata. Ma il Venerdì santo “ricordato” da Ettore Alvaro non è un rito smarrito in dei simboli ormai passati, ma è in sintonia con l’insegnamento della Chiesa, luogo della memoria di Cristo, luogo dove l’esperienza del passato diventa dono per il presente e “promessa” per il futuro.

A morti di Gesù Nostru Signuri,
du’ fratelli ‘u calàvanu d’a cruci:
pezzu forti d’u predicaturi,
chi a tutti cummovia, sia pe’ la vuci,
sia p’e palòri, quandu a Addolorata,
ntr’e vrazza, ‘a sarma, nci venìa posata.


Momento di via Crucis a Galatro (Foto M. Scozzarra) La conquista della verità è sempre un incontro con la Croce. Ecco perché la conquista della Verità richiede sempre umiltà di fronte alla grandezza del mistero di Cristo. In questa prospettiva, non solo le persone culturalmente più sensibili desiderano conoscere le forme e le esperienze con cui, nel corso dei secoli, si è venuta manifestando la partecipazione dei fedeli alla vita della Chiesa. Ma si comprende anche, in un contesto di totale distacco delle nuove generazioni con le radici più autentiche e vere dei propri paesi, come il racconto dell’Alvaro assuma un singolare interesse storico, oltre che ecclesiale.

Venenu poi i fratelli cungregati;
vestuti di nu grandi cammisuni.
Dha longa prucessioni pe’ li strati
girava pe’ i vinedhi a jìa nchianandu,
mentri i fimmani tutti accalurati,
cu amuri e cu pietà jenu cantandu
strafetti chi nci avenu tramandatu
i vecchi loru e i giuvani mbizzatu.


Momento di via Crucis a Galatro (Foto M. Scozzarra) Non c’è alcun rimasuglio d’ideologia. Siamo davanti all’esito di un cristiano che s’è fatto carico, fin dove la memoria ricorda, della storia di una comunità, del suo sentimento religioso, della sua tradizione, ed ha cercato di ricordare perché non è estraneo e “ancora lo riguarda”.
Nel libro di Alvaro i riti descritti diventano immagini reali, dove la realtà è come trasfigurata. In parole semplici, si tratta di un racconto, quello della Passione di Gesù, fatto da un credente che riesce a far parlare da soli gli avvenimenti che descrive. Per questo ogni momento dei riti descritti, acquista di per sé un significato che va molto al di là della sua pura e semplice descrizione.

Calandu d’u Carvariu mò vidìvi
migghiara di candili pe’ i vinedhi
ch’ardenu: fiammi ‘i cori sempi vivi,
di genti tantu boni, povaredhi.
E ppuru ‘u cantu loro rimbumbava
ntra lu paisi e ‘o celu poi nchianava.


Momento di via Crucis a Galatro (Foto M. Scozzarra) Sento di dovere una certa gratitudine ad Ettore Alvaro. E’ come se un amico fosse venuto a passare la serata in famiglia e mi avesse trasmesso quello che ormai la mentalità corrente nega: la capacità e la voglia di considerarti “persona”, la consapevolezza dell’appartenenza della tua persona alla grande e secolare tradizione della Chiesa.
Per tutte queste belle sensazioni, suscitate da questo piccolo grande libro... grazie amico Alvaro!

Postilla:
L’articolo sopra riportato è stato scritto quasi 30 anni fa, precisamente, nel mese di marzo del 1980 e pubblicato su “il Gruppo”, giornale che si pubblicava in Parrocchia.
Dopo aver letto l’articolo, Ettore Alvaro mi ha inviato questo suo piccolo pensiero: “Gent.mo Signor Michele Scozzarra, ho ricevuto, ieri, inviatomi con la solita e squisita cortesia da D. Agostino Giovinazzo, il numero di Pasqua de “il Gruppo” nel quale ho letto le vostre belle e profonde riflessioni sul mio volumetto “A Gonìa” e ve ne ringrazio cordialmente. E vi ringrazio, anche, per quello che avete voluto mettere in risalto, e per la gioia che mi avete procurato nel sentirmi chiamare “vostro amico!”. Un caro saluto a Voi ed a tutta l’èquipe del “il Gruppo”. Ettore Alvaro".


Nelle foto: vari momenti di una via crucis a Galatro in anni recenti.


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(19.4.08) SUCCESSO A PALMI PER I GIOVANI DELL'ORATORIO - Grazie al Gruppo Teatro Spettacolo dei giovani dell'Oratorio Parrocchiale di Galatro è andata in scena a Palmi l'opera in due atti di Antonio Sapienza dal titolo Maria di Nazareth. La rappresentazione si è tenuta nell'auditorium della Parrocchia S. Famiglia con il patrocinio del Comune di Palmi, Assessorato allo Sport, Turismo e Spettacolo e Assessorato alla Cultura.
L'opera, che aveva già riscosso
successo a Galatro qualche tempo fa, mixando personaggi sacri e profani ripercorre, attraverso una serie di flash back vissuti sul palcoscenico dalla Madre di Gesù, le tappe fondamentali dell'esperienza terrena del Salvatore, dall'Annunciazione alla Resurrezione.
Il lavoro delle 23 persone impegnate materialmente nella realizzazione del recital ha dato i suoi frutti. Infatti il pubblico ha molto apprezzato lo spettacolo che ha saputo creare delle atmosfere suggestive e coinvolgenti.
A tutto il cast galatrese impegnato in trasferta, che riportiamo sotto, vanno i migliori complimenti.

Personaggi ed interpreti
Maria di Nazareth: Cristina Casa
Maria Maddalena: Sabrina Campisi
Giuda Iscariota: Giuseppe Sapioli
Madre del soldato: Lucia Sofrà
Madre del condannato: Daniela Mamone
Madre del drogato: Margherita Cirillo
Il regista: Nicola Pettinato
Potere e Capitale: Fabrizio Cirillo
Altri Personaggi: Antonio Cirillo, Rosario Larosa, Michele Furfaro, Federica Crea, Valentina Pancallo, Maria Cirillo, Martina Sapioli, Carmela Cirillo, Karim Romeo, Ivan Bellassai, Davide Cirillo.

Regia: Mariuccia Impusino
Scenografia e costumi: Carmela Carè
Musiche: Massimo Distilo
Luci e audio: Natino Randazzo

La colonna sonora della rappresentazione è disponibile su CD ed è acquistabile direttamente on line nel nostro Mercatino.


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L'abate Antonio Martino (26.4.08) UNA CURIOSA POESIA PROFANA DELL'ABATE MARTINO (di Michele Scozzarra) - Da quando mi diletto a scrivere, tengo in una carpetta del mio studio, un bel numero di vecchi fogli, appunti, ricerche, ritagli messi insieme casualmente e tenuti in serbo per momenti in cui, capita a tutti, si è “in secca” di argomenti per scrivere.
Di tanto in tanto li tiro fuori, li stendo disordinatamente sulla scrivania e cerco di trovare lo spunto per qualche “grande” pezzo, di quelli che, almeno in apparenza, non si presentano insignificanti, scontati e banali. Di solito viene fuori poco, raramente mi è capitato di servirmene, ma a volte si fanno delle scoperte, o riscoperte, straordinarie; talvolta per strade impensabili e su argomenti dei quali non si era mai e poi mai pensato di scrivere... anche perché non si può parlare sempre di politica, litigi ed intrecci vari, qualche volta bisogna dare spago anche alla più sfrenata fantasia… la libertà di chi scrive non deve avere confini o limitazioni di sorta: in effetti, a chi poteva mai venire in mente di scrivere, niente poco di meno che, “in difesa della scorreggia”?... e non in maniera da doversene vergognare…!
Nei giorni scorsi mi è capitato di ripescare, tra i logori fogli della mia carpetta, una vecchia poesia dell'Abate Antonio Martino (nostro grande ed illustre compaesano) che si è presentata come una paradossale satira, che “solo ad un distratto lettore può apparire eccessiva fino ai limiti della scurrilità...” e il titolo è appunto: “La difesa della scorreggia”.
L'abate
Antonio Martino (Galatro 1818-1884), tanto per evidenziare qualche nota per chi non lo conosce, è stato grandissimo nelle “poesie politiche” - edite in parte anche da Mondadori - che rappresentano il nerbo fondamentale di tutta la sua produzione, nelle quali emerge chiaramente tutta la personalità del prete liberale e deluso, quanto “...irrequieto e mordace, insofferente alla servitù e perseguitato perché assertore di libertà anche dal pulpito”: qui emerge la satira spietata rivolta contro coloro che erano ritenuti liberatori (i Piemontesi), ma che una volta giunti al comando dell’Italia si comportarono peggio degli antichi padroni (i Borboni).
L’abate Martino è stato grande anche nelle "poesie sacre", che rappresentano l'ultima sua produzione, composte poco prima della sua morte: in queste il Poeta non usa il dialetto, come in quasi tutta la sua produzione poetica, perché ora non si rivolge più agli uomini, ma a Dio e deve trovare un linguaggio privo della materialità che aveva caratterizzato le sue bellissime opere “profane”.
Nelle “poesie sacre” Martino arriva ad affermare che tutto quello che aveva scritto nella sua vita era stato inutile; infatti, sostiene di essere arrivato alla convinzione che la vera gloria, per lui, non può esistere sulla terra, perché come ebbe modo di scrivere in una sua celebre poesia, “...lu mundu prima t’alletta e poi si mustra ngratu, è vasu duci ‘ncima e amaru ‘nfundu, è fauzu e tradituri d’ogni latu...”.
Mirabile, nel senso ora descritto, e merita di essere riportato integralmente, il “ritratto” del Poeta del 1879:

Le gelosie d'altrui e i folli amori
in quell'età più perigliosa e cruda,
onde al fuoco s'agghiaccia, e al gel si suda,
cantai, spargendo invan febèi lavori.

Ma, delle umane cose, or che i colori
variati non veggio, e scorgo nuda
la verità, né fia chi più m'illuda
l'ultimo addio do a Filli, a Lesbia, a Clori.

E a que’ nomi fantastici e bugiardi
di Venere, d'amor, di stral, di face,
mia Musa oggi neppur volge gli sguardi.

Gitto il plettro profan, e sol mi piace
Consacrar le mie rime (ahi troppo tardi)
A Dio che rese al cor l’estinta pace.

L’abate Antonio Martino è stato grande, e particolarmente “pungente”, nelle “poesie profane”, dove si è divertito a satireggiare persone, costumi e, soprattutto, donne, senza alcuna preoccupazione a moderare i termini del linguaggio: il problema non esiste, il suo “spirito libero”, non poteva assolutamente essere limitato da alcuna regola.
“La difesa della scorreggia” è una delle “poesie profane” più belle del Martino e se, da una parte, fa ridere per la stravaganza della situazione, dall'altra, non smette di meravigliare e stupire anche il più distratto lettore: lo stesso Martino presenta la poesia come “scritta in occasione che Monsignor Teta di Oppido sospese a Divinis un venerando vecchio Canonico di quella Cattedrale, per aver tirato involontariamente un peto nella presenza di lui”.
Ed il Prof. Piero Ocello, nel suo pregevole libro: “ ...di la furca a lu palu", dove, con tanta fatica e passione, ha raccolto tutte le poesie di Martino, a commento de “La difesa della scorreggia” dice: “La satira dal motivo piuttosto paradossale ed insolito prende il via dal sentimento offeso del Poeta per un provvedimento certamente sproporzionato alla colpa di un vecchio Canonico, sospeso a divinis per essersi lasciato sfuggire, in presenza del Vescovo, un volgare inequivocabile... suono.
Ed è proprio tale esagerazione che suscita lo sdegno del nostro Martino, che non ignora certo il decoro e la compostezza, inneggiando ad uno stato di primitiva bestialità, ma che allo stesso tempo si leva in difesa di un atto naturale così aspramente condannato da ipocriti benpensanti che sembrano apprezzare comportamenti solo formalmente irreprensibili.
Si arriva così al paradosso, alla “difesa” del galateo della natura, contrapposto a quello dei saccentoni: i quali, facendo torto “all'ordini di Deu” hanno inventato regole di comportamento non assurde, ma nelle quali sembra rinchiudersi e limitarsi ogni loro ideale.
In questa ottica possiamo accettare, senza scanda1izzarci, anche le espressioni più triviali, i paragoni più arditi con cui Martino rivendica la “libertà” naturale accanto alla “libertà” politica.
E l'invito sfacciato a infischiarsene delle regole del galateo ufficiale assume, senza timore di alcun equivoco, il significato di una esortazione al buon senso del popolo, all'equilibrio naturale dove l'armonia tra corpo e spirito non deve essere soverchiata e afflitta da sproporzionati divieti.
Queste le motivazioni che reggono e giustificano il sarcasmo e la paradossale ribellione del Poeta
”.
Il passo del Prof. Piero Ocello rafforza la mia convinzione alla pubblicazione e divulgazione, di questa, paradossale quanto stupenda, poesia che in ogni frase riesce, bonariamente, a far sorridere.
E senza alcuna vergogna per aver sorriso e senza alcun pentimento, come spesso capita quando la risata è ottenuta con la sollecitazione dei più bassi pettegolezzi e delle più terribili maldicenze.
E, soprattutto, senza alcuna villania, ma in una tenera consapevolezza dei limiti della nostra umana misura.

La difesa della scorreggia

Quand’autru canta guerri e capitani,
o pisi chi ‘ndi ficca Sella e Lanza
amuri, o sdegni, o casi supraumani,
la Musa mia difendi (cu crianza)
lu piditu chi fannu li cristiani.
E cu ragiuni: tutti avimu panza;
ognunu mbivi l’acqua e mangia pani
e l’aria si sviluppa in abbondanza:
per cui, s’è necessariu lu cacari
è necessariu cchiù lu piditari.

Eppuru si cuntrasta sta ragiuni
medianti l’affettatu Galateu
scrittu avanteri di li saccentuni
mu fannu tortu all’ordini di Ddeu
chi dissi: “Mangia e mbivi, sii patruni,
pidita, caca, piscia bellu meu”.
E Adamu spurvarandu lu trumbuni
tirau nu piditazzu e non fu reu
e li premuna soi si dilataru.
Eva isa l'anca e rumba di lu faru.

Lu piditu, lu ghasmu e lu sternutu
su tri fratelli schietti ed innocenti:
si dui su currisposti cu "salutu"
lu piditu pecchì mo di la genti
va cundannatu comu prostitutu
e si rispundi "minchia" nchi si senti?
Rispundi Gatateu chi si saputu,
presentami ragiuni e documenti...
Lu tonu di lu piditu anzituttu
la Musica lu situa a Fa Fauttu.

Scusati o di la Casa Monsignuri...
vui siti in curpa di tricentu mali.
Lu piditu pe vui perdiu l'onuri
dovutu comu ad attu naturali;
pe’ vui succedi colichi e doluri
di stomacu, di rini e celebrali,
murroidi, terzani e tanti curi
chi fannu ricchi Medici e Speziali...

Diri o lu culu: "via non piditari"
vali tu stessu "prena non figghiari"!
Si grazie a lu Statutu di lu Regnu
godimu libertà ndividuali
e ne’ pe stampa e lingua nc'è ritegnu;
lu nostru Signor Culu liberali,
pecchi non po’ spegari lu sò ngegnu,
giacchè la leggi guarda a tutti uguali?...

Canonici, in privatu ed in cunvegnu
rumbati puru ‘ntra la Cattedrali,
ca nudhu sbirru cchiù veni e v’inqueta
servatis servandis di Teta.
Ed a la barva di la suppressioni
pe cui li chiesi e vui siti spogghiati,
cantandu missa, officiu ed orazioni
lu supra cu lu sutta vui accordati:
e si di ciò voliti na lezioni,
li Musici di Maiu avvicinati,
sì, sì, rumbati e senza suggizioni!

Lenzola e cazunetti non pensati
ca nc’è sapuni, cinnari e jhumara,
mu mpreca quantu pò la lavandara.
Ma de arte piditandi nu trattatu
mo nci vorria cumpostu a manu a manu.
Eu non ci arrescia debuli e malatu:
vi mandu dhià Don Roccu Gariglianu
chi pe stu ramu sta tantu versatu
chi merita lu postu di decanu.

Però sulu vi avissi cunsigghiatu
pe lu decoru di lu deretanu,
a stornu di l'auguri lordi e brutti
diciti piditandu, "Mu ti f…".
Chist’è lu Galateu di la Natura
chi usaru li Patriarchi anticamenti
l'odiernu è na nojusa affettatura
di bellimbusti giuvani saccenti.

Nella foto in alto: l'abate Antonio Martino.

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Giovannino Guareschi (30.4.08) NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DI GUARESCHI (di Michele Scozzarra) - Il primo maggio del 1908 veniva al mondo Giovannino Guareschi: quel testardo e straordinario personaggio che, con le sue opere (che mi sono "divertito" a leggere e rileggere più volte!), toccò il cuore, il sentimento e la coscienza degli italiani, non solo dell'immediato dopoguerra, ma anche di quelli dei nostri giorni.
Difficile dire chi era Guareschi, perché la sua personalità era tanto forte e complessa, anche se è facile dire che non fu solo un grande umorista, il creatore di don Camillo e Peppone, ma anche uno dei più importanti scrittori del ‘900, che ha scritto una importante e significativa pagina della storia italiana, di cui nessuno parla, soprattutto nelle scuole.
Guareschi mi ha fatto ridere, commuovere, riflettere... mi ha fatto compagnia in tante situazioni piacevoli o tristi... e me ne fa ancora, ogni volta che riprendo in mano un suo libro: “Non muoio nemmeno se mi ammazzano”, questa è stata la, assurda quanto stupenda!, promessa che ha fatto alla moglie quando è partito in guerra, per non farla preoccupare...
A ben vedere sono tanti i motivi per dire “grazie” a Guareschi... anche per aver creato due personaggi come don Camillo e Peppone: due personaggi incredibili nati dalla fantasia, e dal cuore, di uno che aborriva violenza e sopraffazione... due personaggi nati "là dove per un 'comunista boia' la gente era capace di spararsi sulla fronte, là dove il prete era ben visto come un bacarozzo nella minestra, là dove tutto era rosso... persino il manto delle Madonne incastonato nelle adorabili maestà sparse sugli argini del Po è rosso fuoco".
Don Camillo e Peppone Proprio in una terra come questa Guareschi compì, con le sue storie, un miracolo d'amore... ed i due amici-nemici, don Camillo e Peppone, furono in grado di ergersi come giganti dell'umanità in mezzo al fango, non tanto dovuto alle terribili inondazioni del grande fiume, quanto alle più grandi miserie umane. Scriveva nella prefazione alla prima edizione di don Camillo: “Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi e, così facendo, si illudono di dare un corso diverso alla storia. Ma non modificano un bel niente, perché un bel giorno tutto andrà a catafascio. E le acque ingoieranno i ponti, e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere. Crolleranno le case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra”.
Negli anni Cinquanta, non ci fu in Europa uno scrittore italiano più popolare di lui. Se poi parliamo della notorietà mondiale di don Camillo e Peppone, il solo confronto possibile è quello con Pinocchio.
Il giornalista Michele Serra, che nel 1994 ripubblicò il “Mondo Piccolo” come allegato al settimanale Cuore, ha scritto: “I preti li conoscevo già. Ma mi erano noti come una schiatta esangue, che parlava a bassa voce e aveva una stretta di mano debole e fredda. Don Camillo ribaltò il mio immaginario curiale. Che idea geniale fare di un prete un uomo d’azione, una specie di supereroe più intrigante di Richelieu, più curioso di Padre Brown, più manesco del frate Tuck di Sherwood, più animoso dei Templari di Walter Scott. Con tanto di ultrapoteri conferitigli direttamente dal suo nume. Dei comunisti, invece, non sapevo nulla. Mi piacque parecchio la parola. Produceva un suono acuminato e affascinante, lo stesso che cominciavo a sentire echeggiare nelle conversazioni dei grandi. In attesa di saperne di più, mi adattai a considerarli alla stregua di una banda, la banda rivale di quelli di don Camillo. Dopo gli achei e i troiani, i cristiani e i mori, i cow-boys e gli indiani, ora mi veniva regalato un nuovo antagonismo avventuroso, quello tra preti e comunisti… Quanto alla mia primitiva simpatia per Peppone, posso confermare la piena corresponsabilità di Guareschi. Il vero pericolo, per Guareschi, non era e non poteva essere interno al “mondo piccolo”. Era fuori di esso. Se è indiscutibile che il vero buono è don Camillo, il vero cattivo non è Peppone. Sono gli uomini che arrivano dalla città a scompaginare i ritmi e i valori della campagna, della famiglia patriarcale, del tempo circolare, eterno e ripetitivo, che regola le stagioni e fa crescere, insieme al grano, anche i pali di gaggia da calarsi sul groppone. Il populista Guareschi si servì dell’ideologia di Peppone per sbugiardarla, ma contava molto su Peppone. Per il solo fatto di essere un uomo della Bassa, il compagno sindaco Bottazzi non poteva davvero tradire l’ethos ed i suoi valori antichi…”.
E non è certamente azzardato affermare che servirono più le vignette di Guareschi che tanti comizi, di vecchi e nuovi notabili del tempo, per l'affermazione della libertà nel nostro Paese, dove il clima di quegli anni non era certamente dei migliori. Tanto per citare qualche esempio l’organo della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, Azione Giovanile, uscì con questo titolo a otto colonne: “Guareschi ovvero lo scarafaggio”. Sotto il titolo, la foto di uno scarafaggio morto sul palmo di una mano, con questa didascalia: “Quando certi individui ti danno la mano succede di provare un senso di ribrezzo”.
Guareschi morì d’infarto, a soli 60 anni, il 22 luglio del 1968: ai funerali si videro solo pochi amici e l’Unità titolò: “Malinconico tramonto dello scrittore che non era mai nato”, mentre un’altra notissima testata commentò la morte di Guareschi con questa poco profetica affermazione: “Peppone e don Camillo sono premorti al loro autore”.
Ma il tempo è stato galantuomo e, a dispetto di tanti stupidi detrattori, Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano più letto nel mondo, con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro, a dimostrazione di un talento che nessuna censura e malvagità ha potuto soffocare.
E… quante volte mi capita di pensare, alla ormai rispettabile età di 100 anni, Guareschi tra noi, in questi giorni di forti contrasti politici... mi piace immaginarlo in una di quelle osterie della Bassa che profumano di vino buono, salame, formaggio (e imprecazioni!...), a gustare un buon bicchiere di lambrusco, mentre su una cartaccia del formaggio "crea" una nuova vignetta, o un racconto, sul Veltrusconismo, con Bossi, Berlusconi, Veltroni, Bertinotti, Di Pietro, Casini, Fini e compagnia bella... Che sfizio sarebbe stato!...

Nelle foto: in alto a destra Giovannino Guareschi; a sinistra Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone.


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Nicola Sergio al pianoforte (20.5.08) IL JAZZ DI NICOLA SERGIO NELLE SALE DI PARIGI E BRUXELLES - Nicola Sergio, il giovane e talentuoso pianista galatrese, ormai affermato nel campo della musica jazz e che da qualche tempo ha scelto di vivere a Parigi, riscuote successi anche nella capitale francese e nella capitale belga.
Il calendario degli impegni nelle più importanti sale della mitica città transalpina è piuttosto fitto. Lo si evince anche dal suo nuovo spazio aperto sulla popolare community web di "My Space", all'indirizzo:
www.myspace.com/nicolasergio.
Riepiloghiamo i prossimi impegni dell'artista della valle del Metramo nella capitale francese e a Bruxelles:
26 maggio 2008, ore 20.00 - Les Cariatides, Paris - Rue de Palestro
30 maggio 2008, ore 19.00 - Nicola Sergio Trio + special guest Michael Rosen / CNR Paris, Paris - 14 Rue de Madrid, Salle Fauré
31 maggio 2008, ore 15.30 - Nicola Sergio Trio + special guest Michael Rosen / Auditorium CMA 13, Paris - 24, Rue Albert Bayet
13 giugno 2008, ore 20.00 - Julien Oucq Duo - Bruxelles

Come si può notare, due dei quattro appuntamenti vedono come ospite speciale il mitico sassofonista angloamericano Michael Rosen, di recente impegnato su RadioDue Rai nella fortunata trasmissione quotidiana di Fiorello e Baldini dal titolo "Viva RadioDue". Con lo stesso Rosen qualche tempo fa Nicola ha suonato anche dalle nostre parti, a Polistena, nell'ambito dell'Autunno Jazz.
Questo giovane pianista che ha iniziato a studiare a Galatro con Massimo Distilo e che si è poi diplomato al conservatorio e laureato in economia a Perugia, continua a dare lustro alla tradizione musicale del nostro paese anche all'estero. Insomma, questo nostro vecchio borgo medievale continua ancora a produrre talenti.

Nella foto: Nicola Sergio al pianoforte di Massimo Distilo

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Il generale Vito Nunziante Antonio Martino (1.6.08) L'ABATE MARTINO TRA SACRO E PROFANO (di Michele Scozzarra) - Perché negarlo... la simpatia con cui è stato accolto il mio precedente articolo sull'Abate Antonio Martino, da parte di molti lettori che in maniera privata mi hanno manifestato il loro apprezzamento, mi ha sollevato, e rallegrato, per diversi motivi.
Un primo, ed importante, motivo è quello della piacevole sorpresa con la quale è stato accolto uno scritto su un Martino “non politico”...
Certamente è sempre stato rilevante l’aspetto che ha messo in risalto l’Abate Martino impegnato, direttamente e non solo con la sua produzione letteraria, nella politica del tempo (sicuramente, in un prossimo articolo, mi soffermerò anche su questo aspetto!)... liberale convinto, meridionalista concreto, quasi “profeta” di quello che sarebbe successo nel futuro nella nostra Nazione...
Ma... l’Abate Martino non è stato solo questo, anche se, nella quasi totalità degli articoli che lo riguardano, l’aspetto politico è la sola dimensione nella quale è stato preso in seria considerazione... Per fortuna, anche se in tanti hanno evidenziato come in Martino “tutto è politica”, c’è da ritenere che una rilettura scevra da condizionamenti e libera dal cliché imposto alla sua opera letteraria, evidenzia come nella totalità della produzione dell’Abate Martino si percepisce in maniera chiarissima che, grazie a Dio, “la politica non è Tutto!...”.
Un secondo motivo, e non ultimo, che mi da non poca soddisfazione nello scrivere sull’Abate Martino, parte dalla coscienza dell’importanza della valorizzazione della "cultura" che è nata e maturata nei nostri paesi, certamente non "subalterna" a quella, da molti, presentata come "ufficiale". Più di una volta mi sono chiesto dell'importanza dello scrivere dei "luoghi e delle persone", punti di riferimento della mia "educazione culturale"... Avere nel cuore la cultura della terra natìa, non in termini semplicemente sentimentalistici, ma in termini culturali precisi e decisivi, significa ritrovare la capacità di valorizzare “in toto,, la propria origine e appartenenza ad una storia, ad un ambiente, ad una data comunità, la cui importanza e valore non sono certamente determinati dalla piccolezza dei nostri confini territoriali... e, anche dalla certezza che, solo uno che è in grado di valorizzare la propria cultura è capace di accettare, capire e valorizzare le altre.
Questo strano prete (che ho avuto modo di scoprire in maniera sempre diversa nel corso degli anni e che, purtroppo amaramente, bisogna riconoscere che appare sempre più sconosciuto alle nuove generazioni, anche del nostro “natìo borgo”), ha avuto la capacità di "calarsi" talmente dentro la realtà culturale ed umana dei nostri paesi, da riuscire quasi a trasfigurare la realtà, rendendo eccezionale quello che altro non è (non so se scrivere: “non era”...) se non il normale quotidiano scorrere della vita dei nostri paesi.
L’abate Martino orientò la sua attività in diverse direzioni, non esclusa quella strettamente politica della Carboneria di cui era un affiliato (impegnato a combattere, tra l'altro, anche la politica Vaticana)... ma non ha trascurato, in gioventù, di punzecchiare le donne, non si è tirato indietro nell'impegno politico e, quando, come si suol dire, ha capito che ormai “si cogghìu 'i carti 'o pettu...”, si è rivolto a Dio e, ne è venuta fuori, non solo a mio avviso, la sua produzione più matura, oltre che più intima e personale.
Accusato di avere cospirato contro il regime borbonico, viene più volte arrestato e più volte evade: si dice che si travestiva e si nascondeva alla stregua dei più spericolati banditi, al punto che i suoi avversari avevano accreditato la leggenda chi egli fosse la reincarnazione del diavolo (Maghammetta).
Incredibile, ma vero (e qui, veramente, si vede in Martino uno “spirito libero” incapace di moderare i termini, dove la libertà nel suo scrivere, effettivamente, non conosce nessun tipo di limitazione) è l'episodio relativo alla prolungata anticamera a cui è stato costretto, in attesa di essere ricevuto in udienza dal Vescovo, il quale si intratteneva con l'Arciprete di Capizzi.
L’Abate Martino scocciato per la lunga attesa, pregò il segretario di consegnare un biglietto al Vescovo, e se ne andò. E... a chi poteva mai venire in mente di rivolgersi al proprio Vescovo con questi versi? Nel biglietto c'era scritto:

L'Accipreviti di Capizzi...
caccia “ca” ca resta pizzi,
caccia "pi” ca resta cazzi!...
E’ previti di pizzi e cazzi!


Certamente, a parte questi versi, non si può immaginare un Martino capace di moderare i termini... Martino è stato grande, soprattutto, per questo: il suo grande bisogno di libertà, non ammetteva certamente alcuna limitazione di sorta. Forse questo era un suo modo di sfogarsi: può darsi che, in questa grande libertà dì espressione cercava di distrarsi dai mali che vedeva intorno: "lu mundu prima t'alletta e poi si mustra 'ngratu!...", così soleva ripetere il Martino. Forse anche per questo cercava di distrarsi con composizioni "pungenti", talvolta oltre ogni accettabile misura.
L'abate Martino è stato precettore nella casa del Marchese Nunziante di San Ferdinando. Qui, vivendo in casa con loro, si è reso conto che l'autorità non era del Marchese, ma della moglie che, come si suol dire, aveva messo sotto il marito e, da questo, ne trae lo spunto per scrivere “la gonnella”, cioè una “pesante” satira sui mariti che si lasciano comandare dalle mogli:

Viju 'na nova moda, assai avanzata,
e nuju mi sa diri la raggiuni.
La saja ‘a tempi nostri è assai prezzata:
si cangia cu rifusu a lu cazuni.

La donna, chi da Ddeu fu destinata
serva di Adamu, diventau patruni,
e ll'omu, diventatu na patata,
‘nci sta di sutta comu nu cugghiuni.

L'anticu si sustinni cu riguri
cercandu la mugghieri servicedha,
mo' viju ca la donna fa d'atturi:
la mugghieri mu pista li martedha.

E' veru ca ragazzu, lu Signuri,
a Cana si la misi la gunnedha,
ma grandi cchiù non fici sti figuri:
perciò risuscitau, di poi, in pannedha.

Mo' oji nudhu leji la Scrittura,
mu sapi quantu Cristu seppi fari.
La Genesi, o cazzuni, vi assicura
ca notti e jornu supra aviti a stari.

Mo’ l’omu è donna, è vili servitura,
e pe’ cchiù pena sua non po’ parlari:
si parla abbaja, e poi jestima l’ura,
quandu li cauzi soi vozzi cangiari.

Fu lu cazzuni sempri valutatu
ma mo’ no vali cchiù di na cinquina:
tandu era nettu, e mo' chi fu pisciatu,
puzza di stoccu vecchiu e di tonnina.

E l'omu chi si misi, sciaguratu,
la saja, la suttana e suttanina
di la mugghieri veni dominatu,
stenduta comu viscu o ciavurrina.

E' chistu l'omu odiernu ‘ncivilutu,
chi vanta libertà e filantropia?
Oh cauzi! Oh saja! Oh tempu! Omu avvilutu!...
Suggettu ‘a na pisciazza... Uh porcaria!...


Questo era il Martino che, in gioventù, si divertiva a indirizzare i suoi versi una realtà “leggera e profana”... Solamente in età avanzata il Martino confessa che tutte le speranze e le illusioni inseguite in giovinezza, spesso si erano trasformate in delusioni. Il suo bisogno interiore non è stato appagato né dalle satire, tanto meno dalle poesie politiche; anzi proprio mentre il Martino afferma di essere pentito di tutto quello che aveva scritto, compone una delle sue poesie più belle, la Confessione del Poeta pentito:

Venni, vidi, e non vinsi, anzi fui vinto
da tre nemici, e prigionier fui fatto,
quindi al collo, ne’ lombi, ai pie' fui cinto
da triplice catena a duro patto.

Mille e più volte dal mio cor fui spinto
a frangerla; ma che? quand'era atto
or da lusinghe, or da minacce avvinto
fui da quegli empi, e me da me distratto.

Ma se l'ardir, la forza, il pentimento,
Dio, che può tutto, quando vuol m'appresta,
trionferò di mille inferni, e cento.


Gli ultimi versi dell'Abate Martino sono dedicati alla Madonna. Passando morente, nel marzo del 1884, sui piani di Castellace di Galatro, dettò dei versi da incidere all'interno della “Cona”, una piccola cappella costruita dai pastori, dedicata alla Madonna della Montagna.

Tu dei monti sei la Diva
che proteggi il pio pastor,
il villano, il passeggero,
il paziente cacciator.

Viator che passi,
all'inclita Mariana Maestà,
piega il ginocchio ed offri
amore e fedeltà.


Giunto a Galatro, l'Abate Martino muore il 17 marzo, deluso da quella patria per la quale aveva provato anche l'amarezza del carcere, ma confortato da una fede che gli ha fatto dimenticare tutte le sofferenze della vita.

Nelle immagini in alto: a sinistra il generale Vito Nunziante, dalla cui casa Martino fu scacciato dopo la poesia "La gonnella"; a destra Antonio Martino.

Il libro "Poesie Politiche" di Antonio Martino è acquistabile on line nel nostro
Mercatino.

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(3.6.08) 'A MAMMA E 'A CRIATURA (di Biagio Cirillo) - In riferimento agli interventi sull’aborto mi è venuta l’ispirazione per questa poesia. Spero sia di Vostro gradimento. Un abbraccio caloroso da Bolzano.

'A mamma e a criatura

Vaci a la missa la mamma mia,
vaci a la missa e prega pe mmia,
nci cerca o’ Signuri com’avi a fari
pe sta criatura chi avi ammazzari.

Chi futuru nci dugnu, Madonna mia,
non aju mangiari mancu pe mmia,
non aju nenti e mancu dinari,
dimmillu tu com’aju a fari.

Ch'eni egoista sta mamma mia,
penza a tuttu tranni c’a mmìa,
non voli mancu pemmu ci penza
ca io mu nesciu sugnu cuntenta.

Mi tocca m’aspettu, sugnu angosciata,
cu Bombinellu nci mandu 'a mbasciata:
pensaci mamma, si tu mi teni
pe tutta a vita ti vogghiu beni.

Voi per incantu o pe' telepatia,
sentu cuntenta la mamma mia
chi dici: "grazzi Signuri e Madonna,
mi sentu gia mamma, e puru donna".

Sentu nta panza na criatura
donu cchiù grandi 'i chista natura,
falla mu nesci cu saluti e amori,
sarà la gioia di nui genitori.

Biagio Cirillo
Bolzano 20 Maggio ’08


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(5.6.08) LA GIORNATA DEL BENESSERE DELLO STUDENTE (di Bruno Scoleri) - Dall’assessore alla pubblica istruzione e cultura, Bruno Scoleri, riceviamo la nota che pubblichiamo:

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha programmato per il mese di Maggio “La giornata nazionale del benessere dello studente”, evento verso cui convergeranno i progetti avviati dalle Scuole sull’educazione alimentare.
L’Amministrazione comunale - Assessorato allo Sport, Cultura, Pubblica Istruzione e Politiche giovanili – ha inteso partecipare a questa iniziativa organizzando un incontro, che si è svolto nei giorni scorsi, con i ragazzi della III^ classe della Scuola Media di Galatro “R. Distilo”.
L’incontro è stato condotto dal Dott. Domenico Filardo, biologo-nutrizionista, che ormai da diversi anni è impegnato sul vasto fronte delle problematiche relative al peso e ai disturbi derivanti da un’alimentazione non corretta.
Gli obiettivi dell’incontro sono stati quelli di fornire le giuste coordinate per nutrirsi in modo bilanciato, e di evitare tutte le conseguenze che può avere una dieta scorretta sulla salute fisica e psicologica degli individui. I messaggi, inoltre, sono stati finalizzati a scelte che incoraggiano un’alimentazione consapevole e ad evidenziare i pregiudizi legati al peso e alle forme del corpo.

L’ASSESSORE DELEGATO
Bruno Antonio Scoleri


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(5.6.08) GIFFONE: AL CONCORSO "I NONNI" VINCONO DUE GIOVANI GALATRESI - L’Istituto Comprensivo Statale di Giffone, il cui Dirigente Scolastico è la Dott.ssa Concetta Manduci, in collaborazione con la prof.ssa Barbuto e il prof. Varrà ha organizzato il 1° Concorso Artistico-Letterario “I Nonni”, ponendo l’attenzione degli alunni sulla figura dell’anziano, del “nonno”, che finalmente oggi è stata rivalutata quale patrimonio di affetti, di esperienze e tradizioni umane e culturali.
I giovani devono essere pronti ad acquisire e ricevere questo tipo di bagaglio di valori che i “Nonni” trasmettono al di là del tempo e dello spazio.
E’ con grande soddisfazione che comunichiamo che la sezione del concorso dedicata alla poesia è stata vinta da due giovani ragazzi galatresi: Agostino Spanò e Salvatore Scozzarra che, insieme, hanno composto la poesia “I nonni” - che vi proponiamo sotto - la quale si è aggiudicata il primo premio, consegnato in una cerimonia svoltasi alla presenza del sindaco di Giffone Antonio Albanese.
Ai giovani poeti in erba le migliori congratulazioni da parte di Galatro Terme News.

I nonni

Ricordo immenso di un grande amore,
gioia infinita che permane nel cuore,
che pur se astratto sembra concreto
l’amor trasmesso dal loro cuore lieto.

Ed essi con il lor far delicato
ricordano e ci narrano il loro passato
che han vissuto con tanta umiltà,
ma con gioia e felicità.

Ricordo quand’eravamo piccini
che intorno ai nonni sedevamo vicini,
e mille storie incominciavano a narrar
di quando per campar andavano a lavorar.

Grandi cose le loro mani rivelano
che pur se mute indirettamente svelano
la storia e il segreto
del dolor del loro passato.
I due giovani poeti vincitori mostrano il premio vinto

Nella foto: in primo piano sulla destra i due giovani vincitori mostrano la targa premio; da sinistra il prof. Pasquale Marazzita, il dirigente scolastico Concetta Manduci, il sindaco di Giffone Antonio Albanese.


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Giuseppe Macrì (10.6.08) I RITROVAMENTI FOSSILI DI MACRI' - Il noto costruttore galatrese di strumenti musicali aerofoni di tradizione popolare Giuseppe Macrì, fra le altre attività, si dedica anche alla ricerca di reperti archeologici e di altro tipo (si ricorda tempo fa il ritrovamento di importante vasellame nel vecchio ghetto ebraico di Galatro; materiale ora custodito al Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria).
Negli ultimi tempi Macrì si è dedicato al prelievo di alcuni campioni di minerali e di fossili di cui, con il suo caratteristico fiuto, ha intuito l'importanza storica. Uno di questi campioni, proveniente dal bacino del fiume Metramo in territorio di Galatro, è stato inviato al Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università della Calabria dove è stato esaminato dalla Prof.ssa Rosanna De Rosa, direttrice del Dipartimento. Riportiamo alcuni passaggi della relazione della professoressa:

Alcuni dei ritrovamenti fossili di Macrì Il campione ha rivelato di avere un'età compresa tra il Pliocene superiore ed il Pleistocene inferiore, ovvero tra 2,5 e 0,9 milioni di anni.
Proviene dalle sabbie plio-pleistoceniche che affiorano lungo il bordo orientale della Piana di Gioia Tauro. La successione sedimentaria costituisce un sistema deposizionale marino, con una variabilità di ambienti deposizionali, da bassa profondità 0-50 metri a oltre 500 metri.
Si tratta di sabbie a cemento calcitico (areniti) i cui clasti hanno dimensioni comprese tra i 125 micron e 500 micron. La distribuzione granulometrica evidenzia una maggiore frequenza dei clasti di dimensione maggiore 500-250 micron lungo un lato registrando una gradazione tipica di molti processi sedimentari marini. E' possibile osservare la presenza di "piccole tasche" in cui si concentra il materiale grossolano riconducibili probabilmente ad attività biologica di organismi (bioturbazione).
Il campione evidenzia la presenza di una discreta componente costituita da biotiti (minerali di colore nero lucido). Questi minerali in ambiente marino caratterizzato da correnti sono spesso orientati dalla corrente formando tipiche strutture sedimentarie come lamine, ripples. L'assenza di strutture sedimentarie suggerisce la presenza di bioturbazione che ha obliterato le originarie strutture sedimentarie ad eccezione della gradazione.


Dalla relazione della Prof.ssa De Rosa - basata sull'esame del campione ritrovato da Giuseppe Macrì - si evidenzia dunque che il territorio dove sorge Galatro, in tempi remoti - almeno un milione di anni fa - era coperto dal mare ad una profondità compresa fra i 50 e i 500 metri e vi era una presenza di organismi vitali in ambiente acquatico.
Un grazie perciò a Giuseppe Macrì che, attraverso i suoi ritrovamenti, dà un contributo alla ricostruzione della preistoria del nostro paese.

Nelle foto: in alto a destra Giuseppe Macrì; in basso a sinistra alcuni dei ritrovamenti fossili.


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Copertina del libro 'L'anima e il suo destino' di Vito Mancuso Il teologo Vito Mancuso (24.6.08) IL BEST-SELLER DI UN TEOLOGO (di Domenico Distilo) - Incredibile ma vero! Un libro di un teologo - Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina Editore, € 19,80 - sta da mesi in testa alle classifiche dei più venduti. Non si ricorda, prima di questo, nessun libro di teologia tra i best-seller (eccezion fatta per le encicliche e i libri degli ultimi due papi, ma è un altro discorso). Però anche la teologia – come la filosofia, la letteratura, l’economia - ha ora il suo festival: quando queste discipline, per definizione “difficili”, attirano l’interesse del grande pubblico, non solo degli addetti ai lavori, è un fatto positivo. Vuol dire che, contrariamente alle apparenze, c’è gente, quantomeno una frazione del “grande pubblico”, che non va nei centri commerciali o ci va non restandovi tutto il tempo libero, o presunto tale. O ci va per comprare libri (a prescindere se poi li legge o no). Comunque, accontentiamoci e passiamo al merito.
Vito Mancuso è un teologo cattolico che insegna teologia all’università milanese San Raffaele.
E’ però un teologo cattolico di una specie particolare, nel senso che è più teo-logo che cattolico, non accontentandosi di ricercare nell’ambito della dottrina magisteriale. Anche se riafferma e ribadisce la sua fedeltà alla Chiesa, la declina molto liberamente, fino a strizzare l’occhio a dottrine dichiarate eretiche e condannate quali l‘apocatastasi, il ritorno di tutto le cose in Dio alla fine dei tempi (fine dei tempi che ci pare, peraltro, Mancuso consideri un’ipotesi oltremodo remota).
Il tema dell’anima, si sa, da sempre è tra i più frequentati dalla riflessione filosofica e teologica. E’ inevitabile trattandosi del destino di ciascuno, di ciò che ci capiterà quando, si diceva una volta con chiaro eufemismo, avremo “cessato di vivere”. Sostenere l’inesistenza dell’anima o la sua dissoluzione col tramonto della vita fisica equivale infatti a negare la vita dopo la morte, prospettiva questa insopportabile a molti (quorum ego), facendo venire le vertigini l’idea che si sia destinati a diventare nulla.
Mancuso, seguendo Teillard de Chardin (gesuita francese condannato dal Sant’Ufficio negli anni Trenta), ambisce ad ancorare le verità di fede alle acquisizioni della scienza, (o meglio, per dirla in una forma epistemologicamente più corretta: ai paradigmi stabiliti della scienza contemporanea) con l’ovvia conseguenza che esse non possono più dirsi “verità di fede” e si trasformano in verità di ragione, ragione che Mancuso non subordina affatto alla fede, i cui contenuti, al contrario, possono dirsi plausibili solo all’interno dell’orizzonte disegnato dalla ragione. La necessitas rationis, la necessità della dimostrazione razionale, logica, per il teo-logo viene prima della fede e ne rappresenta la base ed il presupposto, sì che è evidente come egli stia dalla parte dell’intelligo ut credam, non del credo ut intelligam, se proprio vogliamo, per comodità e consuetudine, adoperare queste vecchie formule della filosofia medioevale.
L’opzione di fondo di Mancuso lo porta, qui è il punto, a tentare di dimostrare tutto senza limitarsi a postulare l’esistenza dell’anima, che dovendo essere dimostrata senza il ricorso all’intervento di Dio dopo il concepimento (la chiamata in causa di Dio è evidentemente da ritenersi banale, razionalmente incongrua), viene definita il prodotto necessario dell’ordine cosmico, della ratio cosmica per cui la materia genera energia (anzi, è energia) e questa spirito (una forma più alta, più organizzata, di energia) in forza delle leggi che Dio ha immesso nell’universo al momento della creazione. L’anima è così – si tratta di una soluzione di più che vago sapore aristotelico - la forma, l’ordine, l’organizzazione del corpo ed è, per la sua provenienza, un ente naturale, di quella fusis che si organizza secondo un principio di crescente complessità fino a raggiungere la dimensione spirituale. L’anima è infatti materia-energia formata, individualizzata (“materia signata” direbbe San Tommaso), forma che, se segue il proprio principio costitutivo, la propria natura, il bene, diventa Spirito, con la esse maiuscola, ed è destinata all’immortalità; se non la segue va incontro, più che alla perdita, alla diminuzione del proprio essere fino al ritorno nell’indistinto nel quale, seguendo un po’ lo schema di un protofilosofo, Anassimandro di Mileto, espia la colpa di non essersi voluta fondere col Bene e con l’Essere che è bene, il Bene.
Le rappresentazioni tradizionali dell’aldilà, imperniate su un paradiso di beatitudine e un inferno di dannazione sono, in questa ottica, da Mancuso significativamente modificate, soprattutto riguardo all’inferno, che egli, tra l’altro, non crede possa, per parafrasare Dante, “eternamente durare”, non conciliandosi col concetto di Dio quale sommo bene l’eternità del male che esso implicherebbe.
Il punto più sensibile, il nervo scoperto della questione non riguarda però il come l’aldilà è strutturato, quanto il chi si salva e la funzione indispensabile che a questo fine la dottrina, si può dire da sempre, attribuisce alla Chiesa (per quanto attenuato, il tridentino extra ecclesiam nulla salus, nessuna salvezza è possibile fuori della Chiesa, resta un assoluto caposaldo).
Le opinioni di Mancuso sono al riguardo di una radicalità estrema: alla salvezza non servono i riti, le liturgie e neppure le chiese. Per salvarsi basta essere giusti, aver vissuto in consonanza con il principio del bene, indipendentemente dal tempo storico – prima o dopo Cristo - a ciascuno toccato. Se così non fosse, è la stringente argomentazione che propone, non si potrebbe affermare il valore universale del sacrificio di Cristo, restando esclusi dalla salvezza non solo i reprobi ma anche i giusti vissuti prima e gli altrettanto giusti che, pur essendo vissuti dopo, non hanno avuto l’opportunità di conoscerlo. Questa non potrebbe chiamarsi giustizia ma lotteria, che la tradizione definisce predestinazione e che Mancuso giudica orribile, attribuendo la responsabilità per averla introdotta a Sant’Agostino.

Il messaggio del Cristianesimo per il teologo Mancuso è, nella sua essenza, un messaggio di vita, nella cui economia è da inquadrare la funzione della morte, che in sé non esiste, non essendo altro che il necessario, perché legato alle leggi immesse da Dio nel cosmo, passaggio ad altre forme di vita ed essendo, anzi, immanente alla vita, non potendo nessuna cosa vivere se non morendo. La beatitudine consiste così nell’adesione alle leggi di Dio, che sono poi le stesse leggi, eterne, del cosmo.
L’identificazione (delle leggi) di Dio con le (leggi che reggono) il cosmo ha però in filosofia un nome preciso, spinozismo, quell’amor Dei intellectualis che è la nota distintiva di un filosofo inviso alla chiesa, a tutte le chiese, Baruch Spinoza, appunto.

Nelle immagini sopra: a sinistra la copertina del libro "L'anima e il suo destino"; a destra il teologo Vito Mancuso.


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Montebello 'tra jornu e scuru'. (29.6.08) GALATRO SEMPRE NEL CUORE (di Michele Scozzarra) - Non è una cosa certamente semplice, oggi come oggi, parlare di poesia in una realtà sociale come la nostra: il più delle volte a parlare di problemi legati alla sfera dei sentimenti, dei ricordi, della contemplazione della bellezza, in tutte le sue forme, si rischia di essere presi per della gente fuori dal mondo... quante volte abbiamo sentito ripetere che non c’è tempo, e non è il caso, di parlare di certe cose, che i poeti sono persone che non hanno niente da fare, perché ci sono cose più concrete da tenere in conto: c’è la bolletta da pagare, ci sono i figli da mantenere, c’è la rata del mutuo e tanti altri problemi pratici che mettono in condizione di pensare, tanto per usare una espressione evangelica solo “al pane”... mentre, se poi guardiamo bene la vita come è fatta, nessuno di noi può dimenticare che anche dal Vangelo ci viene la famosa ammonizione che “non si vive di solo pane”...
E, può darsi che proprio mentre si fanno queste considerazioni, come per incanto, casualmente, ci si imbatte nelle poesie di Biagio Cirillo... e si percepisce come l’animo umano non riesce ad essere imprigionato da nessuna difficoltà, ed anela a quella libertà che nessun problema può incatenare e solo nella poesia può trovare, non solo il suo libero sfogo, ma quella bellezza che permette di respirare aria pura, di vivere liberi avendo nel cuore sempre un posto particolare per i ricordi e gli affetti più cari...
E a voler entrare nel cuore delle poesie di Biagio, non si può non percepire come la distanza materiale del paese dove, per motivi di lavoro si è trasferito da tanti anni, non lo ha separato dalla nostra Galatro e dai suoi affetti più cari che qui vi abitano e per questo riesce, in maniera incantevole, a testimoniare con i propri scritti che il cuore ha le sue strade, le sue emozioni, i suoi toccanti e significativi ricordi e il desiderio di “stare” in mezzo ai luoghi ed alle persone care, ha fatto sì che sembra che non se ne è mai separato.
Biagio vive a Bolzano, ma le sue radici sono un serbatoio importante di affetti e di ricordi... del nostro paese, di come è cresciuto in questo paese... della sua famiglia e di come ne porta nel cuore una impronta significativa ed incancellabile... e anche se può tornare a Galatro non più di due o tre volte l’anno, non può non rivolgere lo sguardo alla “propria” casa, intesa non certamente come fabbricato, bensì come un qualcosa di profondo, essenziale della propria vita. e quando Biagio riflette su questo ne esce, una delle poesie più belle, che vale la pena riportare integralmente:

‘A casa di Gori e Maria:
Veni lu mbèrnu e la primavera,
io abitu sempri nta chidha carredha,
staiu nta casa ca dha nescia
e m’andotaru Gori e Maria.

Nta chidha casa idhi abitaru,
mi dezzaru a casa i quand’era cotràru,
quandu scazu zumpava i scaluna
di supa a chiazza a tutti i puntuna.

Setti figghi dha ndi criscìmmu
cu mamma, papà e puru lu nonnu,
stavamu stritti ma larghi di cori
pecchì eramu figghi i "cumpari Gori".

Non c’eranu i quatri supa li mura
ma caci janca pe pittura,
non c'era lu bagnu ma nu gabinettu
sutta la scala cu tantu rispettu.

No lavatrici e mancu lu frigu,
a televisioni a videmu 'ngiru,
nu solaru di lignu e perlini
e sutta a zimba porcu e gadhini.

Chistu m’ezzaru e l’apprezzai,
atru non vozzi e dha restai,
sta casa faci parti di mia
pecchì era 'a casa di "Gori e Maria".

Biagio Cirillo Di fronte alla bellezza ed alla grande sensibilità di questi versi (scritti con la forza del dialetto “parlato”, quello che ognuno di noi si porta dentro, perchè anche se vive a migliaia di chilometri dal nostro paese, nel suo intimo parla, ragiona, impreca nel nostro dialetto!) dobbiamo per forza porci la domanda.
Ma... chi è, oggi, il poeta?... Il poeta è una persona che ha un canto nel cuore… che non può non esprimere in versi! Non importa se ha studiato o non è mai andato a scuola, non importa se ha 14 anni o 90… il poeta è uno che ha nel cuore la risorsa più preziosa e più grande che permette ancora, in un mondo come il nostro, di poter continuare a sperare…
Il poeta ha in sé la più grande risorsa di umanità che permette, ancora oggi, di non vedere il mondo che ci circonda solo in grigio o nero, ma permette di poter ancora vedere un mondo a colori: i colori incancellabili degli affetti familiari, i colori perenni dell’amore per il proprio paese, per i propri amici... i colori del desiderio di volere e potere stare nel luogo in cui si è nati... i colori della speranza di poter ritornare perché il proprio paese è sempre nel cuore, e non c’è distanza capace di tenerlo lontano…
Nelle poesie di Biagio, veramente si intravedono i colori di questa speranza, ed in questo senso, la sua espressività rappresenta una grande risorsa di umanità che è anche un caro e dolce ricordo… per i propri genitori, per il proprio paese, per il quartiere dove è nato e cresciuto…
Solo un cuore sensibile, solo un cuore che si commuove al ricordo di alcuni episodi e luoghi della propria infanzia, o al ricordo dei volti cari della propria “umana avventura”... solo una persona con un cuore così può scrivere versi, può commuoversi e commuovere avendo e pensando il proprio paese nel più intimo del proprio cuore:

Quant’era bellu 'u me' paisi,
cu tutti quanti i galatrisi.
'A sira assettàti avanti a' porta,
cu' 'a dicìa dritta, cu' 'a dicìa storta.
...
Nu pezzu di pani e nu pumadoru,
mangiava 'a mamma e puru 'u figghiolu.
Tutti ntra facci avemu 'u sorrisu,
parìa ca eramu o' paradisu.
...
Ndindi futtemu girandu pe' strati
cu cazi sciancati e dinocchia scorciati.
Mo stu paisi è assulicatu
comu nu cani vastunighiatu.
...
Ghio vi dicu: oh Galatrisi
no vi ndi ghiti 'i stu paisi!
Armenu vui non aviti a penzari:
"u prossimu annu pozzu tornari?"

Di fronte a questa grande verità di ricordi e di affetti, come non accorgersi che per Biagio Cirillo la poesia è un modo di ricordare e vivere le emozioni più forti che vi sono nel suo cuore, un cuore capace di osservare ed emozionarsi al ricordo del suo passato più caro e più intimo... ma è proprio questo che lo fa accorgersi di se stesso e di tutto ciò che lo circonda.
Penso che Biagio farà cosa gradita a tanti amici (ed io glielo auguro di cuore!) se un giorno deciderà di raccogliere buona parte delle sue poesie, almeno quelle che riguardano il nostro paese ed i suoi affetti, in un volume... quando troverà il tempo ed il modo di realizzare questo, penso immodestamente che non dovrà preoccuparsi di cosa scrivere come prefazione... è già pronta!

Nelle immagini: in alto a destra Montebello "tra jornu e scuru" (foto M. Scozzarra); in basso Biagio Cirillo.


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(11.7.08) IL CONVENTO BASILIANO DI S. ELIA IN GALATRO (di Michele Scozzarra) - Verso la fine di una lunga giornata di cammino, degli uomini con dei carichi molto pesanti, si fermarono in un posto solitario e lontano dai rumori della guerra, situato in una località montuosa tra i fiumi Potamo e Metramo.
Erano i monaci dell’Ordine di San Basilio che fuggivano dall’antica città di Taureana, perché distrutta dalla guerra. Uno di loro ispezionò il posto e disse: “E’ ben questo il luogo del quale eravamo alla ricerca, credo che andrà bene per noi. Ringraziamo Dio che ci ha permesso di arrivare fin qui sani e salvi”.
Portavano con loro il corpo di Sant’Elia ed in quel luogo edificarono un Convento ed una Chiesa a Lui dedicata: da ciò derivò la denominazione della località. Erano a più di tre miglia da un luogo abitato situato in una vallata attraversata da un piccolo fiume e abitata da famiglie di contadini, artigiani, boscaioli e conciatori di pelli: tale luogo si chiamava Galatro.
Vi si installarono per la notte, era l’anno 1075, e rimasero per molti secoli, fino a quando non furono costretti ad andare via.


Queste poche righe sono, volutamente, scritte nello stile dei romanzi storici: in effetti, la storia dei monaci del Convento di Galatro, anche se ancora sconosciuta in tutta la sua profondità, è in sé un vero romanzo storico, di origini molto antiche, forse alto-medievali...
Mons. Giuseppe Morabito (1858-1923), in una sua famosa lirica, così ricorda la presenza dei monaci Basiliani nel Convento di Galatro:

... Del mondo un tempo fuggendo i perigli
qui vennero romiti
del Gran Basilio i benedetti figli
di questa valle attratti a’ dolci inviti. ...


Oggi sulle alture del Convento non abita più nessuno, forse è rimasto solo qualche anziano pastore rassegnato a morirci. In un tempo come il nostro, che brucia ogni attesa è strano l’effetto che si prova a visitare le rovine del vecchio Convento: dentro le mura abbandonate vengono incontro vecchi fantasmi col volto austero e sereno della fede e con le mani screpolate dal duro lavoro dei campi, che ricordano vicende povere e serie di vita monastica, ignorate dal populismo letterario e dalla sociologia.
Il cortile interno del Convento S. Elia di Galatro prima del restauro Osservando i vecchi scenari del Convento, prodighi nel far riaffiorare immagini passate, comprendo come sia qui radicata, in una pace tanto più grande che il silenzio di questo colle richiama, una identità umana che ha lasciato un segno nei secoli e nella vita della gente: una realtà di valori, di usanze, di fede che, ancora oggi si presenta come la testimonianza di un mondo che non è morto invano, anche se, ai nostri giorni, un "nuovo mondo" ha fatto scomparire tutta questa ricchezza di storia, fede e cultura.
Immagino che la prima questione che si è posta ai monaci Basiliani fuggiaschi di Taureana, è stata quella del posto della nuova fondazione: perché andarono a sperdersi in un luogo così lontano e inospitale? La risposta ritengo sia molto semplice: essi cercavano innanzitutto la solitudine, lontano dalla corruzione e dal frastuono delle città; e poi, dovevano trovare i mezzi per sopravvivere e, per questo dovevano avere terre, pascoli, acqua, un bosco che costituisse una cintura di protezione. Le ragioni, dunque, che indussero i Basiliani a stabilirsi su quel colle, non sono state determinate certamente dalla bellezza del luogo, ma sono state dettate dalla loro stessa vocazione e dal loro stile di vita.
Contrariamente a quanto afferma un certo romanticismo di cattiva leva, la scelta del posto dove stare non fu mai determinata dal desiderio morboso dei monaci di vivere in boschi selvaggi e su terre incolte. Ai nostri giorni il giudizio è cambiato e si ammira la bellezza dei posti scelti dai monaci, si direbbe, con istinto sicuro: questa ammirazione esige delle riserve. La prima è che i monaci non hanno sempre scelto bene, anzi più di una volta hanno dovuto abbandonare la loro prima fondazione: infatti, bande di malviventi che infestavano la zona del Convento di Galatro, costrinsero i monaci a stabilirsi in un posto più vicino all’abitato. In effetti, nel 1582, veniva costruito un altro Convento in contrada “timpa d’Arusi” o “timpa d’Armi”, che fungeva anche da ospizio-ospedale, considerato che attorno si estendeva un bosco con le acque minerali che i monaci avevano scoperto e consigliato per diverse malattie.
La seconda è che il lavoro dei monaci ha profondamente umanizzato il paesaggio: la bellezza di alcuni paesaggi monastici è impressionante, ma il più delle volte si tratta di una bellezza ottenuta dal secolare lavoro dei monaci stessi.
In tutto il periodo medievale, l’arte non è mai stata tagliata fuori dalle sue origini: il suo linguaggio esprime sempre il sacro. Il piano di un Convento non è lasciato, per fortuna, all’immaginazione dell’architetto, ma deve necessariamente comprendere le esigenze della vita comunitaria dei monaci. Tutte le costruzioni, come il Convento di Galatro hanno un’anima, esprimono un messaggio, traducono uno stile di vita: per secoli essi hanno cantato la gloria di Dio e permesso ai monaci che si votavano a Lui di vivere da uomini.
Il Convento di Galatro, anche se adesso è ridotto ad un ammasso di umili resti di un glorioso passato, nonostante lo stato di abbandono, è sempre una sacra pietra vivente che attesta, al di là della barbarie dei tempi e degli uomini, l’irreprensibile volontà dei religiosi che ci abitavano, di vivere pienamente il loro destino, secondo la visione del mondo elaborata dalla loro fede.
Tra le mura di Barlaam (foto 'Gente in Aspromonte') Don Rocco Distilo in un suo mirabile articolo, Galatro al mio sguardo, proprio a voler sottolineare la sacralità e l’insegnamento che viene testimoniato, ancora oggi, dai ruderi del Convento, ebbe a scrivere: “... Alle mie spalle il Sant’Elia, il monte dove un giorno un Monastero di frati basiliani, era cenacolo d’amore e di studio. Mi portò lassù, quasi pellegrino orante e meditante i fasti antichi d’una storia che, alla bellezza della natura, conserta su Galatro e la Calabria tutta una corona di gloria: un passato di fede, di scienza e di arte. Di colle in colle, di balza in balza pare mi venga incontro il Santo Speleota, che quì, forse è sepolto. Ogni pietra, ogni rudere è altare e cattedra. E sento tra le fronde che una leggera brezza mattutina muove appena, un salmodiare dolce. Una soffusa serenità di pace è soltanto turbata dal tormento di sapere e di conoscere. Vorresti quasi scavare con le unghie in questa terra benedetta, vorresti s’aprisse come un libro per leggere e vedere, ma il buio dei tempi e l’oblio ...”.
Per quello che, oggi, si può ricavare dai ruderi del Convento di Galatro, la distribuzione dei reparti conventuali era funzionale alle esigenze della vita comunitaria dei monaci. L’entrata del Convento è costituita da un portale ad arco in pietra quadrata. Appena dentro ci si trova subito in uno dei quattro corridoi del chiostro quadrato che da sul cortile interno mediante quattro serie di cinque finestre ciascuna.
Il cuore del Convento, la sua unica ragion d’essere, è la Chiesa: sia essa umile o suntuosa è da essa che ogni giorno, giorno e notte, si eleva la preghiera dei monaci. Nel Convento di Galatro, la Chiesa è un fabbricato di forma rettangolare con i muri perimetrali lunghi circa 20 metri per 10 di larghezza. Essa è orientata verso levante e, per i tempi in cui venne costruita, doveva essere imponente. L’entrata è ad ovest e tutt’intorno si sviluppano le strutture necessarie alla vita della comunità monastica: il chiostro, il capitolo, la biblioteca, il dormitorio, il refettorio... i locali per accogliere gli ospiti e diversi laboratori per la preparazione del pane, del formaggio, del vino.
In ogni Convento mancava completamente il riscaldamento e l’illuminazione era ridotta al minimo: i mezzi per procurarsi olio di oliva o cera d’api erano rari e costosi; il solo luogo per il quale non si lesinava era la Chiesa, essa era sempre suntuosamente illuminata.
C’è da dire che un Convento non è solamente una punta avanzata della preghiera, ma anche un luogo dove regna il silenzio: silenzio che non è solo l’assenza di rumore, ma silenzio concreto, creativo. Una delle caratteristiche più straordinarie della vita monastica è la sua estrema regolarità... tutto vi è regolato, controllato, organizzato con una minuzia incredibile.
Un’idea falsa sui monaci, che bisogna distruggere, è quella di una vita fatta di monotonia e noia, anzi bisogna dire che la giornata del monaco era, per l’epoca, qualcosa di straordinario: una vita ordinata, tutta di civiltà e di cortesia che per lungo tempo si è tramandata solo nei conventi. Ogni convento aveva un padre ospitalario che era incaricato di accogliere gli ospiti di passaggio. Vi erano anche i malati ed i moribondi, bisognava accoglierli tutti… In fondo, a ben guardare le parole “ospizio” e “ospedale” vengono dalla stessa radice: “hospes” cioè “ospite”.
Soprattutto quando la rudezza dei rapporti tra gli individui era divenuta una legge, ciò che colpiva nell’accoglienza dei monaci era la bonomia, l’umanità: si penetrava in un’oasi di pace e di silenzio dov’era piacevole attardarsi.
Nel volgere di alcuni secoli i Basiliani abbandonarono il Convento di Galatro e, al loro posto, il 28 maggio 1532, si stabilirono i frati Cappuccini che rimasero fino a quando, costretti a continui travagli perché le terre circonvicine erano infestate da bande di malviventi, dovettero abbandonarlo.
In seguito alla partenza dei Cappuccini, dopo molte istanze del popolo di Galatro e di altri paesi vicini, i monaci ritornarono e si stabilirono in un luogo non molto distante dall’abitato, dove costruirono un altro Convento ed una Chiesa dedicata a Sant’Elia.
Isolati dal mondo, poveri, disarmati, poco numerosi, i Cappuccini dovettero provvedere alla loro sussistenza quotidiana: dovettero dissodare, irrigare, fare lavori da contadini, da pastori, da falegnami, da muratori… Spinti solo dalla grande fede che li animava, essi riuscirono a rendere umane le foreste selvagge ed incolte nelle quali vivevano, tramandato rilevanti insegnamenti in tanti campi, così come la paziente opera dei copisti ha tramandato il patrimonio culturale dell’antichità.
I frati Cappuccini costruirono anche il Convento di Santa Maria della Sanità, che usarono come ospizio ed infermeria, continuando a fare uso delle acque minerali che i Basiliani in precedenza avevano scoperto che, sembra, sia stata la loro primaria fonte di reddito.
Da più parti si è osservato che solo in un ambiente artigianale preciso e minuzioso come quello monastico, si era in grado di mettere a punto e di trasmettere, di generazione in generazione, le tecniche delicate che permettevano lo sviluppo dell’apicoltura, la cura del formaggio e anche del vino. Non bisogna dimenticare anche che i monaci sono all’origine di numerosi liquori e acquaviti: essi furono i primi e, per lunghi secoli, i soli a possedere un alambicco ed a saperlo usare. Come ogni Convento, nel Medioevo, anche quello di Galatro aveva il suo orto, le sue erbe medicinali, i suoi vivai… Si può ben vedere che l’attività dei monaci è molteplice, c’è tutta una attività, anche economica, che non è irrilevante.
Prospetto del Convento S. Elia di Galatro prima del restauro Si ha anche notizia che un frate basiliano, originario di Naso,
Conone Navacita (San Cono), di ritorno dalla Terra Santa, intorno al 1200, volle raccogliersi in preghiera nel Convento di Galatro, davanti ai resti mortali di Sant’Elia. Fu in quell’occasione che fece il miracolo, ancora oggi ricordato, di guarire un giovane paralitico dalla nascita, figlio dell’allora Governatore del posto.
Si ritiene anche che l’attività culturale dei monaci di Galatro sia stata notevole: infatti, fu in quel Convento che Bernardo da Seminara, nella prima metà del XIV secolo fu ordinato sacerdote con il nome di Barlaam.
Barlaam compì i suoi studi e ricevette la sua formazione nel Convento di Galatro, divenendo ben presto la figura più eminente della tradizione greca dopo l’estromissione di Bisanzio dall’Italia meridionale: egli, infatti, teologo e filosofo, è il pensatore che mette al servizio della Chiesa orientale le conquiste speculative dell’occidente. Con stima parlarono di lui il Petrarca, che lo ebbe come maestro di greco, ed il Boccaccio.
Il livello di vita spirituale ed intellettuale del Convento di Sant’Elia era tale che Nicolò V, che desiderava tenere florido lo studio della lingua ellenica da promuoversi nei Monasteri basiliani della Calabria, fece restituire ai monaci di Galatro il Convento, che il suo predecessore aveva assegnato alla Chiesa di Mileto: infatti, intorno al 1500, con i beni del Convento si tentò di avviare una scuola di grammatica e di canto per i ragazzi della cattedrale di Mileto, ed una cattedra di greco per i monaci italo-greci.
Copiare manoscritti sembra, all’immaginazione popolare di oggi, essere stata l’attività per eccellenza dei monaci. E benché essi non si siano limitati solo a questo genere di lavoro, anzi tutt’altro, bisogna riconoscere che questo lavoro ebbe sempre una grande importanza spirituale ai loro occhi: tutto ciò che ci è giunto dall’antichità ci è stato trasmesso dal paziente lavoro dei monaci e solo da esso.
I monaci condussero una vita tranquilla nel Convento di Galatro, fino al 1783, quando il terremoto li costrinse ad andare via, distruggendo il Convento ed il fabbricato con le acque minerali.
In seguito, ritornarono e si prodigarono per la popolazione colpita dal sisma, fino a quando, il 30 marzo del 1808, furono cacciati da una legge sulla soppressione dei Conventi.
Si chiuse così una pagina di storia religiosa che per lungo tempo, prima ad opera dei Basiliani e poi dei Cappuccini, innegabili benefici religiosi e sociali aveva apportato alla gente non solo di Galatro, ma di tutta la zona vicina.
Ora i monaci non ci sono più: ma lassù al vecchio Convento i fiori avranno sempre i colori della fede e, l’inquietudine che mi ha spinto a cercare, fra appunti e libri, un mondo scomparso, aleggia adesso sulle contrade del Sant’Elia, in un silenzio religioso che ancora pervade, nei volti assenti degli ultimi vecchi che li sopravvivono soli, nel riverbero di sterpi e roveti.
Nella lentezza di un passato sempre presente nella poesia, ma non nella storia, è possibile rivedere quelle immagini, perché la poesia vive d’immagini che il sogno fa riaffiorare dalla memoria del tempo, la storia invece è fatta di volti che non ritorneranno.

POSTILLA
L’articolo sopra riportato ha visto la sua prima, breve, stesura nell’estate del 1982, quando è stato pubblicato un brevissimo stralcio, sulla rivista "Historia" nella rubrica “Italia da scoprire: Appello ai lettori”.
Mi piace ricordare questa prima pubblicazione, perché allora mi ha fatto guadagnare, come compenso per l’articolo, 50.000 lire... le uniche e sole che mi sono state corrisposte per tutta la mia, ormai lunga e vasta, “attività giornalistica”.
Successivamente, senza alcuna pretesa di ergermi a storico, ma con il grande desiderio di avere sempre un pensiero, verso dei luoghi del nostro paese, che ritengo carichi di storia, cultura e significato, ho ampliato la ricerca, servendomi anche di alcuni appunti e disegni di un lavoro che il caro amico Carmelino Longo, allora studente alla Facoltà di Architettura dell’Università di Reggio Calabria, aveva realizzato per sostenere un esame.
Una sera, nell’Arcivescovado di Messina, insieme a mia moglie, allora studenti universitari, eravamo in compagnia di un caro amico e sacerdote salesiano, don Giuseppe Riggi, purtroppo scomparso di recente, con il quale parlavano in continuazione di Galatro... dei nostri fiumi, dei nostri monumenti, delle nostre chiese. Quella sera avevo in una carpetta proprio il servizio sul Convento di Sant’Elia e don Riggi mi disse se glielo davo da leggere e se ne poteva fare l’uso che più voleva. Gli dissi che non c’era alcun problema... tanto ne avevo altre copie, sia del testo, che dei disegni e delle foto.
Dopo qualche giorno, quando l’ho salutato per le vacanze di Natale, mi ha detto che mi avrebbe fatto un regalo e lo avrei potuto vedere anche da Galatro... Ho capito cosa voleva dire quando, mattina del 28 dicembre del 1982, ho visto il mio servizio sul Sant’Elia, riportato su quasi tutta la Terza pagina della Gazzetta del Sud, con tanto di foto e disegni.
Da allora, sempre con l’aggiunta di qualche piccolo ritocco, l’articolo è stato pubblicato più volte... su Proposte di Nicotera, su l’Unione di Cosenza, sul Quotidiano della Calabria...
Il volerlo riproporre ancora una volta, vuole essere il mio piccolo, testardo, contributo allo stimolo della conoscenza e valorizzazione delle pagine più significative del nostro passato, il che, per dirla alla maniera di Guareschi, oltre ad essere istruttivo... è anche molto bello!


Nelle foto:
in alto il cortile interno del Convento S. Elia di Galatro come si presentava alcuni anni fa prima del restauro;
al centro i corridoi intorno al chiostro come si presentano oggi (foto Associazione Gente in Aspromonte);
in basso il prospetto del convento come si presentava prima del restauro.


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(20.7.08) I FIGGHI (di Biagio Cirillo) -
Cu ndavi tanti figghi eni "graziatu",
cu ndavi pocu è “sempri cchiù stressatu”:
ntro primu casu no nci passi vizi,
ntra lu secundu nci li passi tutti.

Cu ndavi unu dici ca eni pocu,
cu ndavi dui già nci cadi focu,
cu tri è già famigghia numerosa,
si aumentanu è a rovina di la casa.

Non eni tempu di cazi sciancati,
ma mo li vonnu a moda e firmati,
no si canusci pani cu la muffa,
la pasta e la carni l’hannu stuffa.

Cu i figghi no si poti discutìri
e li cunsigghi no si ponnu dari,
sannu tuttu idhi già m’partenza,
ti mentinu li pedi supa a panza

A vita mò purtroppu eni cara,
li fica no li cogghinu da ficara,
mo avimu m’accattamu quasi tuttu,
lu pani, lu vinu e lu prosciuttu.

Na vota ndi cogghiemu li minestri,
quant’era bellu a li tempi nostri,
no sacciu comu fannu sti figghioli
si tornanu di novu i tempi duri.

Che ne dite? Con i tempi che corrono, chi più e chi meno ci sentiamo impotenti verso la nuova generazione dei nostri figli. Vuoi per il progresso, vuoi per la moda, per la troppa libertà o per il benessere, a volte ci rendiamo conto di viziarli troppo.
Pensando a tutto questo mi è venuta l’ispirazione di scrivere questa poesia e, come al solito, l'ho inviata alla Redazione che con la sua sensibilità, dopo averla esaminata, la pubblicherà.
Ringrazio e saluto lo staff di Galatro Terme News che con la sua pazienza ci ascolta tutti.


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(28.7.08) SEI CALABRESE SE... (di Emanuela Cirillo) - Ciao Redazione, sono Emanuela Cirillo, "a niputi i cumpari Gori" e quindi anche la nipote del nostro poeta Biagio Cirillo, e figlia di Carmelo. Ho trovato questa cosa carina sui calabresi:

Sei calabrese se...
  • ...pur non avendo un lavoro e un euro in tasca offri il caffè al bar ai tuoi amici!
  • ...ti lamenti sempre della tua città e quando sei fuori la vanti come se fosse il paese delle meraviglie!
  • ...quando vivi fuori, almeno una volta al mese ricevi il pacco che ti manda tua madre da giù con tutte le cose tipiche!
  • ...ami la tua terra e ti fai le vacanze nei tuoi posti di mare.
  • ...pur vivendo al Nord da dieci anni, non hai perso una virgola del tuo meraviglioso accento!
  • ...trovi un portafoglio per terra e "ti futti tutti li sordi... e puru u borsellinu si è bonu".
  • ...parcheggi la macchina in quinta fila e dopo ti lamenti pure perché ti hanno fatto la multa.
  • ...per fare 100 metri prendi la macchina!
  • ...già quando hai un anno sai ballare la tarantella e suonare il tamburello.
  • ...hai la marmitta modificata e i neon blu nella macchina.
  • ...abiti in un paesino di 4000 abitanti e conosci tutti.
  • ...ad ogni rumore che senti ti affacci a vedere chè è successo.
  • ...parli con tutti e gridi anche se la persona a cui parli ti sta a 10 cm di distanza.
  • ...vai al militare perché non sai che fare del tuo futuro.
  • ...dopo 3 ore che conosci una persona la inviti in Calabria per le vacanze estive.
  • ...al parcheggiatore abusivo dai 50 centesimi "quantu mu tu cacci davanti".
  • ...almeno una volta nella vita sei stato raccomandato!
  • ...quando vai in macchina alzi la musica a palla.
  • ...quando incontri fuori dalla Calabria un tuo concittadino che non avevi mai cagato in città, ci parli come se usciste insieme da una vita!
  • ...dici di non essere permaloso e ti incazzi ad ogni appunto che ti fanno!
  • ...quando vivi al Nord almeno una volta al giorno ti viene nostalgia della tua terra e della sua gente!
  • ...ridi anche nelle situazioni drammatiche e fai divertire la gente.
  • ...vai al Nord per lavorare per la tua famiglia.
  • ...ti fai in quattro per fare un favore ad un amico.
  • ...lavori in nero pure tutta la vita.
  • ...passi l'estate tra disco e sagre di paese.
  • ...il sabato sera vai a ballare solo se hai gli omaggi.
  • ...hai sempre un sorriso e un consiglio per gli amici.
  • ...ti chiamano terrone al Nord e non ti offendi, anzi.
  • ...hai un soprannome che ti danno gli amici del paese.
  • ...in estate la prima volta che ti abbronzi, ti ustioni e spelli.
  • ... ma sei calabrese soprattutto quando non ti vergogni della tua terra e ricordi sempre il luogo dove sei nato. Quando la esalti per il mare e la buona cucina, il sole caldo anche d'inverno, per l'ospitalità della gente e per tutte le bellezze che la rendono una terra splendida!

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    Guerino De Masi (31.7.08) NO, NON SONO SPARITO: ECCO I MIEI VERSI (di Guerino De Masi) - No, non sono sparito! Ho solo un po d'impegni in più. E la sera, tornando in ufficio, accendo il mio computer. Come pagina iniziale ho impostato: "Galatro Terme News"! Non mi sfugge dunque nulla di quanto si scrive su Galatro.
    Qualche tempo fa sorridevo leggendo le piccole scaramucce della mia Galatro e pensavo agli
    scritti di Michele Scozzarra su Guareschi con "Peppone e don Camillo". Non siamo a Reggio (Emilia), ma vedo che comunque di Reggio si tratta... e il buon Fernandel l'avrei con piacere sentito recitare in calabrese! Chissa che una buona risata salutare non ci avrebbe tutti coinvolti.

    Ho vissuto per un po di tempo a Reggio Emilia, e i "Pepponi con i Don Camillo" ci sono ancora tra questa brava gente dalla socialità facile ed immediata.
    Ho conosciuto anche Fernandel quando, nel lontano '65, ero in una scuola alberghiera nel Jura, in Francia, presso Ginevra. L'attore albergava nel nostro hotel "La Mainaz" che vi invito a visitare almeno virtualmente- www.la-mainaz.com/htfr/frameset.htm. La troupe, stava girando il film: "Le voyage du père" (Il viaggio del padre) che purtroppo non ho mai visto, ma per i quindici giorni che fu ospite, toccò a me portargli la colazione in camera ogni mattina alle cinque! Abbiamo quasi fatto amicizia... quando ha saputo che sono italiano, gli piaceva dialogare con me in italiano, io che di italiano sapevo ben poco. Gli feci comunque il ritratto (a pennerello) che mi autografò con piacere.

    La lettera di saluto che il nostro signor Sindaco Carmelo Panetta ha letto a Don Giuseppe che lasciava Galatro... (non me ne vogliano e mi perdonino lor signori) mi faceva involontariamente accostarli ai personaggi del nostro Guareschi, così sapientemente a noi ricordato dal caro Michele Scozzarra.

    E per concludere, nel testo di Emanuela Cirillo - Sei calabrese se... - una delle sue frasi mi ha colpito: ...pur vivendo al Nord da dieci anni, non hai perso una virgola del tuo meraviglioso accento!
    Son più di dieci anni che vivo al Nord e vorrei anch'io dire che l'accento ce l'ho ancora, o no?
    Pertanto ho voluto cimentarmi nel raccontarmi in calabrese (rime escluse, non me ne vogliano gli appassionati esperti di poesia in vernacolo).
    Allora, ci provo...

    Quandu penzu a Galatru...

    ...penzu a curva e a casa mia,
    a crisomulara di “guardiafili”
    e o trappìtu cu nu mulinu di sutta a via.
    A calateda, chi pe mmia sulu chista è,
    doppu a chiazza pe ssutta ghìa;
    e dhà mi ricordo ca nc’era na funtaneda,
    cu brutti lippi, ardichi e sambuchi.
    Nu senteru mi ricordu
    ntra spini e canniti,
    cu na terra fina fina
    chi m’abbrusciava i pedi
    pè u tantu caddu chi facìa,
    ma non sudavu.
    No sacciu finna a undi ghìa,
    era a menzu all’arangàri,
    angri, ficandiani e cicali,
    ma stu senteru era vicinu a casa mia.
      Quand’era piccirìdhu...

    ...sapiti chi mi succedìu?
    No ghìa certu u m’alluntanu,
    sempri ntornu a casa ghiocava
    e pemmu vaiu sutta a hiumaredha
    vozzi mu zumpu lu muredhu.
    Chi voliti, era picciridhu
    e cu a facci avanti finivi,
    nu birnòculu grossu comu n’ovu
    propriu tra la frunti comparìu.
    “Mentitinci na lira di ferru ca nci passa!”
    E cu nu fazzulettu m'a ligàru,
    ma poi fu u medicu chi mi tagghiàu,
    pecchì u pussu no si ndi ghìa.
    E comu mu scordarìa?
    Pemmu mu ricordu ca su da curva
    tutti i ghiorna u tagghiu in frunti
    a mmi tocca di vidìri.
    Ma chistu è nenti,
    si penzu a comu era contentu
    quandu era a Galatru,
    figghiu i Peppi i Masi da “curva”.

    Un caro saluto alla Redazione ed ai miei compaesani.
    Un particolare saluto alla milanese di Roma che come me apprezza gli scritti del caro avvocato Michele Scozzarra.

    Nella foto in alto: Guerino De Masi.

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    Biagio Cirillo (4.8.08) U MENZAGUSTU A MENZU LI FAGHI (di Biagio Cirillo) - Finalmente il nostro amico Guerino è uscito da un lungo letargo. Ciao carissimo, io purtroppo non ti ho più telefonato perché per errore ho cancellato tutti i numeri della sim del mio telefono; il discorso vale anche per gli altri amici che da tempo non mi sentono, comunque spero stiate tutti bene.
    Sono contento di leggere i complimenti che i lettori inviano a Michele per i suoi capolavori, io personalmente gli devo portare quelli degli amici di Bolzano che insieme a me hanno avuto modo di leggerli; altrettanti complimenti sempre dai miei amici vanno al nostro sito (cioè a tutto lo staff), un sito valido a tutti gli effetti.
    L’anno scorso, insieme ad alcuni paesani (non faccio i nomi per paura di dimenticarne qualcuno) e i miei familiari, abbiamo festeggiato il ferragosto in mezzo a quei favolosi faggeti, una giornata indimenticabile.
    Con l’augurio che si possa ripetere anche quest’anno voglio dedicare a tutti loro una piccola e simpatica poesia, almeno dal mio punto di vista:

    U menzagustu a menzu li faghi

    Na jornàta a menzu li faghi,
    cu omani, fimmani e puru cotràri,
    si zzumpa, si balla,
    si ghioca a la palla.

    Cadìmu pe n'terra a rumbulùni
    quandu facìmu u tiru alla funi;
    nd’izamu di n'terra e ricuminciamu,
    si cuzza la corda e ndi sdarrupamu.

    Smettìmu lu jocu,
    appicciamu lu focu,
    a carni no manca
    e u caddu ndi sbampa.

    Cu menti e cu gira,
    a carni russìghija
    e poi chi profumi
    nta chidhj cafuni.

    Cu pigghia la carni,
    cu misura lu vinu,
    mangiamu di tuttu
    e puru mbivìmu.

    A fini, d'a tavula,
    pisanti nd’izamu,
    scherzamu, arridimu
    e puru cantamu.

    C'è poi cu abbàlla
    la tarantella
    e cu troppu mangiàu
    si ghetta pe n’terra.

    C'e puru cu dormi
    cu tantu di gustu
    e così pe chist’annu
    passàu u "menzagustu”.

    Quando leggerete questa poesia sicuramente sarò in mezzo a Voi dal momento che sto facendo di tutto per arrivare la sera della Sagra della Melanzana. Mi raccomando, se trovo traffico e arrivo tardi, lasciatemi la mia porzione da parte e tre-quattro birre in fresca (possibilmente con il conto pagato).
    Un ultimo saluto virtuale prima delle ferie a tutti Voi da parte di tutti i "Merli" di Bolzano, tutti pronti a volare verso la propria terra d’origine.
    Ciao Galatro, a presto.

    Nella foto in alto: Biagio Cirillo.

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    Francesco Zoccali (6.8.08) E SE LA MATEMATICA FOSSE DAVVERO UN'OPINIONE? (di Francesco Zoccali) - Si dice spesso che la Matematica non è un'opinione poichè obbedisce ad un rigore logico senza pari, infatti le sue asserzioni (come i teoremi) sono la conseguenza di una serie di passaggi (dimostrazioni) supportati da un rigido formalismo logico-consequenziale che non lascia spazio a nessun dubbio di sorta.
    In realtà però, facendo qualche considerazione tipica della Filosofia delle Scienze, si giunge a delle conclusioni che minano alla base in particolare la Matematica dimostrando come essa potrebbe essere tutta una assurda e paradossale congettura.
    A tal proposito vorrei presentare innanzitutto una curiosa dimostrazione che porta ad un paradosso.
    Consideriamo la seguente serie di uguaglianze in cui compaiono i parametri a e b ed ipotizziamo che sia a = b con a che può assumere qualsiasi valore:

    Il primo termine delle suddette uguaglianze è uguale all'ultimo termine per cui possiamo scrivere:

    Sappiamo inoltre che:

    La 'formula 1' e la 'formula 2' hanno i primi membri uguali quindi anche i secondi membri sono uguali tra loro:

    Dividiamo ora i due membri della suddetta uguaglianza per l'espressione (a-b) ed otteniamo:

    Essendo a = b possiamo scrivere ulteriormente:

    Questa uguaglianza ottenuta è valida per a = 0 (infatti sostituendo a con 0 nell'uguaglianza otteniamo 0 = 0 che è una identità accettabile) ma se sostituiamo ad a un qualsiasi valore l'uguaglianza diventa assurda. Se ad esempio sostituiamo ad a il valore 1 otteniamo 1 = 2 che è una evidente assurdità. Abbiamo fatto dei semplici calcoli di algebra e siamo giunti ad un assurdo inconcepibile per una disciplina come la Matematica che è sempre precisa e rigorosa.

    Possibile che la Matematica sia così paradossale da smentire se stessa?

    In realtà nell'esempio suddetto vi è un passaggio che non va bene e quindi la Matematica per il momento è salva. Finora infatti facendo calcoli e dimostrazioni matematiche non si è mai giunti a conclusioni assurde e così la Matematica continua a vivere in ottima salute. Ad ogni modo c'è da dire che questa scienza, seppur rigorosa nelle dimostrazioni, parte però da assiomi asseriti a priori che non sono dimostrati e potrebbero essere fin dall'inizio in contraddizione tra di loro. Se così è, un giorno, arriveremo probabilmente ad una conclusione matematica assurda del tipo di quella proposta nel mio esempio e la Matematica risulterebbe non valida. Per capire meglio possiamo prendere in considerazione la Geometria. Sappiamo che un punto è definito come un ente senza dimensioni e che una retta è un insieme infinito di punti, inoltre, dati un punto ed una retta, ci è stato insegnato che per il punto dato passa una e una sola retta parallela alla retta data e che due rette parallele non si incontrano mai. Tutte queste definizioni non sono dimostrate, non sono conseguenti a nessun ragionamento, sono degli assiomi o postulati assunti come veri di per sè. Tali assiomi potrebbero essere teoricamente in conflitto tra di loro e le loro conseguenze potrebbero quindi essere assurde.
    Del resto non esiste una sola Geometria: quella che più conosciamo è la Geometria Euclidea ma partendo da postulati diversi si sono sviluppati altri tipi di geometrie. Ad esempio partendo tra l'altro dall'asserzione che per un punto dato passano infinite (o nessuna) rette parallele ad una retta data, si perviene a delle Geometrie diverse da quella Euclidea quali sono la Geometria di Riemann e la Geometria di Lobacevskij che sono usate e funzionano ed hanno diritto di vita al pari della Geometria Euclidea.
    Si nota quindi come gli assiomi da cui si parte nelle scienze cosiddette "esatte" sono determinanti per tutto il proseguo logico di una teoria, infatti abbiamo visto che partendo da assiomi diversi possiamo teorizzare geometrie del tutto diverse e ugualmente valide. Se tali assiomi però sono implicitamente in contraddizione tra di loro si potrà pervenire prima o poi a risultati contraddittori e la teoria inevitabilmente crollerebbe risultando non valida. Ciò è quanto potrebbe succedere un giorno alla Matematica. Facciamo tutti gli scongiuri del caso perchè senza Matematica perderebbero di validità tutte le nostre conoscenze scientifiche e forse verrebbe anche falsato il nostro usuale modo di ragionare che ci permette di fare quotidianamente semplici calcoli algebrici.

    Nella foto in alto: Francesco Zoccali.


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    La Copertina del CD di Francesco Cortese (8.8.08) IL CD DI FRANCESCO CORTESE (di Massimo Distilo) - Interessante recente realizzazione, per l'etichetta Sidem Record, da parte del giovane talento musicale galatrese Francesco Cortese. Si tratta di un CD di musica popolare dal titolo Li belli canti calabrisi in cui sono inseriti quindici piacevoli brani che hanno come tema di fondo l'amore e l'attaccamento alle proprie radici e tradizioni.
    Francesco Cortese, conosciuto già come bravo suonatore di pianoforte, tastiere in genere e chitarra, dimostra in questo CD di possedere delle doti canore fuori dal comune e di aver assimilato i moduli tipici del canto di tradizione calabrese, oltre che una capacità espressiva che riesce a coinvolgere l'ascoltatore.
    Due dei brani sono stati scritti dallo stesso Cortese: "Io sugnu galatrisu" mette mirabilmente in evidenza quelle che, secondo l'artista, sono le caratteristiche salienti della "galatresità" ("nd'aiu li doti di lu santu e sacciu aundi mu si menti u puntu; io mentu sempi acqua ntra lu focu senza bisognu d'esseri chiamatu...");
    anche l'altro brano di sua creazione, questa volta a tema amoroso, "Tu anima mia", rivela una delicata vena musicale nell'esternare le proprie emozioni.
    Non mancano all'interno della raccolta i pezzi divertenti, anche con riferimenti all'attualità ("Mannaia li sordi pacci"), o all'uso utilitaristico dell'erotismo ("Me' cummari Rosa"), o al bere due bicchieri in compagnia ("Mi la cantu e mi la sonu"). In quest'ultimo Francesco si avvale della collaborazione del cantante Peppe Manto.
    Uno dei quindici brani, "Gente di Calabria", fa riferimento al mondo struggente dell'emigrazione e, forse non a caso, è l'unico cantato in lingua italiana.
    Vi proponiamo sotto, a titolo di esempio, alcuni brevissimi frammenti in formato Mp3 (solo pochi secondi per ovvi motivi di copyright) di alcuni dei pezzi di questo artista che contribuisce a tenere alto il vessillo della musica galatrese e al quale auguriamo ulteriori brillanti affermazioni.

  • Mi la cantu e mi la sonu
  • Io sugnu galatrisu
  • Mannaia li sordi pacci
  • Me' cummari Rosa
  • Gente di Calabria
  • Tu anima mia

    Nella foto in alto: la copertina del CD di Francesco Cortese.

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    (12.8.08) IMMAGINI DI FIORI (di Giuseppe Macrì) - Ecco uno slide animato realizzato con una serie di 17 suggestive foto di fiori scattate da Giuseppe Macrì. In sottofondo musiche di Respighi. Si consiglia la connessione ADSL per una visione di buona qualità.

    Visualizza lo slide


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    Franco Camillò: 'Galatro' (20.8.08) GALATRO IN UNA TELA DEL PITTORE FRANCO CAMILLO' - Il noto pittore di origine polistenese Franco Camillò, che qualche tempo fa ha ripetutamente esposto a Milano - Galleria d'Arte "Ars Italica", Galleria d’Arte "Nove Colonne" - ha dedicato uno dei suoi quadri a Galatro.
    Allievo di Giuseppe Pesa, Camillò è considerato il prosecutore solitario di una scuola che continua a dare i suoi frutti nel mondo dell'arte contemporanea attraverso il suo stile personale, i suoi colori, i paesaggi, le marine, i casolari che incantano e commuovono.
    Il quadro dedicato al nostro paese - e che si intitola "Galatro" - ne riproduce, come si può vedere nella foto a sinistra, uno scorcio piuttosto atipico. Si notano Montebello e la chiesa della Montagna visti da un'angolazione inconsueta che comprende in parte anche alcune zone del rione Magenta. Interessanti le tonalità cromatiche usate da Camillò che conferiscono all'opera una caratteristica vivacità.
    Riportiamo alcune considerazioni di critici su questo pittore. Fortunato Valenzise scrive: "Franco Camillò ha portato con sé la gioia di vivere di una natura vera, straordinaria nei suoi siti, nei suoi colori, nella sua luce ma soprattutto nella eccezionale poesia segreta, vergine ed autentica che la sua terra e la Calabria ancora possiedono a piene mani. [...] Non è una realtà obiettiva di pedante precisione fotografica, ma si tratta, invece, di una schietta visione pittorica emozionata e intrisa di poesia, una di quelle visioni straordinarie sorte, ed in vita, per un'arcana magia, visto il caotico mondo che ci rotola veloce intorno, bislacco e tossico da far sfumare lontano tanta bellezza. I tanti meridionali che vivono nella nostra Milano, possono testimoniare la sublime e lirica verità che emana dai quadri di Camillò, ed anche i concittadini di questa città d'avanguardia aspirano e vagheggiano in un angolo del loro cuore, questo mondo vivo, vero ed incontaminato che la Calabria, per fortuna, ancora oggi conserva."
    Siro Brondoni invece dice di lui: "E' un creatore di puro istinto, che ha un rapporto immediato e spontaneo con la sua materia piena di luce. Il suo mondo tranquillo e sereno ci trasporta in paesaggi di ulivi secolari arroccati sulle pendici dell’Aspromonte fino alle splendide marine di Scilla e tutta la costa Viola. Camillò ci emoziona profondamente con le sue imprevedibili visioni."

    Franco Camillò: 'Santa Margherita Ligure'

    Nelle immagini due opere di Franco Camillò: in alto "Galatro"; in basso "Santa Margherita Ligure".


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    Praga con la Moldava e il ponte Carlo (25.8.08) UN'ANTICA COLONIA DI GALATRESI A PRAGA - Esiste a Praga un'antica colonia di galatresi formatasi circa cinque secoli fa. Non sappiamo fino a che punto rimanga ancora nei discendenti di questi nostri antenati, trasferitisi nella capitale della Boemia verso la metà del XVI secolo, la consapevolezza di provenire dal nostro vecchio borgo medievale. Comunque essi conservano ancora dei cognomi che, sia pur trasformati dalle varie dominazioni succedutesi (tedesca, ceca), hanno però una chiara assonanza con i cognomi galatresi: è presente ancora invariato per esempio il cognome Zito.
    L'imperatore Massimiliano II d'Asburgo Naturalmente ci si chiede: come mai dei galatresi, anche in quantità numerosa, sono andati a finire, verso la metà del 1500, in quella che è da molti considerata la più bella città d'Europa, la "Città d'Oro"? E' presto detto. L'imperatore Massimiliano II d'Asburgo (1527-1576), che aveva ottenuto dal padre Ferdinando il regno di Boemia, voleva introdurre a Praga l'arte della concia delle pelli. A chi rivolgersi? A quei tempi era cosa nota: se avevi bisogno di pelli lavorate dovevi andare a Galatro. Così l'imperatore condusse a Praga una colonia di galatresi, vere autorità in quest'arte, affiancati da alcuni aiutanti provenienti da altre zone della Calabria, e li situò in un rione lungo la Moldava, il fiume di Praga che, come nel suo piccolo fa qui da noi il Metramo, divide in due parti la città (l'acqua del fiume era importante per la concia delle pelli). Tale rione era detto "Calabricat" e forse conserva ancora tale denominazione.
    Sono trascorsi ben cinque secoli da quegli eventi ed aqua ne è passata in abbondanza sia sotto il ponte Carlo (uno dei più importanti di Praga) che sotto quello dell'Annunziata, ma chissà che non esista qualche possibilità di ristabilire un collegamento con questi nostri vecchi "cugini" dai cognomi simili ai nostri, che oggi parlano ceco e tifano per la nazionale di Nedved.
    Se andate a Praga, magari chiedete del quartiere!

    Il ponte Carlo a Praga   Panorama di Praga con il Castello Hradschin

    Nelle foto: in alto a destra Praga con la Moldava e il ponte Carlo; a sinistra l'imperatore Massimiliano II;
    in basso a sinistra il ponte Carlo; in basso a destra una veduta di Praga con il Castello di Hradschin.

    Fonti bibliografiche: V. Capialbi, Lettere al Cav. G. Oliva, 1833, in F. Albanese, Vibo Valentia nella sua storia, 1962.


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    (31.8.08) NEGLI ANNI TRENTA ESPORTAVAMO LA BANDA (di Massimo Distilo) - Vi propongo un piccolo studio basato su un'antica foto della Banda di Galatro. La foto è stata scattata sui piani di Zervò, nei pressi del Sanatorio, nel 1931. Dietro la foto è scritta a mano la seguente frase: "Dal Sanatorio Addì 30 Agosto 931". Zervò è una nota località di montagna, a cui si accede salendo da Molochio, e dove si trova un'imponente struttura - il Sanatorio - utilizzata fino ad un certo tempo per la cura dei malati di polmoni. In epoca recente, dopo adeguato rifacimento, la struttura è stata data in gestione all'organizzazione di Don Gelmini per il recupero di tossicodipendenti ed emarginati.
    Ma guardiamo un po' la foto:

    La Banda di Galatro sui piani di Zervò nell'agosto 1931

    Viene subito da chiedersi naturalmente se qualche nostro antenato si trova nella foto (se i lettori riconoscono qualche personaggio lo possono segnalare all'email del sito). Ma ci si chiede anche: che ci fa la Banda di Galatro sui piani di Zervò, tra la folta vegetazione, in pieno ventennio fascista? Il 30 Agosto del 1931 era una Domenica e dunque l'unica risposta possibile è che la Banda sia stata chiamata ad esibirsi in occasione di festeggiamenti legati a qualche evento religioso o semplicemente per i malati del Sanatorio. Da tenere presente che ancora oggi tale località di montagna non è molto popolare a Galatro rispetto alle più comuni Sant'Elia, Prateria, Serra San Bruno, Zomaro, Limina, Gambarie, etc. Inoltre i collegamenti all'epoca erano di certo molto più difficili di adesso e dunque la località dove si trovava la nostra Banda in quella domenica d'agosto del 1931 poteva essere senz'altro considerata "lontana".
    Non mi azzardo a tentare di ricostruire che cosa eseguì la Banda in quell'occasione visto che non abbiamo dati a disposizione. Un aiuto potrebbe giungere se qualcuno dei 48 personaggi ripresi nella foto fosse ancora vivente, cosa non improbabile visto che in basso sono presenti diversi ragazzini, come si può vedere nei riquadri in dettaglio riportati qui sotto.

    Giovane elemento della banda   Giovani strumentisti

    La presenza del maestro Antonio Annetta, seduto nella fila centrale con la sua espressione autorevole, vestito di tutto punto con tanto di cappello quasi a bombetta, baffi, panciotto, cravatta e distintivi vari, suggerirebbe che la banda abbia eseguito nell'occasione un programma "da palco" piuttosto impegnativo. Se si fosse limitata ad una semplice esecuzione "di giro", con le tradizionali marcette d'occasione, il maestro non si sarebbe probabilmente neanche mosso da Galatro, incaricando della direzione qualcuno degli strumentisti di sua fiducia più esperti e collaudati.

    Il maestro Antonio Annetta

    D'altronde, il lungo periodo di direzione di Annetta - circa un decennio, dal 1927 al 1936, anno in cui il maestro morì (vedi precedente articolo) - è stato forse il migliore in assoluto della Banda di Galatro, con successi in tutta la regione grazie ad un vasto repertorio ed un ampio organico. Gli strumentisti nella foto sono nell'occasione ben quaranta con in più il maestro.
    Spezzando la foto in tre fasce si vede che 17 musicisti sono in piedi nella fila in alto:

    Fila in piedi della Banda di Galatro

    12 sono seduti nella fila centrale, assieme al maestro Annetta:

    Fila centrale della Banda di Galatro

    e 11 sono seduti a terra nella fila in basso.

    Fila in basso della Banda

    Da notare che tutti gli elementi della banda sono vestiti in modo impeccabile, con elegante divisa in stile americano (quasi New Orleans), berretto, camicia chiara intonata col calzino e cravatta a farfalla.
    Ma oltre ai quaranta musicisti ed al maestro, nella foto sono presenti anche sette personaggi esterni alla banda. Si trovano tutti in piedi nella fila in alto. Esaminiamoli un po'. Tre di loro sono uno a fianco all'altro nella parte sinistra della foto.

    Personaggi della Banda di Galatro nella parte sinistra della foto

    Il primo, che sembra il più giovane, porta un largo berretto chiaro in stile "coppola", molto di moda all'epoca. Gli altri due sono senza copricapo, ma anche loro elegantemente vestiti. Quello a destra è uno dei soli due personaggi della foto a portare gli occhiali (l'altro che sembra forse portarli, ma non si distingue bene, è lo strumentista subito sotto di lui un po' a sinistra con in mano il clarinetto piccolo). Chi sono costoro? Degli accompagnatori della banda, procuratori, amici del maestro o parenti di qualche strumentista? Sono di Galatro o sono del luogo? Le ipotesi sono aperte.

    Tre personaggi esterni alla Banda

    Da notare che, subito alla destra di questi tre personaggi, c'è l'unico strumentista che indossa la camicia nera sotto la giacca della divisa. Forse è un fascista convinto, ha un atteggiamento fiero e tanto di baffi in stile hitleriano - anche se mancano ancora due anni all'avvento al potere del Fuhrer - e se non fosse per lo strumento che tiene alla sua sinistra, lo si potrebbe facilmente scambiare per un Obergruppenfuhrer delle SS:

    Strumentista in camicia nera

    Anche nella parte centrale della foto, sulla sinistra in piedi, si notano due personaggi esterni alla banda. Anche loro sono in giacca e cravatta. Da notare il taglio di capelli trapezoidale, tipico dell'epoca, di quello a sinistra, mentre quello a destra, con cappello, è parzialmente coperto.

    Personaggi della Banda di Galatro nella parte centrale della foto

    Pure sul lato destro della foto ci sono due personaggi esterni alla banda. Quello di destra ha un'espressione giuliva e berretto scuro in stile "coppola".

    Personaggi della Banda di Galatro nella parte a destra della foto

    Molto misterioso appare invece il personaggio attempato a sinistra che sembra uscito da un quadro di Manet. Ha un cappello di sbieco "alla malandrina", baffi bianchi in stile Umberto I, espressione severa, sguardo diretto "in macchina" e posizione un po' distaccata rispetto al resto del gruppo. Sembra quasi dire: "Ccà a cumandu io!"

    Personaggio con baffi all'Umberto I e cappello di sbieco

    Attenti anche ad uno degli elementi della banda nella parte destra della foto. E' l'unico ad avere in mano degli spartiti, oltre allo strumento (una tromba), ha un'espressione aperta e interessata, folta e ribelle chioma. Insomma sembra proprio possedere tutte le caratteristiche del vero "artista", almeno in apparenza.

    Strumentista dalla chioma ribelle

    Da notare infine che la banda è ben equipaggiata con strumenti musicali - come si vede nella foto - sicuramente all'avanguardia per l'epoca. Oltre alle percussioni ben in mostra - grancassa, tamburo e piatti - si notano le più disparate tipologie di "ottoni" e soprattutto di "legni": le varie famiglie di clarinetti, compreso il "piccolo in mi bemolle" in mano, nella parte sinistra della foto, al musicista seduto che sembra portare gli occhiali. La presenza del clarinetto "piccolo" induce a pensare che un programma solistico impegnativo sia stato eseguito dalla banda nell'occasione.

    Tutto ci dà conferma che la Banda di Galatro era all'epoca certamente una della più valide della regione. Nel paese, pur considerando le difficoltà oggettive del periodo in questione, si realizzavano cose di valore, non certo semplici da mettere in atto, che venivano apprezzate anche fuori dagli stretti confini territoriali, in un'epoca in cui le comunicazioni non erano di certo facili.
    Oltre settantanni dopo quell'evento, lo stesso spiazzo di Zervò che nell'agosto del '31 vedeva esibirsi la banda di Galatro, nell'agosto 2004 è occupato invece dal cantante Amedeo Minghi. Come si può notare, qualche albero è un po' ingrossato ma è forse lo stesso.

    Amedeo Minghi canta oltre 70 anni dopo nel luogo dove si esibiva la Banda di Galatro

    Di certo i tempi sono cambiati. Ma c'è da chiedersi: negli anni Trenta Galatro aveva qualcosa da esportare, per esempio la propria Banda musicale. Ed oggi? Galatro ha ancora qualcosa da esportare?

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    (5.9.08) LE CARTOLINE POSTALI DELLA BANDA (di Michele Scozzarra) - Caro Massimo,
    la foto che hai egregiamente commentato della Banda di Galatro, la possiamo ben definire, tanto per non staccarci dal tema musicale, una vera “sinfonia”, che ci testimonia un nostro retroterra culturale del quale c’è da andare, veramente, orgogliosi.
    Le immagini che hai selezionato ci fanno capire che la “nostra” banda era qualcosa di diverso (e qui nessuno ce ne voglia!) di quanto all’epoca esisteva in tanti paesi della nostra provincia...
    La visione che si presenta anche al più incompetente e distratto lettore, è quella di avere di fronte qualcosa di grande... sia per il numero dei componenti la banda, che per la completezza e varietà di strumenti che, per l’epoca, non doveva essere una cosa da poco.
    Si capisce bene che non siamo di fronte a qualche piffero, zampogna, tamburello e tamburo (senza nulla togliere alla grande tradizione musicale che ne è scaturita da queste piccole bande!).
    E che la fama e la professionalità di questa nostra vecchia espressione culturale, della quale c’è da andare veramente orgogliosi, sicuramente ha superato i confini del nostro territorio è da rilevarsi anche dal fatto che, cosa assolutamente rara per l’epoca, sotto l’intestazione “Concerto Musicale G. Puccini”, Maestro Direttore, Prof. A. Annetta, Galatro, sono state realizzate delle cartoline postali, con tanto di foto, programma di esecuzione (che tu, sicuramente, potrai commentare con la competenza che io non ho!).
    Ritengo di fare cosa gradita a tanti lettori, rendendo pubblica la cartolina in mio possesso.

    Biagio Cirillo

    Biagio Cirillo

    Nelle immagini: cartolina postale degli anni '30 della Banda di Galatro.

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    La Madonna sale verso la Cona in una processione di anni fa (7.9.08) SULLA FESTA DELLA MADONNA DELLA MONTAGNA (di Michele Scozzarra) - In questo inizio di settembre ancora estivo, mi piace scrivere dei festeggiamenti che hanno luogo in molti centri della Calabria, in onore della Madonna della Montagna: a Reggio, a Taurianova, a Polsi e nella nostra Galatro.
    E volendo scrivere della Madonna della Montagna, come non fare riferimento all'Aspromonte, non come luogo di mafia, di omicidi, di paura... ma luogo del millenario Convento basiliano, dei frati che per tanto tempo hanno portato l'immagine della Madonna di Polsi sul petto, in una grande lastra di rame... la Madonna, scolpita nel tufo e colorata, con due occhi neri e fissi che guardano da tutte le parti... una Madonna che non ha nulla di dolce, ma d'imperioso, che nessuno può muoverla dalla sua nicchia senza che avvenga un terremoto, e per poterla portare in processione, poiché non c'è festa senza processione, se n'è fatta una copia, più leggera e non così bella.
    Il culto per "questa" Madonna nacque in modo favoloso: c'è di mezzo un re, il conte Ruggiero, una caccia, levrieri, un miracolo. Andando a caccia sull'Aspromonte, il conte Ruggiero sentì i suoi levrieri gridare lontano. Accorse, trovò un bue inginocchiato che frugava col muso per terra. Fu rinvenuta, in quel luogo, una croce greca, nacque così il culto della Madre di Dio...
    Arrivo alla Cona Da allora vari pellegrinaggi si indirizzano verso Polsi, nei primi giorni del mese di settembre e, chi si reca, si può accorgere che la montagna fa tutto un anfiteatro intorno a quel luogo, i viottoli si disegnano chiari fra i boschi e i poggi nudi, gente in fila, per uno, come un rosario, arriva da ogni parte; e da tutte le parti, come da terrazze, valicata la catena dell'Aspromonte, si scopre in fondo alla valle del Convento, il campanile col suo cappello a cono, come se stesse in guardia.
    Prendendo a man bassa da uno scritto di Corrado Alvaro tutto quanto sto riportando, mi piace ricordare come, fino a non molti anni addietro, i pellegrini che non erano intenti ad altro prendevano un sasso e lo portavano fino alla croce dell'altura in vista del Convento, qui lo buttavano in una mora di altri sassi, e in alcuni giorni si faceva un cumulo di materiale buono per la fabbrica del convento e degli ospizi dei pellegrini.
    Secondo Alvaro... qui si vedevano mille facce della Calabria...
    Tornando alla festa del nostro Paese, mi piace riportare di seguito un mio scritto, sul pellegrinaggio alla Cona che si è svolto nel settembre del 1981 e che il compianto prof. Raffaele Sergio ha inserito nel suo libro “Storia Festività e Folklore da Galatro a Tablada”, pubblicato in occasione della ricorrenza del 25° dell’Incoronazione della Statua della Madonna della Montagna.

    Domenica 6 settembre 1981 - Pellegrinaggio alla Cona
    MARIA MADRE DELL'UMANITA' IN CAMMINO


    Mira il tuo popolo, bella Signora
    che pien di giubilo oggi t'onora.
    Anch’io fervente corro ai tuoi piè,
    o Santa Verghe, prega per me.


    La Madonna in Montagna Alle 6 del mattino di domenica 6 settembre 1981, la Chiesa dello Montagna era già affollata di gente che cantando "o Santa Vergine prega per me”, si preparava ad iniziare il lungo pellegrinaggio di 8 chilometri che porterà fino alla Cona: si tratta di un gesto di preghiera e di penitenza, un cammino compiuto da tutta la Chiesa di Galatro, un importante momento di verifica della sua unità.
    Prima di abbandonare il centro abitato per inoltrarci nella strada che porta alla Cona, nell'ampio spazio attorno alla Villa, c'è stata una breve sosta di riflessione: "Siamo pellegrini...” sottolineano don Gildo e Padre Celeste. In un momento così difficile per tutta la società, questo gesto, particolarmente religioso, ha inteso ribadire la presenza di una realtà ecclesiale viva, accogliente delle istanze e dei bisogni della società.
    C'è stato un periodo non molto lontano, in cui gli avvenimenti della vita sociale, anche quelle di minima risonanza, le occasioni di una qualsiasi cerimonia, riuscivano a stanare la gente dalla case. Ormai accade sempre più raramente e stancamente: è l'agonia di un'abitudine passata, non il gesto cosciente e pieno di speranza di un popolo che vive una storia comune.
    Nell'occasione del pellegrinaggio alla Cona, abbiamo visto smentita tale norma: interroga il fatto che il popolo di Galatro sia accorso così numeroso, proprio dove niente era stato minimamente forzato da alcuna organizzazione.

    Io mi partivi di tantu luntanu
    mu vegnu pemmu arrivu a la Madonna,
    e la Madonna pari na culonna
    la fidi ferma e la speranza torna.


    Processione a Galatro Stanno camminando studenti ed operai, impiegati e casalinghe di ogni età, dai bambini agli anziani, formano una lunga fila e cantano tutti: la gente prega in silenzio sotto una pioggia fredda ed incessante. Ci sentiamo fradici, bagnati, ma il canto sale lo stesso, echeggia per le montagne. La gente non si lamenta, accetta anche la pioggia: il pellegrinaggio è anche una penitenza, neanche l'acqua ci rattrista, anzi, anche se bagnate, le facce s'imporporano, sorridono.
    In questo pellegrinaggio camminano, faticano e cantano persone attente affinché ogni tempio cristiano, come la Cona, sia sempre più una proposta di “camminare assieme" in una grande unità di fede, che è anche unità di popolo.
    Lungo il cammino, lungo questi faticosi chilometri cresce il vigore di una preghiera scarna ed essenziale: la fatica del ritmo, spesso incalzante per la pioggia, fa aderire con tutta la propria persona a questo popolo in cammino. Chiunque ha partecipato al pellegrinaggio, ama ricordare la bellezza di quel gesto: ognuno, anche per un solo attimo, ha guardato in modo diverso la nostra campagna, i nostri monti, le nostre pianure, il paese con le nostre case; in quello stesso attimo ha guardato in modo diverso e con una speranza nuova sé stesso, gli altri uomini e tutto ciò che in quel giorno c'è stato di bello, di pesante, di dolce, di vero.

    E li stelli attornu attornu
    e la luna splendori nci dà.
    E cu lu dici di sira e matina
    di la Madonna cuntentu sarà.


    Terminata la salita i pellegrini sono salutati dallo spuntar di alcuni raggi di sole: la fatica del cammino e della pioggia è subito dimenticata, si viene coinvolti in un intreccio di canti. La gente della montagna ci viene incontro: c'è chi saluta, chi porge fiori, chi piange in silenzio mentre il canto si leva sempre più forte:

    Evviva e sempre evviva
    la Madonna del Divino Amore.
    Dispensa grazie in tutte l'ore
    siamo venuti per venerar.


    Madonna della Montagna di Polsi L’arrivo alla Cona è stata una festa, la meta di quasi sei ore di cammino, di tensione verso un luogo dedicato alla Madonna e che la fede della nostra gente ha voluto carico di significato.
    Tutti i pellegrini si sono assiepati attorno alla collina della Cona.
    Il canto, il rosario, il silenzio hanno segnato il ritmo di questa giornata, ma il momento centrale è stato la partecipazione all'Eucarestia: il cammino di festa, nonostante tutte le difficoltà che possiamo trovare, trova lì il suo Centro, attorno a questa Presenza.
    Dopo la Messa la festa è continuata ancora, in un modo spontaneo, semplice, vero, come l'adesione ad un gesto che ha la radice nei secoli, nella nostra tradizione più intima. La festa che abbiamo vissuto alla Cona non ha la durata di un giorno, perché è carica di mille significati: quella festa, come lo stesso pellegrinaggio, non è altro che l'esperienza della fede, rivissuta così come ci è stata tramandata dalla nostra gente: è emerso nella nostra gente un patrimonio culturale che nasce dai riti imparati nella Chiesa, su cui appunto si sono modellati i gesti, il linguaggio, le feste ed anche il lavoro.
    Anche per questo è stata una giornata di festa! E speriamo che continui a vivere tutto quello che è accaduto per ognuno di noi in questo pellegrinaggio.
    Intorno alle 4 del pomeriggio si intraprende la via del ritorno: si parla, si discute, il ritorno diventa festoso... Il pellegrinaggio è anche il luogo naturale di incontro e dialogo, mentre la gente continua a cantare

    Ed io non mi movu di ccà
    si sta grazia Maria non mi fa.
    Facitimmilla Madonna mia,
    facitimmilla pe' carità...


    Una processione di molti anni fa E' già buio quando si arriva a Galatro: alla Villa c'è un gran numero di persone che aspettano e si aggregano alla gente che scende dalla Cona. La lunga processione si dirige verso la Chiesa: è gente che ha bisogno del sacro, ha bisogno di ascoltare parole nuove, consistenti, diverse dalla vacuità del nostro parlare di tutti i giorni.
    Arrivati in Chiesa era evidente sulle facce della gente un'espressione stanca, ma tranquilla, sembrò di rivivere le parole del Salmo: "...ci sembrò di sognare, ci rivenne il sorriso alle labbra, cantammo di gioia”. Una gioia così vera, dalla quale traspariva un non dimenticheremo.
    Prima di concludere il pellegrinaggio don Gildo ha sottolineato come Galatro ha dato una testimonianza concreta della sua religiosità: si ricredano quanti l'avevano data per morta, perché religiosi sono stati tutti i momenti della giornata e gran parte della gente di Galatro vi ha aderito totalmente.
    Il pellegrinaggio è finito, la giornata pure, siamo tutti stanchi, resta ancora la forza per salutare la Madonna: ecco, mentre la Vergine viene portata in Chiesa, intorno si alza un coro di voci levigate dalla fatica del giorno che canta:

    Bona sira vi dicu a vvùi Madonna,
    la Gloriusa di Santa Maria.
    E la matina bongiornu, bongiornu,
    siti patruna di tuttu lu mundu.
    Mu ndi libbara di li peni di lu 'mpernu,
    di tutti li mali disgrazi di lu mundu...


    Nelle foto sopra: immagini di varie epoche della Madonna della Montagna di Galatro e una immagine della Madonna di Polsi.


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    (9.9.08) AVEMU A STU PAISI... (di Biagio Cirillo) - Con affetto vi mando questa poesia. Saluto i miei paesani e in particolare la Redazione.

    Avemu a stu paisi tanti cosi:
    òmani e fìmmani cchiù grintosi!

    i bar, i cantini,
    negozi cu panini,
    mastri custurèri,
    scarpari e barvèri.

    Avemu falignami,
    e tutti paisani,
    mancavanu i turisti,
    ma avemu li tassisti.

    Avemu li lambretti cu la verdura
    e lu mercatu cu la copertura;

    lu cinema supa all’oratoriu
    pe nnui era lussu, ma era nu catòju.

    A chiesa da Muntagna
    e puru i San nicola
    du' préviti in concorrenza
    e maestri di scola;

    nu parcu 'o tabacchinu
    e unu supa a chiazza,
    e la genti devota
    pa festa escia pazza.
      Avemu cchiù di una segheria
    e supa a chiazza puru a libreria.

    I scarpi ndi facenu li scarpari,
    pe òmani, fìmmani e cotràri.

    Cu i roti di petra i trappìti
    e l’orti cu pumadora e pipi.

    Avemu lu mulinu
    pe fari la farina,
    pe l’omani di vinu
    cchiù di na cantina.

    O mbernu si jocava
    o stop e a parìa,
    ndi cacciàru puru
    sta bella cumpagnia.

    Avemu tanti cosi,
    no resta quasi nenti,
    sulu quattru amici
    e nu pocu di parenti.

    Cridìtimi,
    non vogghiu esagerari,
    ma ci su puru cosi novi,
    basta apprezzari.

    Biagio Cirillo


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    (21.9.08) UN FILMATO SULLA DIGA - Vi proponiamo un breve filmato riguardante la Diga sul Metramo che si trova a circa 10 Km dal centro abitato di Galatro. Le musiche in sottofondo sono di Massimo Distilo.



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    La signora Raffaela Cuppari tiene il gonfalone con l'immagine della Madonna (24.9.08) SULLA FESTA DELLA MADONNA DELLA MONTAGNA... DA GALATRO A LA TABLADA (di Giuseppina Lamanna) - LA TABLADA (Argentina) - Ogni anno, nel mese di settembre, la seconda domenica, si svolge in Argentina, a La Tablada, la festa in onore della Madonna della Montagna di Galatro.
    Per noi di oltreoceano, per i nativi galatresi, é una festa che é vissuta come una festa spirituale, come tornare al paese.
    I paesani si ritrovano, si salutano. Per me che sono figlia di galatresi é anche un giorno spirituale molto sentito, e la gente di questo posto, a La Tablada, anche sente la nostra Protettrice nel cuore, ed é per tutti noi una vera festa religiosa.
    La Madonna da alcuni anni ha una nuova Chiesa Parrocchiale piú grande, ma in questa giornata sembra piccola, affollata com'è di gente, quando ogni anno si rende omaggio alla Madonna.
    La messa é celebrata dal vescovo di Morón, poi si fa la processione per le strade del paese, insieme all'immagine della Madonna, con gli stendardi delle chiese vicine che rendono omaggio a questa festa: San Rocco, San Giuseppe, Santa Maria delle Grazie, Santi Cosma e Damiano, San Padre Pío, Santa Liberata e tanti, tanti altri.
    Orazioni, preghiere e canti accompagnano il percorso assieme alla banda musicale. Si continua la processione arrivando all'ateneo Parrocchiale accanto alla Chiesa. Ci sono anche le principali autoritá religiose e civili, come il console di Morón, che prende la parola e ringrazia dell'invito.
    Si intonano gli inni nazionali dell´Argentina e dell'Italia. Dopo la cerimonia, la Madonna rientra nella Chiesa Parrocchiale dove giá di notte cominciano i fuochi d'artificio. Salutiamo la nostra Protettrice e la festa finisce.
    Continuano le preghiere e i canti e noi ci ritroveremo l'anno prossimo, se Dio vuole, a questa festa tradizionale che anche da noi in Argentina é molto sentita.

    Le foto sono relative a diversi momenti dei festeggiamenti di Domenica 14 Settembre 2008. Anche il Presidente del Comitato Italiani all'Estero di Morón ha visitato la Parrocchia "Nostra Signora della Montaña", nella località di La Tablada, dove in compagnia dell'Agente Consolare Dott. Bolognini, ha partecipato alla Santa Messa in commemorazione della Vergine della Montagna di Galatro (Calabria) che si è svolta alle ore 16.00, celebrata dal Vescovo Baldomero Carlos Martini, con la presenza del Parroco locale Roberto Scardamaglia. Al termine della Santa Messa, è iniziata la Processione, attraverso le strade della località, cui tutte le suddette personalità hanno partecipato, insieme al Presidente dell`Associazione Sig. Nicola Congiusti, e a tutti i vicini e connazionali dei dintorni, che sono stati oltre 2.000.

    Prima della celebrazione

    I fedeli accanto alla statua della Madonna

    Guarda le altre foto:
    Due giovanissime devote - Madonna e Bambino visti da vicino - La Madonna esce in processione - Un momento della processione - Le bandiere italiana, vaticana ed argentina - La processione sta per concludersi

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    La statua di San Rocco di Galatro (28.9.08) UN PELLEGRINO CHE CAMMINA ANCORA NELLE NOSTRE STRADE (di Michele Scozzarra) - L’ultima domenica di settembre, dopo aver molto camminato sulle strade di Francia e d’Italia, Rocco di Montpellier continua a camminare per le vie della nostra Galatro... cammina col suo bastone, con la sua gamba piagata e con il fedele cane al fianco, nascondendo sotto quel mantello da pellegrino la sua nobile origine e la sua grande umiltà.
    Rocco nacque a Montpellier, nella Linguadoca francese, tra il 1345 e il 1350 e, per quanto assurdo possa sembrare, a fronte della sua estrema popolarità, poche sono le notizie documentate della sua vita, al punto che, da tanti, è messa in dubbio finanche la sua esistenza.
    In Calabria il culto di Rocco pare sia giunto quando una nobildonna di Montpellier, verso la fine del ‘700, si trasferì ad Acquaro di Cosoleto: questa ha chiesto agli artigiani locali di realizzare una statua del suo illustre conterraneo, i quali la realizzarono, prendendo a modello le fattezze ed i tratti fisionomici dei briganti che, all’epoca, infestavano la zona.
    San Rocco in processione attraversa la passerella Ma... quante chiese vi sono, sparse per il mondo, a testimonianza, non solo della sua esistenza ma anche di quanto Rocco di Montpellier ha camminato per le strade più impensabili... infatti, i devoti di Rocco sono proprio tanti, sembra che sia il primo nel mondo, per devozione popolare, ad avere intestate chiese, paesi, cappelle, confraternite... più di Francesco d’Assisi e Antonio da Padova! E anche se è così, è certo che i due più grandi “confratelli” non se ne avranno a male, perché anche Rocco è un francescano: uno di quei meravigliosi terziari che nello splendore del Medioevo fondavano ospedali, curavano gli appestati ed i lebbrosi, insomma brillavano di tutte le più eroiche virtù cristiane e... facevano anche i miracoli!
    Già miracoli... Rocco iniziò a fare “miracoli” a vent’anni, quando barattò le sue ricche vesti con la povera “divisa” del pellegrino: mantello con la conchiglia, bastone e una zucca vuota per borraccia... A Montpellier, sicuramente, gli avranno dato del matto: e, come non definire “matto” uno che dà tutto quello che ha ai poveri, e si mette in viaggio senza un soldo... uno che poteva fare la bella vita, andare all’università di Montpellier, città di grande fervore culturale, in particolare nel campo della medicina e del diritto, centro cosmopolita per lo studio molto libero delle opere anche degli studiosi ebrei, arabi e della “scuola medica” di Salerno.
    San Rocco poco dopo la passerella Ma a Montpellier non c’è solo una grande università c’è anche un convento francescano, e... come scorrendo un copione già visto, è successo a Rocco quello che già era successo a Francesco e a tanti altri: di fronte alle prospettive di una vita bella e ricca, si è invece innamorato di “madonna povertà”, dell’ideale francescano, dell’umile militanza terziaria... e proprio per questo seguire “madonna povertà”, troviamo Rocco in viaggio verso Roma, con tanti altri pellegrini.
    Ma, proprio mentre era in viaggio verso Roma la sua grande carità lo porta a deviare sul lazzaretto di Acquapendente, nel Lazio, dove cura gli appestati con tanto amore che Iddio gli concede la grazia di guarirli prodigiosamente...
    Già... la peste: un flagello, dal latino “peius”, ovvero la peggiore malattia. Rocco li ha guariti tutti dalla peste e, da questo momento inizia la sua fama che durerà nei secoli.
    San Rocco al rione Crocevia Rocco arriverà a Roma, si recherà ad Assisi, sulla tomba di Francesco, poi torna a Nord ed a Piacenza si ammala: gli tocca quella piaga alla gamba. Rocco guarisce gli altri ma non se stesso... Ricorda la storia di “Qualcun Altro” che ha salvato gli altri, ma non è riuscito ad evitare la croce per sè stesso...
    E qui la storia si complica: i francesi sostengono che Rocco è tornato in patria, a Montpellier, dove viene scambiato per un malfattore, viene gettato in carcere dove gli si fa compagno solo un cane, che gli sta vicino, gli lecca la ferita e gli procura il pane fino al giorno della morte avvenuta il 16 agosto di un anno tra il 1376 e il 1379. Solo dopo la morte si scopre chi era.
    Gli italiani, o almeno alcuni italiani, invece, sostengono che tutto questo è avvenuto ad Angera che, guarda caso fa rima con Voghera, dove è documentato il più antico culto di Rocco di Montpellier e in quella chiesa a Lui dedicata, anticamente c’era un ospedale e, fino al 1485 ne fu conservato il corpo, fino a quando i veneziani lo rubarono, lasciando per ricordo un braccio che c’è ancora oggi.
    Che dire... a me piace pensare che Rocco di Montpellier sia morto proprio nella nostra terra, e che ancora non ha abbandonato le nostre vie, anzi qui continua ancora, in umiltà e quasi anonimato, com’è nel suo stile, a camminare per le nostre strade a darci una mano per debellare quelle, tante e svariate, “nuove pesti” che infestano la nostra realtà quotidiana.

    San Rocco nei paraggi di piazza Matteotti
    San Rocco davanti alla chiesa di San Nicola
    Nelle foto: vari momenti di processioni di San Rocco, tra cui una di molti anni fa.
    San Rocco in chiesa
    Una processione di San Rocco di molti anni fa


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    (30.10.08) UN RAPPER DI ORIGINE GALATRESE (di Massimo Distilo) - Fra le attività musicali che i galatresi svolgono in giro per l'Italia ed il mondo (abbiamo pianisti classici, pianisti jazz, clarinettisti, chitarristi, batteristi, cantanti, bassisti, coristi, direttori di coro, organisti, liutai popolari, fisarmonicisti, etc.) mancava la figura del "rapper". A colmare questa lacuna ha provveduto il giovane Michele Cirillo da Bolzano, nipote del più noto (finora) Biagio Cirillo, autore di tanti articoli per il nostro sito.
    Michele fa parte di una formazione che si chiama "Individui Crew" (per brevità detta anche "In-Di Crew"), nata a Bolzano nell'estate di quest'anno grazie all'incontro di un gruppo di amici amanti della cultura "Hip hop". La Crew di Michele (in inglese Crew significa Ciurma, Masnada) nelle sue ultime creazioni musicali, subendo l'influenza del suono underground, tende a costruire atmosfere sonore alternative che rappresentano una forma di contrapposizione a quella che loro considerano la cultura musicale prevalente di una Bolzano estremista.
    Il brano Odio, composto dallo stesso Michele, e che è intriso di denuncia sociale, nel quale l'uso di vari dialetti del Sud (tra cui quello galatrese) si alterna alla lingua italiana, mette bene in evidenza, oltre agli interessanti risultati di ciò che appare come uno sforzo di ricerca timbrica ed espressiva, anche l'impegno sul piano dei temi trattati da parte di questa nuova formazione, cui va un convinto plauso ed un augurio per una costante crescita.
    Per ascoltare il brano "Odio" composto da Michele, nonchè altri brani degli "Individui Crew", si può visitare il loro sito al seguente indirizzo:

    www.myspace.com/individuicrew

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    (11.11.08) PIANTO PER LA CALABRIA - In occasione dei cento anni dalla nascita del poeta galatrese Rocco Distilo (11 novembre 1908), vi proponiamo una sua poesia sulla Calabria, pubblicata esattamente cinquantanni fa, nel novembre 1958, all'interno della raccolta "Prime luci nella valle" per le edizioni Convivio Letterario di Milano.

    Ti ho sempre pianto

    Ti ho sempre pianto, o di Calabria terra,
    amara terra, e da millenni sola,
    nel tuo dolore sconti,
    colpe ed inganni che rugàro il volto,
    e vecchia appari più che antica e grande,
    sciolti i capelli non più bruni, bianchi
    e radi, immiserita Madre.
    Morti i tuoi vati e la memoria, spenta
    quella tua luce di sapere ed arte,
    quasi una cieca le tue braccia meni,
    a richiamare chi ti guarda ozioso,
    o chi ti fugge, disperato, al rombo
    d'una bufera che imperversa e schianta
    i campi magri e le tue case basse.

    Vecchia radice la tua terra infesta,
    il cuore, il sangue, e più s'affonda e cresce,
    piovra che succhia, uccide,
    e tu, a brandelli, impantanata, stai!
    Scarna e mendìca,
    ancora speri che riapra e schiari,
    gli occhi tuoi belli,
    l'alba che sogni dopo tanto buio?

    Ti ho sempre pianto, e più ti piango, quando
    non gridi al vento, delirando, e taci.

    Rocco Distilo


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    (15.11.08) IL PIANISTA NICOLA SERGIO SU RADIO FRANCE BLEU - Il pianista galatrese Nicola Sergio continua a mietere successi in terra transalpina. Oltre ad un fitto calendario di concerti che lo vedono impegnato fino al luglio 2009 (il prossimo sarà il 18 Novembre all'Auditorium "Marcel Landowsky" di Parigi), una sua esibizione dal vivo dello scorso 9 novembre con la sua formazione jazz, il "Nicola Sergio Trio", sarà trasmessa a più riprese dalla più importante e conosciuta radio francese, ovvero Radio France Bleu.
    Le date previste sono quelle dei giorni 24/25/26/27/28 Novembre, alle ore 13.45, con una durata di 5 minuti ognuna. Domenica 30 Novembre invece la trasmissione durerà mezzora, dalle ore 11.30 alle 12.00.
    La giornalista di Radio France, Laurence Wurtz, ha anche fatto a Nicola un'intervista di un quarto d'ora di cui qualche passaggio dovrebbe andare in onda durante il programma radiofonico.
    E' possibile ascoltare anche via internet le trasmissioni cliccando, negli orari e giorni previsti, sui relativi link presenti nel sito di Nicola Sergio all'indirizzo:

    www.myspace.com/nicolasergio

    Per raggiungere invece direttamente Radio France Bleu si può cliccare sul seguente link:

    http://www.radiofrance.fr/chaines/france-bleu/?tag=iledefrance

    Nicola Sergio al piano con la sua band
    Nicola Sergio al pianoforte in uno dei recenti impegni con la sua band.


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    (19.11.08) I SUDURI 'I PAPA' MIU (di Biagio Cirillo) - Se ho fatto questa poesia è merito dell’articolo di Michele Scozzarra "Era mio padre… un uomo buono!". Leggendo più volte il suo articolo e complimentandomi privatamente con lui per aver scritto qualcosa di così grande su suo padre, mi sono venuti in mente tutti i sacrifici fatti da mio papà, quando si alzava all’alba e ritornava al tramonto stanco perché, oltre al lavoro, faceva tanti chilometri a piedi perché privo di qualunque automezzo, pieno di pensieri per poter mandare avanti una famiglia numerosa come la nostra. Nonostante tutto questo insieme a mia mamma ha cresciuto sette figli onesti, lavoratori e rispettosi.
    Spero che questa poesia la sentano familiare in tanti perché i sacrifici, chi più e chi meno, li hanno fatti anche i vostri padri.

    I suduri ‘i papà miu

    Parti cu scuru, la zappa a li mani,
    ntra lu sarvettu nu pezzu di pani,
    ntra gozzaredha nu pocu di vinu,
    a passu longu lu so’ caminu.

    Arriva ntra terra, cumincia a zzappàri
    e ntra la bùggia non vidi dinari,
    continua a ghiornata e non poti smettìri
    pecchì nci sugnu i figghi i criscìri.

    Supra la frunti tanta sudura
    di n’omo veru ammenz’a natura,
    si la pulizza c'u muccaturi
    e poi di Brindi passa a Cundùri.

    Tuttu lu ghiornu sutta a lu suli
    e pe cappedhu nu muccaturi,
    u sarva d'u suli e d'a purvarata
    pecchì eni longa na santa jornata.

    Poi torna a' casa cu tanti penzeri,
    si caccia i scarpuna e si lava li pedi,
    s’assetta a ‘na seggia e non poti cchiù,
    l’aiutu arriva sulu i Gesù.

    Mo tutta sta forza purtroppo finìu,
    io pregu a Madonna e puru a Diu
    pemmu nci duna forza e saluti
    e mu si godi figghi e niputi.

    Forsi corcunu già capiscìu,
    staiu parlandu i papà miu,
    nu patri grandi lavuraturi,
    onestu, bonu e chinu d’amuri.

    Biagio Cirillo
    Bolzano 5/11/08


    Saluto cordialmente tutti, paesani, amici, parenti e soprattutto la Redazione. Complimenti a Peppinuzzu Cannatà per la sua ultramaratona.

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    Peppino Pancallo (30.11.08) MASTRO PEPPINO PANCALLO (di Michele Scozzarra) - È veramente difficile, per noi uomini del terzo millennio, immaginare il nostro mondo senza la fotografia: noi fondiamo una parte essenziale della nostra cultura e del nostro sapere sulle fotografie.
    Così come non si può negare di provare un sottile, e misterioso, piacere nello scoprire delle vecchie fotografie...
    La fotografia è ormai per noi arte, storia, scienza, divertimento; insomma qualcosa da cui non possiamo più separarci, tanto che se, improvvisamente, dovessimo fare a meno del mezzo fotografico e delle fotografie che abbiamo accumulato, vivremmo una sorta di naufragio: di perdita della memoria e, insieme, di terribile indebolimento della nostra identità culturale.
    Per questo ritengo che, anche se mai nessuno gli ha dedicato un rigo, dobbiamo essere riconoscenti verso quel mastro Peppino Pancallo, il fotografo della Galatro del dopoguerra, al quale dobbiamo il merito di quasi tutta la documentazione fotografica che il nostro paese ha fino al 1957.
    Timbro del fotografo dietro una foto Le famose fotografie con il timbro blu e la cornice con impresso sul retro, insieme alla data: “Fotogr. G. Pancallo (Reggio Calabria) Galatro” (come quella della processione della Madonna della Montagna dell’8 settembre 1949); queste foto racchiudono momenti della tradizione più autentica e vera della realtà galatrese, riuscendo a far sopravvivere nelle immagini, ciò che il tempo, inesorabilmente, ha dimenticato.
    In tutte queste immagini, ho modo di pensare che l’obiettivo del “nostro” fotografo aveva colto in pieno la portata del nuovo mezzo di rappresentazione della realtà e, volendo essere realisti fino in fondo, possiamo anche considerare mastro Peppino un “dilettante” e non un “professionista” della fotografia; ma attenzione, questo “dilettante” ha dimostrato di avere delle cognizioni forse superiori a tanti fotografi professionisti dell’epoca, perché ci ha trasmesso le emozioni ed i sentimenti più intensi della vita come si svolgeva a Galatro, sino alla fine degli anni Cinquanta; infatti, nelle sue foto vi è rappresentata tutta una umanità che ha sviluppato nel nostro paese, strada per strada, una bella storia fatta di immagini, di momenti molto intensi di una Galatro così come era molti anni fa: immagini che ricordano, raccontano, e fermano con un gusto dolce-amaro, dei momenti molto belli della comunità galatrese e, ancora oggi, riescono a trasmettere un fascino di fronte al quale non si può restare indifferenti.
    E’ proprio questo fascino che, ancora oggi, le foto che mastro Peppino ha consegnato alla Storia del nostro paese, trasmettono che mi piace mettere in risalto: ogni immagine, pregevole o comune che sia, ha una sua storia, legata alla gente semplice di Galatro, che non vuole essere solo il ricordo di un tempo ormai, inevitabilmente, andato; né il recupero sentimentale della tradizione del nostro paese... vuole essere, invece, la testimonianza di una umanità schietta e semplice, essenziale e vera, dove scorrendo le varie immagini, sembra di sfogliare un vecchio album fotografico di famiglia, perché ognuno può scoprire i propri parenti e amici, con i tanti che, ormai, non ci sono più e molti possiamo conoscere solo nelle immagini.
    Pancallo col mandolino in un gruppo di persone Il padre di Michele Scozzarra: particolare della foto Perché negare come, per quanto mi riguarda, mi piace vedere e rivedere una foto di gruppo, sicuramente scattata alla Villa Comunale, dove mastro Peppino è circondato da tanti amici e, fra i tanti, spicca un bel giovanotto, sorridente, elegante, con i pantaloni alla zuava... quel bel giovanotto è mio padre, ad un’età in cui io non l’ho mai potuto conoscere e con la bellezza, e freschezza, di una gioventù che, con il trascorrere del tempo, solo le vecchie foto ci possono mostrare. Io, così come si presenta in quella foto, mio padre non l’ho mai potuto vedere!
    Giuseppe Pancallo, era nato a Galatro nel 1910 ed è morto, tragicamente, nel 1957 sulla strada che dal vecchio Bivio porta a Galatro.
    Conosciuto come “mastru Peppinu l’Asturu”, era obbligato, a causa della sua malattia a stare sulla carrozzella a rotelle munita di pedali che azionava con le braccia: pare che abbia dovuto seguire un tortuoso iter burocratico, per riuscire ad ottenere la carrozzella con la quale si muoveva: invano aveva presentato diverse istanze al Prefetto di allora, fino a quando le richieste del nostro fotografo sono arrivate direttamente sulla scrivania di Benito Mussolini che, appena venuto a conoscenza del caso, provvedeva subito a che fosse esaudito il bisogno della tanto attesa, quanto necessaria, carrozzella per il nostro fotografo.
    Mastro Peppino, al tempo in cui è vissuto, era “il” fotografo di Galatro e non solo scattava le fotografie, ma le stampava anche, in una stanza buia adibita a laboratorio, usando una piccola bacinella ed alla presenza di tanti ragazzi che aspettavano, impazienti, di vedere l’immagine che si materializzava sul cartoncino: i presenti lo vedevano scandire, con le dita della mano, il tempo necessario per lo sviluppo della pellicola e per la stampa, con una pazienza certosina e con la testa piegata da un lato, a causa della sua malattia, che non gli lasciava liberi i movimenti.
    Processione in via Garibaldi Pare che tutti i pomeriggi li dedicava allo sviluppo e alla stampa delle foto: processioni, ritratti, funerali, tutto quanto serviva per documentare la vita ed i personaggi, del nostro paese: si trattava, fondamentalmente, d’immagini con le quali mastro Peppino provava a soddisfare le richieste dei nostri compaesani che cercavano, attraverso la fotografia, di ricostruire la loro sfera affettiva in un’epoca piena di separazioni causate dall’emigrazione, dalle malattie e dalla morte. Non è raro il caso di vedere delle fotografie fatte ai defunti: la fotografia ai defunti rispondeva al desiderio delle persone di conservare il volto dei familiari, per perpetuarne il ricordo.
    Le immagini del nostro fotografo parlano, con chiarezza, talvolta con crudezza e sentimento, della nostra terra di Galatro, della sua gente, della sua devozione: della vita e della morte e di tutto quanto, in quell’attimo fissato nel tempo, può diventare infinito e avere la capacità di trasmettere ricordi, affetti, amore e cultura, anche a noi che contempliamo quelle immagini in un mondo, ormai, diverso da quello in cui è stato fermato quell’attimo.
    Il più delle volte mastro Peppino veniva distratto dai ragazzi presenti mentre sviluppava le fotografie e, se la foto non aveva le caratteristiche che lui pretendeva, ripeteva la stampa più volte.
    Una vecchietta con il fotografo Mastro Peppino non scattava solo fotografie... riparava e noleggiava ai ragazzi di Galatro due biciclette, rarissime per quel tempo; bicicletta che lui chiamava “ ‘a crapetta”!
    Quando si bucava qualche ruota era sempre lui che, nonostante le difficoltà di movimenti che aveva, toglieva il copertone e metteva subito la “pezza con il mastice” e “’a crapetta” era subito pronta per l’uso.
    E non riparava solo le gomme delle biciclette... sostituiva i pattini dei freni (con qualche raro e vecchio copertone di macchina ne ricavava il necessario) e riusciva a riparare anche i freni a bastone delle biciclette.
    Poi, nel 1957, il passaggio del giro ciclistico dal bivio (così come avveniva fino a qualche tempo addietro): mastro Peppino e gli amici che lo accompagnavano sempre, non potevano mancare a quest’appuntamento...
    un appuntamento che, questa volta, per lui si rivelò fatale, in quanto al ritorno verso Galatro, una accidentale caduta in un burrone ha posto fine alla sua esistenza... e oggi, nel nostro paese, nonostante le sue fotografie continuano a passare di mano in mano, nessuno lo ricorda più: non nego che ho faticato parecchio, perfino a trovare la tomba per rendergli un saluto durante la settimana dei morti.
    Questa è la storia del nostro “fotografo”… diciamo di un “dilettante” fotografo che con la sua produzione fotografica si è rivelato un grande “artista”, di quelli che, per usare un concetto dei nostri tempi, operarono “con la libertà propria della mancanza di legame con il mercato dell’immagine”.
    Da parte mia, che più di una volta, per qualche mio articolo, ho usato a corredo le fotografie che ci ha lasciato mastro Peppino, mi auguro che questo prezioso patrimonio fotografico, ancora per molti versi misconosciuto, perché conservato nei cassetti di tante persone che, forse neanche sanno di essere tra i maggiori custodi della storia del nostro paese, venga alla luce: l’augurio è che il sapore di dolce memoria delle foto ingiallite dal tempo, possa oggi servire, per un proficuo raffronto tra il mondo del passato e quello attuale, aiutandoci a riflettere da dove veniamo, quali cambiamenti sono intercorsi nel tempo, cosa abbiamo perso... riuscire a trovare davvero, in delle vecchie foto una occasione di tentativo di recupero della nostra storia.

    Ragazzo scalzo: particolare della foto.   Pancallo davanti alla Chiesa di San Nicola

    C’è una fotografia di mastro Peppino che mi ha colpito profondamente e non mi stanco mai di osservare, perché ritengo possa essere occasione di uno studio più approfondito per capire quante cose, nel tempo, sono cambiate nel nostro paese: rappresenta lo stesso fotografo, davanti alla Chiesa di San Nicola, sicuramente durante una delle funzioni religiose della settimana Santa, il Venerdì Santo, dove sulla destra vi è un uomo vestito di stracci ed a piedi scalzi, con tutt’intorno dei ragazzi che portavano “i Misteri” della Passione… è un’immagine nella quale, senza spendere tante parole, si coglie tutta la diversità e trasformazione subita non solo dalle nostre strade, dal nostro stesso paese, ma dalla nostra stessa vita.
    Di fronte a tutto questo, c’è da sperare, anche, che nulla della bellezza che si riesce a contemplare in queste foto, così come sono state vissute da chi ha “fotografato” quei momenti, vada perduto, ma venga visto con la consapevolezza di una grande ricchezza di memoria, di storia e di fede presente nel patrimonio culturale del nostro paese.
    E di questo nostro patrimonio culturale, anche mastro Peppino, sicuramente, occupa un posto di rilievo.

    Foto di gruppo   Pancallo fra due amici
      
    Foto di gruppo spiritosa   Pancallo in una processione del Venerdì Santo

    Lapide di Giuseppe Pancallo nel cimitero di Galatro


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    Michele Scozzarra (14.12.08) ATMOSFERE GALATRESI NEI RACCONTI NATALIZI DI UMBERTO DI STILO (di Michele Scozzarra) - I vecchi racconti hanno, da sempre, rappresentato la più alta parabola su quel grande mistero che è la vita. Ascoltandoli ogni uomo “impara” se stesso, perché nei racconti emergono gli affetti più cari, le persone che abbiamo amato e non ci sono più... emerge il ricordo della gioia e del dolore di un tempo che non c’è più... emerge il desiderio di tornare, almeno con la mente, ai periodi dell’infanzia e della giovinezza più spensierata: rivivere, almeno nel ricordo, la presenza degli affetti più cari, quelli che più profondamente hanno penetrato il nostro intimo e, ancora oggi, a distanza di anni dalla loro scomparsa, ancora ci accompagnano nel nostro cammino.
    Già... i ricordi! I ricordi sono il nostro unico e indistruttibile patrimonio: nessuno ce li può togliere, tanto meno noi riusciamo ad eliminarli... sia nel bene che nel male, sono impressi nella nostra mente nel trascorrere dei nostri giorni. Oggi, anche se tante realtà sono cambiate e nelle case non c’è più il focolare, dove nelle sere d’inverno le famiglie solevano radunarsi intorno al fuoco e gli anziani raccontavano i loro “ricordi”, che sembrava prendevano vita davanti alle vampe del focolare... oggi possiamo lo stesso “idealmente” sederci davanti al fuoco e, osservando la vampa del camino, abbandonarci ai ricordi, con qualche buon libro in mano, magari un libro di racconti che hanno il Natale come riferimento e, quindi, sono in grado di creare quell’atmosfera particolare che è insieme di grande unità e di grande riscoperta di tante storie: il Natale è la festa della gioia, è la festa dei ricordi, con tutto quello che ai ricordi è legato in maniera incancellabile con la nostra stessa vita.
    Umberto Di Stilo L’amico giornalista e scrittore, Umberto Di Stilo, con il suo libro “Il mio Natale” ha voluto addentrarsi in una meticolosa e affascinante ricostruzione di tutto ciò che il Natale ha rappresentato a Galatro, tra la seconda metà degli anni cinquanta e la prima metà degli anni sessanta, riuscendo a farci stare raccolti, idealmente, davanti al focolare, in queste sere di dicembre, quando le notti si fanno più lunghe e l’attesa del Natale ci rende più sensibili e disponibili ai ricordi... ricordi di vecchie case, di voci allegre e facce sorridenti, di burle, di risate che le circostanze più semplici e banali hanno generato in tante riunioni felici.
    La copertina del libro 'Il mio Natale' In questi preziosi ricordi, che Umberto Di Stilo ha consegnato non solo alla Storia del nostro paese, emerge un bel ritratto della vita com’era a Galatro circa mezzo secolo addietro, con un occhio particolare verso le condizioni sociali e culturali, ove anche la sacralità della liturgia natalizia non è bastata, in qualche caso, ad impedire la morte di un povero ragazzo ma dove, su tutto s’impone la tranquilla dimensione d’un virtuoso assetto familiare, sicuramente non rintracciabile nella vita dei nostri giorni.
    Il libro che è di facile lettura, assai avvincente, ha come scenografia naturale l’abitato di Galatro, con le sue linde casette, aggrappate sul fianco della bianca collina, che si specchiano nelle acque del Metramo ed offre al lettore un’occasione irripetibile per cogliere quella magica atmosfera che, in questo particolare periodo dell’anno, si viveva in tutte le famiglie di Galatro.
    Umberto Di Stilo, ne “Il mio Natale” è stato capace di presentare delle persone vere e concrete, rispettandone fino in fondo ogni semplice e peculiare caratteristica, e la sua penna s’intinge, ad ogni riga, nel tenue inchiostro della misericordia: è la misericordia la vera protagonista di questo appassionato libro di ricordi, la misericordia di famiglie che combattono per essere, in un mondo che si presenta sempre più diviso, un fulcro di unità, di speranza e di affezione.
    L’Autore ha ricordato e descritto dei personaggi galatresi indimenticabili... è riuscito a ridare volto, memoria e vita agli amici che ormai non ci sono più, a far rivivere conoscenti di un tempo ormai remoto, il cui ricordo non si è ancora spento: uomini, donne, bambini, storie, tutte descritte con lo sguardo attento di chi quei fatti non solo li guarda e li descrive, ma li ha vissuti con straordinaria verità... e ne rende testimonianza!
    Per questo, nelle varie vicende narrate, le persone non sono mai irreali, mai deturpati da una finzione ideologica, mai esasperati da un desiderio di manipolazione: sono persone vive, protagonisti di un mondo semplice e reale, che si staglia sullo sfondo di una Galatro ricca di valori e di sentimenti, nonostante ci si trovi nel difficile periodo del dopoguerra, dove la povertà e la fame erano delle realtà con le quali bisognava fare i conti giornalmente.
    Il lettore si ritrova, come d’incanto, all’interno delle famiglie di Galatro, per assaggiare le zeppole con il miele, per portare il Gesù Bambino in processione, o per scoprire il significato del leone nel presepe; viene a contatto con l’umanità di persone semplici e modeste come Sarvaturi (il bidello-ciabattino protagonista di uno dei più bei racconti del libro) e di Angialuzzo (che di rosso gradiva in maniera particolare il vino), Cicciuni, Cheli ‘a morti, Cenzella, Pascaluzzu, Roccu ‘u Potellu, il Fiduciario, Petrusinu, ‘u Magazzineri, Bettina, Nicolantonio (che proprio la notte di Natale viene stroncato dalla leucemia), Mastro Ciccio (che la notte di Natale deve lavorare al suo tavolo di calzolaio per poter consegnare un lavoro urgente per l’indomani), la casa di Bruno, Pino, Ascanio, Pepè, ... e lo stesso fiume Metramo ha qualcosa di magico, d’irreale, soprattutto nella notte di Natale “quando ci si aspetta che, da un momento all’altro, inizi a scorrere il miele”.
    'Presepe naturale' di Galatro di notte Ma per cogliere in pieno questa magia, le persone e i fatti narrati nel libro, devono essere letti e compresi con il metro del cuore: vale a dire con la capacità di considerarsi parte di una comunità che, anche attraverso le vicende dei vari racconti, ha lasciato un segno di amicizia, di amore, di solidarietà, di tutto un modo di concepire la vita che forse, oggi, per nostra naturale distrazione, non siamo più abituati a concepire. Proprio per questo, ritengo che le vicende narrate in questo libro, del tutto sconosciute alle nuove generazioni, possono entrare, a pieno titolo, nei programmi di formazione dei ragazzi della nostra Scuola: sarebbe un modo serio per far conoscere ai nostri ragazzi le nostre radici e la nostra identità umana.
    Umberto Di Stilo è riuscito, nel suo libro, a rappresentare mirabilmente un mondo, forse ormai scomparso, ma di cui è importante conservare la memoria: anche i capitoli amari e tristi, che evocano la fame, la miseria, il distacco, la morte, non vengono posti su di un piano diverso e con significati particolari rispetto a quelli che possiamo definire più lieti e festaioli, ma rappresentano una normale dimensione della vita che l’autore presenta ricche di umanità e di coinvolgente lirismo.
    E, per concludere, c’è da chiedersi se, in una società frenetica e distratta come la nostra, si riesce ancora ad apprezzare quei valori, descritti mirabilmente nel libro: i valori della naturalezza e della semplicità della vita vissuta da tante persone che, senza molte pretese, hanno trasmesso un modo di concepire e di vivere l’esistenza che, sicuramente, ci supera di molte lunghezze.

    Nelle foto, dall'alto in basso: Michele Scozzarra autore dell'articolo, Umberto Di Stilo, la copertina del libro "Il mio Natale", il "presepe naturale" di Galatro di notte.


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    Domenico Distilo (20.12.08) IL MONDO DI MASTRO PEPPINO (di Domenico Distilo) - Mastro Peppino Pancallo è una figura legata alla transizione dal “mondo di una volta” alla modernità, dal tempo qualitativo delle tradizioni a quello uniforme, meccanico, dei congegni tecnologici. Nella Galatro a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta del secolo scorso Mastro Peppino è infatti, non c’è dubbio, un sacerdote della nuova religione tecnologica i cui riti officia in una “camera oscura”, in un luogo inaccessibile ai profani e perciò stesso denso di mistero, di sacro appunto.
    Quel che risalta nel
    bell’articolo (l’ennesimo) di Michele Scozzarra è, paradossalmente, lo sfondo, il “mondo della vita” della vecchia Galatro, dove giovani e meno giovani non perdono nessuna occasione per mettersi in posa e l’irruzione della modernità viene vissuta con partecipazione, assecondando il movimento dei tempi e integrandolo nella tradizione.
    Le vecchie foto sono documenti preziosi (andrebbero raccolte e ordinate: se i privati possessori ce le prestassero le avrebbero restituite subito dopo la riproduzione informatica), i cui personaggi sono da “interpretare” in primo luogo attraverso il contesto visivo, lo sfondo offerto dalle foto stesse, ma poi anche attraverso i racconti e le memorie che s’incrociano, le voci del tempo che in non pochi casi sono ancora tra noi (potrebbe essere l’idea, questa, di un progetto per le scuole).
    La svolta dell’ingresso nella modernità avviene, a Galatro, tra gli anni Quaranta e i Cinquanta. E’ allora che il paese esce dall’isolamento con le linee dei pullman, con le prime automobili, l’accesso diffuso ai mezzi di consumo culturale – giornali e radio, qualche anno dopo la televisione, i giovani che cominciano a fare i pendolari per frequentare la scuola media nei comuni più grandi (soprattutto Polistena e Palmi) e, ancora poco più che bambini, per preparare gli esami d’ammissione (la scuola media non è ancora scuola dell’obbligo).
    La radio, i giornali, la televisione, la scuola che si avvia a diventare di massa non sono però peculiarità di Galatro bensì la macrostoria che entra nella microstoria. Quel che per noi è interessante, allora, non è il movimento generale, ma la sua ricaduta locale, ciò che esso produce in fatto di tipicità locale, di figure legate a queste ricadute perché ne sono la specifica implicazione, il risultato locale di un tempo, di un passaggio storico, unico ed irripetibile.
    La figura di mastro Peppino è stata da Michele Scozzarra più che altro esaminata. Penso che si otterrebbe una migliore comprensione di siffatti personaggi, emblematici di un’epoca, se invece di esaminarli li si raccontasse o romanzasse (un po’ come ha fatto Umberto Di Stilo ne "Il mio Natale") prendendo spunto da una vasta aneddotica che è ancora relativamente facile recuperare ed assemblare.
    Il racconto storico offre, infatti, la possibilità di rivivere il tempo e le vicende raccontate instaurando coi personaggi e il loro mondo un rapporto simpatetico e immediato, dal momento che fa saltare i diaframmi intellettuali, le prevenzioni anacronistiche che spesso condizionano il nostro rapporto col passato.
    Il lavoro non è semplice né facile. Lo stesso linguaggio dei personaggi dovrebbe essere attualizzato, depurato dagli inevitabili “arcaismi” e messo in una forma comprensibile a una generazione che ha poca o punta dimestichezza col linguaggio e la vita reali, vivendo essa esclusivamente nel mondo virtuale del telefonino e di internet. In altri termini: ci si dovrà sforzare di far capire il vernacolo a una generazione che ha, nello stile di vita prima e più che nel linguaggio, dimenticato il dialetto.

    Nella foto: Domenico Distilo.

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    Nicola Pettinato, presentatore della serata del 27 dicembre (29.12.08) EVENTI MUSICALI DI FINE ANNO - Fine d’anno all’insegna della musica per i galatresi e i non pochi emigrati che, com’è tradizione, sono rientrati per trascorrere le festività in compagnia di familiari ed amici.
    Nella chiesa di San Nicola si è esibito, nella serata di venerdì 26 dicembre, il complesso bandistico Città di Melicucco, diretto dal maestro Maurizio Managò, che ha alternato esecuzioni di pezzi tratti da colonne sonore di film celebri e dal repertorio classico, dando mostra di un notevole grado di amalgama oltreché di un’apprezzabile e già affermata originalità interpretativa. Alla direzione Managò è stato avvicendato, in alcuni passaggi del concerto, dal Maestro Gaetano Pisano. Entrambi dirigono, oltre al complesso bandistico di Melicucco, l’Orchestra d’archi di Delianuova, un’altra realtà della musica calabrese che miete sempre più consensi in campo nazionale e internazionale. Managò e i suoi ragazzi saranno ospiti, nella mattinata del primo Gennaio, della trasmissione "Uno mattina", evento che rappresenta un ulteriore riconoscimento del talento e del lavoro tenace che lo mette a frutto.
    Nella
    serata successiva, sabato 27 dicembre, sempre nella chiesa di San Nicola, si sono esibiti il pianista galatrese Massimo Distilo, docente di Pianoforte nelle scuole secondarie che sta svolgendo il dottorato di ricerca in materie musicologiche presso l’Università della Calabria, il chitarrista Edoardo Marchese, docente al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e il duo da camera violino-pianoforte con il violinista Francesco Pisanelli ed il pianista Martino Conserva. Ha chiuso la serata il Coro parrocchiale di Galatro diretto da Biagio Cirillo, coaudiuvato all'organo da Salvatore Cirillo.
    La serata, che è stata presentata, con interventi sempre puntuali e misurati, dal nostro collaboratore Nicola Pettinato, si è aperta con le esecuzioni pianistiche di Massimo Distilo, che ha dato un’altra prova del virtuosismo appreso alla scuola del celebre Aldo Ciccolini, col quale in passato si è anche esibito in duo pianistico. Distilo ha spaziato dal classico (Bach: fra cui due preludi ed un preludio per corale d'organo nella trascrizione di Busoni) al moderno (Ennio Morricone, M. Teodorakis), includendo due interessanti composizioni - "Sospensioni" - del giovane musicologo galatrese Sandro K. Distilo, che si sta facendo apprezzare in importanti ambiti musicali.

    Il pianista Massimo Distilo

    Il chitarrista Edoardo Marchese, che ha all’attivo numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, ha interpretato, oltre ad accattivanti brani di Sanz (Suite Spagnola), Carulli, Giuliani e Albeniz, anche Paganini con una personale trascrizione della celebre Sonata op. 6 n. 3 con la quale è riuscito ad imporre registri sonori di enorme potenziale evocativo, suscitando convinti consensi.

    Il chitarrista Edoardo Marchese

    Consensi suscitati altresì da Francesco Pisanelli e Martino Conserva, un duo ben assortito di giovani musicisti palmesi con alle spalle una già nutrita esperienza internazionale, che ha eseguito, fra l'altro, le Danze Popolari Rumene di Bartok.

    Il violinista Francesco Pisanelli

    Quanto al Coro Parrocchiale, a tre voci miste, composto da 34 elementi, ha confermato in pieno le proprie apprezzate qualità con una magistrale esecuzione dell’Inno alla gioia di Beethoven, con brani di Couperin "Le grand" e Gruber ("Astro del ciel") e con un’opportuna e coinvolgente incursione nel repertorio della musica popolare a tema sacro ("Ch’è duci stu figghiu, ch’è bella sta mamma"). Il costante impegno del direttore e dei coristi sta dando risultati ottimali.

    Il coro parrocchiale di Galatro

    Il coro, come ha sottolineato poco dopo il sindaco Panetta in un breve intervento, “è una risorsa di Galatro che l’Amministrazione intende valorizzare, così come intende valorizzare i non pochi musicisti galatresi di cui un buon numero per ragioni varie vivono fuori".

    Il sindaco Carmelo Panetta

    "L’Amministrazione - ha concluso Carmelo Panetta - farà di tutto, anche con l’organizzazione di eventi quali quelli di stasera e di ieri sera, per sostenere la qualità della vita di quanti hanno avuto la possibilità di rimanere a Galatro”. Un lungo applauso del numeroso pubblico presente ha sottolineato le parole del sindaco concludendo una serata memorabile.
    A breve renderemo visualizzabili sul nostro sito alcuni frammenti video del concerto.

    Nelle foto, dall'alto in basso: Nicola Pettinato, presentatore della serata; il pianista Massimo Distilo; il chitarrista Edoardo Marchese: il violinista Francesco Pisanelli; il Coro Parrocchiale; il sindaco Carmelo Panetta.

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    (31.12.08) BUONA FINE E BUON PRINCIPIO (di Francesco Distilo) - Il prof. Francesco Distilo ha fatto circolare nei giorni scorsi due sue brevi poesie in vernacolo che, oltre a dare il buon Natale, salutano la fine del 2008 e l'arrivo del 2009. Ve le proponiamo augurando a tutti i lettori un nuovo anno all'insegna della serenità e della prosperità.

    Visualizza le due poesie (DOC) 124 KB

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    (31.12.08) I VIDEO DEL CONCERTO DI NATALE - Vi proponiamo in video alcune parti del concerto di Natale organizzato dall'Amministrazione Comunale, svoltosi nella chiesa di San Nicola lo scorso 27 dicembre.


    La presentazione di Nicola Pettinato ed il pianista Massimo Distilo



    Il chitarrista Edoardo Marchese



    Il duo Francesco Pisanelli - Martino Conserva (Violino e Pianoforte)



    Il Coro Parrocchiale diretto da Biagio Cirillo



    Il saluto finale del sindaco Carmelo Panetta


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