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21.7.14 - Mostra pittorica di Daniele Chiovaro alle terme di Galatro

30.7.14 - La manifestazione di chiusura della mostra di Daniele Chiovaro

6.8.14 - Seconda Rassegna Teatrale Galatrese

Michele Scozzarra

12.8.14 - Quandu è troppu... è troppu!

Michele Scozzarra

14.8.14 - La sfida di Ruggero Grio

Domenico Distilo

23.8.14 - Il malandrino (parte II)

Pasquale Cannatà

2.9.14 - Salute e prevenzione a tavola: la Dieta Mediterranea

Raffaele Mobilia

5.9.14 - 'A politica

Biagio Cirillo

24.9.14 - Presentato a Polistena un volume sul musicista Domenico Barreca


29.9.14 - Un libro di Don Letterio Festa su chiesa calabrese e Concilio Vaticano II

Michele Scozzarra

1.10.14 - Un centro di gravità permanente

Pasquale Cannatà

9.10.14 - Presentato a Polistena il volume del prof. Ruggero Grio

12.11.14 - Zuccarello distinto melodista

Pasquale Cannatà

14.11.14 - Al convegno sui codici liturgico musicali si è parlato di Barlaam


6.11.14 - Il culto di San Nicola a Galatro

Umberto Di Stilo / Michele Scozzarra

16.12.14 - Il Liceo Classico "V. Gerace" di Cittanova celebra i 70 anni


18.12.14 - Riprodotto Montebello nel presepe della chiesa della Montagna

Umberto Di Stilo

20.12.14 - Rosa... un atto d'amore di Carmelo per la moglie

Michele Scozzarra

25.12.14 - Nicola Sergio al Roccella Jazz Festival il 26 e 27 Dicembre


28.12.14 - Un nuovo libro di Umberto Di Stilo





(21.7.14) MOSTRA PITTORICA DI DANIELE CHIOVARO ALLE TERME DI GALATRO - Presso il Grand Hotel delle Terme di Galatro, nell'incantevole scenario di una natura incontaminata, organizzata dall’Associazione ADDA (Difesa diversamente abili) con il patrocinio di Terme Service, Comune di Candidoni e Lipambiente, sede territoriale di Galatro, Sabato 19 Luglio si è aperta la mostra pittorica di un artista speciale: Daniele Chiovaro.
I meravigliosi dipinti si potranno ammirare fino a Sabato 26 Luglio. Nella giornata conclusiva porgeranno i saluti: Vito Crea e Domenico Distilo - rispettivamente presidente e addetto spampa dell'associazione ADDA, il Dott. Giuseppe Trimarchi, Direttore Generale Terme di Galatro, Loredana Stella, presidente Associazione "PerMano" di Reggio Calabria.
Interverranno inoltre la pittrice Ambra Miglioranzi, presidente "Medmarte" e il sindaco di Candidoni Avv. Vincenzo Cavallaro. Concluderà gli interventi l’assessore provinciale Dott. Giovanni Arruzzolo.
La manifestazione si concluderà con un buffet di dolci offerto da Garruzzo Dolciaria di Rosarno.
Ospite d’eccezione: il pittore DANIELE CHIOVARO.

In basso il programma della manifestazione conclusiva del 26 Luglio e alcune opere dell'artista.

Le foto dei quadri sono di Diana Manduci, fotografo ufficiale della manifestazione.







www.associazioneadda.it


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(30.7.14) LA MANIFESTAZIONE DI CHIUSURA DELLA MOSTRA DI DANIELE CHIOVARO - S’è svolta presso la hall delle terme di Galatro la manifestazione di chiusura della mostra dei quadri di un “artista speciale”, Daniele Chiovaro, organizzata dall’ADDA (Associazione per la difesa dei diritti dei bambini diversamente abili) con la collaborazione di altri enti ed associazioni (Amministrazione Provinciale, Comune di Candidoni, Associazione "Per mano" Onlus, Protezione civile di Galatro, Terme di Galatro), non però del Comune di Galatro, la cui Amministrazione ha anche declinato l’invito a partecipare all’evento.
Alla presenza del giovane artista – costretto dalla patologia di cui soffre, la distrofia muscolare, a dipingere usando la bocca - si sono susseguiti i vari interventi, a partire dal presidente dell’ADDA Vito Crea, che dopo aver ringraziato i presenti e i responsabili istituzionali e delle associazioni, nonché soprattutto Daniele per la straordinaria opportunità offerta, ha fatto il punto delle attività della sua associazione delineando i programmi per i prossimi mesi. Vito Crea ha anche raccontato di quando e come ha conosciuto Daniele e dell’immediata sintonia con la madre, Loredana Stella, che ha costituito l’associazione "Per mano" proprio per dare ai ragazzi come Daniele la possibilità di esprimere ciò che hanno dentro.
A seguire Domenico Distilo, cofondatore dell’ADDA, che ha messo in chiaro come il valore artistico dei lavori di Daniele non dipende dal fatto che sia un cosiddetto disabile o diversabile. Daniele è in primo luogo un artista e il valore e il significato dell’arte sono universali, così come i valori per cui si batte l’ADDA. Se l’evento è stato organizzato alle terme non c’è da sorprendersi, essendo le terme patrimonio dei cittadini di Galatro; peraltro l’universalità dell’arte trascende beghe, polemiche e incomprensioni che potrebbero esserci state.
E’ stata quindi la volta del Direttore della Terme Service, Pietro Trimarchi, che si è detto onorato dell’opportunità di ospitare i lavori di Daniele e di poter collaborare ad un evento che consente al pubblico di conoscere una persona di grande valore. Trimarchi ha affermato che è stato per lui un dovere aderire alla proposta dell’ADDA, dal momento che il fatto di avere certi valori fa sì che in questi casi non ci si possa in nessun modo tirare indietro.
Il sindaco di Candidoni, Vincenzo Cavallaro, si è pure lui soffermato sul valore artistico delle espressioni di Daniele e su ciò che dall’osservazione dei quadri si può evincere in ordine alle capacità immaginative del giovane artista. Cavallaro ha concluso con l’auspicio, che potrebbe apparire paradossale, che associazioni come l’ADDA cessino di esistere, perché solo allora vorrà dire che sarà scomparsa la differenza tra persone, essendo le persone come Daniele non disabili, ma superabili.
Loredana Stella, responsabile dell’associazione "Per mano" e madre di Daniele Chiovaro (artista anche lei essendo di professione insegnante di pianoforte), ha esordito dicendosi stanca di sentir parlare di disabili. Non si tratta di disabili ma di persone, e in quanto persona ognuno di noi è diverso, appunto, da chiunque altro. Ha poi rievocato le circostanze in cui lei e Daniele hanno conosciuto Vito Crea, soffermandosi infine su quanto l’associazione da lei fondata ha in programma a Reggio Calabria e in tutta la provincia per far conoscere Daniele e le sue composizioni.
In rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale, l’assessore Gianni Arruzzolo ha messo in risalto l’importanza delle associazioni come l’ADDA per l’aiuto che possono dare alle famiglie, soprattutto in rapporto alle problematiche scolastiche. Arruzzolo s’è poi soffermato sulle iniziative dell’Amministrazione provinciale e sul ruolo che a persone come Vito Crea, con cui si conosce da anni, va senz’altro riconosciuto ai fini del superamento di barriere che si ostinano a non cadere.
La pittrice Ambra Miglioranza ha evidenziato come nei quadri di Daniele prevalga la luminosità, il che rappresenta un messaggio di vita, di voglia di vivere che si esprime per mezzo di rilevanti capacità tecniche.
A conclusione degli interventi una targa è stata consegnata a Daniele Chiovaro dai rappresentanti dell’ADDA, Vito Crea e Domenico Distilo, con un ringraziamento “per le emozioni che ci hai dato”. Daniele si è detto felice e ha a sua volta ringraziato gli organizzatori dell’evento, in appendice al quale c’è stato un rinfresco offerto dalla Dolciaria Garruzzo di Rosarno, mentre i momenti salienti della manifestazione rimarranno immortalati nelle foto di Diana Manduci.


Nelle foto: due opere di Daniele Chiovaro e il pittore con gli organizzatori ed alcuni intervenuti alla manifestazione.


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(6.8.14) SECONDA RASSEGNA TEATRALE GALATRESE (Michele Scozzarra) - La “Seconda Rassegna Teatrale Galatrese”, organizzata dall’Amministrazione Comunale nell’ambito dei programmati incontri sociali, culturali e sportivi della manifestazione “Vivi Galatro – Estate 2014”, che animeranno l’estate galatrese con una serie di spettacoli di grande coinvolgimento di pubblico, è iniziata giovedì 31 luglio con la presentazione della commedia “La buon’anima di mia suocera”, da parte del Gruppo Teatrale Anoiano, poi è continuata lunedì 4 agosto con la Compagnia del Teatro Stabile Nisseno nella commedia “Maliditta la Miseria”, e proseguirà con altri quattro momenti di spettacolo fino al 14 agosto.
Tutte le rappresentazioni teatrali si svolgeranno di sera, nella centralissima Piazza Matteotti, che sarà allestita come un grande teatro all’aperto e vedranno sul palco, mercoledì 6 agosto la Compagnia Teatrale Dietro le Quinte di Milazzo (ME) con la commedia brillante “Nemici come prima”; sabato 9 agosto la Compagnia teatrale “I Ciclopi” di Adrano (CT) con la commedia “Li Turchi”; giovedì 14 agosto la Compagnia teatrale galatrese “Valle del Metramo” presenterà la commedia farsesca in tre atti “Quandu è troppu… è troppu”.
Anche quest’anno nella “Seconda Rassegna Teatrale Galatrese”, pur nella varietà delle rappresentazioni presenti, si evidenzia una linea costante che va ben al di là della bravura degli interpreti, o della suggestione estetica suscitata dalle varie scene delle commedie: vuole rappresentare il tentativo di recupero di una memoria, di una tradizione, di una cultura autenticamente popolare che, oggi più che nel passato, proprio nel teatro trova il “luogo” in cui si concentrano tante domande fondamentali che ci rimandano a un “oltre” che trasfigura tanti piccoli “episodi” della nostra quotidianità, rendendoli “grandi eventi” sui quali pensare, ridere e riflettere sulla vita e su come viene vissuta nei nostri paesi.
Il Vice Sindaco di Galatro, Pino Sorbara, mi ha evidenziato l’interesse dell’Amministrazione ed i motivi che li hanno spinti a continuare nella programmazione di così significativi eventi: «Quest’anno, come conseguenza del successo ottenuto dalla Rassegna nella passata edizione, che ha registrato una massiccia presenza di pubblico attento e competente, l’Amministrazione Comunale, su sollecitazione di tanti cittadini, ha aumentato le serate da quattro a cinque, inserendo nel programma 3 Compagnie teatrali siciliane, la Compagnia teatrale della vicina Anoia e concludendo la rassegna con la locale Compagnia “Valle del Metramo” con l’intento, sicuramente riuscito, di aumentare il livello qualitativo delle rappresentazioni.
Il tutto è stato realizzato insieme alla FITA (Federazione Italiana Teatro Amatori) che ci ha permesso, per il secondo anno consecutivo, di uscire dal giro di azione limitato delle compagnie locali, facendo uscire la nostra rassegna dai soliti confini paesani e regionali e inserendola nel cartellone degli spettacoli Nazionali della Fita.
Chiuderà la rassegna, anche quest’anno la Compagnia teatrale Galatrese “Valle del Metramo” che si presenta come un segno di grande tradizione, arte e cultura del nostro paese che non possono andare perduti. Per questo merita un plauso e un incoraggiamento chi si sta facendo carico della continuità di questa bellissima espressione artistica galatrese.
Mi auguro che questa Rassegna possa rappresentare non soltanto un momento di spensieratezza e di svago per i cittadini galatresi e per quanti verranno dai paesi vicini ma, soprattutto, sia un momento di aggregazione sociale, d’incontro per un risveglio culturale del nostro paese per il quale bisogna lavorare e intensificare tutte le nostre energie, tutta la nostra creatività e tutto il nostro impegno.»
In basso il programma completo della Rassegna Teatrale Galatrese 2014.





Nelle immagini, dall'alto: il sindaco Panetta e il vicesindaco Sorbara; il programma completo della Rassegna Teatrale Galatrese 2014; gli attori ringraziano il pubblico.


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(12.8.14) QUANDU E' TROPPU... E' TROPPU! (Michele Scozzarra) - Anche quest’anno la Compagnia teatrale galatrese “Valle del Metramo”, sarà presente nel programma della “Seconda Rassegna Teatrale Galatrese", infatti, sera del 14 agosto presenta nella nostra piazza cittadina la commedia brillante in tre atti “Quandu è troppu… è troppu!”: un gruppo di persone, studenti e lavoratori, si fa carico di portare avanti una compagnia per continuare una tradizione ed una esperienza teatrale della nostra Galatro, che rappresenta un’avventura che ha a cuore molto di più che la riuscita di una bella recita.
L’esperienza galatrese del teatro continua dunque, come riscoperta e riappropriazione di una storia sulla vita di oggi nel suo “incontro” con tutta una tradizione, una cultura, una memoria da recuperare e valorizzare, resa possibile dalla bravura degli interpreti, tutti galatresi: Raffaele Ruggieri, Michele Furfaro, Rocco Ruggieri, Valentina Lucà, Rocco Ruggieri Jr., Jasmine Mandaglio, Diana Manduci, Marcello Sorrenti, Federica Crea, Peppe Romeo.
Dalle notizie inserite nella locandina della Compagnia si legge che: “La compagnia teatrale galatrese parte da molto lontano. Affonda le sue radici alla metà degli anni ’80. Nasce nel salone della Chiesa di San Nicola, dopo una recita di carnevale fatta tra amici e frequentatori della parrocchia. Fu un’esperienza bellissima, ma breve. In questo periodo furono rappresentate diverse commedie brillanti: nel 1986 “Gatta ci cova”, nel 1987 “L’eredità du zi bonanima”, nel 1988 “I morti non paganu i tassi”. Nel 2010 si decise di rimettere in piedi ciò che restava della vecchia compagnia che riportò in piazza la rivisitazione di: “L’eredità du zi bonanima”.
Nel 2013 la Compagnia teatrale galatrese costituisce l’associazione culturale “Valle del Metramo”. La denominazione rispecchia le caratteristiche geografiche di Galatro, caratterizzato da una valle e attraversato dal fiume Metramo. L’associazione non ha scopo di lucro e persegue il fine esclusivo della tutela e valorizzazione della cultura, del patrimonio storico e artistico, nonché educazione permanente e attività di animazione creativa, attraverso ogni espressione di creatività, e valorizzazione artistica e ludica nel campo della recitazione, del teatro e della danza, caratterizzandosi come organizzazione di volontariato ai sensi della legge 11 agosto 1991, n. 266.
Nel 2013 la compagnia si presenta con lo spettacolo “’U figghiu masculu” partecipando alla “1^ rassegna teatrale” di Galatro e alla rassegna organizzata dalla Pro-loco di San Calogero, riscuotendo grandi consensi in varie piazze della provincia. Per questo 2014 la compagnia teatrale metterà in scena la commedia brillante in tre atti “Quandu è troppu è troppu!” di A. Leotta, F. Cannata, M. Leotta. Ma l’associazione non ha solo l’obiettivo di esibirsi e per questo abbiamo messo tutte le sue forze per concretizzare l’attività di teatro, con l’auspicio di far sorridere il pubblico”.
Nella locandina viene anche spiegato che “La storia è ambientata in una pensioncina di provincia negli anni ’90. La proprietaria Antonia, donnone autoritario, ben vestita, è il tipico personaggio spilorcio ed esigente, che esaspererà Serafino e Domenica, con la sua mania del risparmio. Serafino, sposato, vigile urbano di giorno, per sbarcare il lunario fa il portiere di notte alla pensione dove avrà da fare con le ossessionanti richieste dei pensionanti: Pina zitella che si crede bella e desiderabile, Fifì nobile marchesino decaduto e il sonnambulo professor Trombone. Al suo fianco Domenica, cameriera tuttofare… per finire mancavano solo loro, gli sposini, i pezzi forti della pensione! Può un povero uomo controllare il proprio limite di sopportazione?”.
Il coordinatore-regista della Compagnia, Raffaele Ruggieri, ha cercato di spiegare come questa bella esperienza di teatro, si va a inserire in tutto un contesto culturale che, a dispetto di quanto appare, sta tenendo alto il nome del nostro paese in tanti campi: “Il lavoro della compagnia si inserisce in quel
grande lavorio culturale che si sta sviluppando a Galatro negli ultimi anni. E’ inutile stare sempre a dire le stesse cose sul fatto che “siamo sempre di meno”, o che “nessuno fa niente” o, ancora peggio che il paese sta morendo o è già morto.
A Galatro ci sono belle realtà che rendono viva la tradizione culturale del nostro paese, ci sono tante persone appassionate che fanno di tutto per esprimere, a livello artistico o altro, questa loro passione: come non citare i Karadros che si sono ormai conquistati uno spazio nel panorama musicale, non solo calabrese, che rappresenta un vanto per Galatro; il nostro bel Coro parrocchiale che con molta competenza e dedizione, da oltre un trentennio è un punto di riferimento stabile della Chiesa di Galatro; l’Ados che ormai è una solida realtà che ha messo radici ben piantate nel nostro territorio, non solo per la manifestazione estiva del Mercatino; la Croce rossa e Lipambiente che sono riuscite a convogliare sulle sezioni di Galatro altri componenti di altri paesi; l’Adda che sta promuovendo una vasta opera di sensibilizzazione sui problemi riguardanti le persone diversamente abili; negli ultimi tempi vediamo del movimento intorno al vecchio campo sportivo, la passione per i cavalli di una persona che vive a Galatro sta realizzando un qualcosa di veramente eccezionale; e quante altre cose (che ora mi sfuggono e mi dispiace se ho dimenticano qualcuno) potremmo elencare nel campo della cultura che rappresentano una testimonianza veramente forte di impegno e attaccamento al nostro Paese, alla sua storia e anche al suo futuro.
E’ in questa prospettiva che mi piace inserire anche il lavoro del nostro Gruppo teatrale sia per il messaggio di sano svago e divertimento che vogliamo trasmettere, ma anche per la testimonianza di un grande affiatamento tra di noi, per l’amicizia che è maturata ben oltre l’impegno per il teatro. E’ proprio in questo nostro modo di lavorare, stare insieme, progettare qualcosa di bello per Galatro che nasce l’energia e l’impegno per far sì che non vada perduta quella bellezza che negli anni passati ha destato un fascino ed un coinvolgimento che noi oggi vogliamo continuare a trasmettere”.




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(14.8.14) LA SFIDA DI RUGGERO GRIO (Domenico Distilo) - Ogni vita è singolare, unica, mai simile, tantomeno uguale ad un’altra. Ma, paradossalmente, è proprio l’unicità, in quanto tale per definizione inassimilabile, ciò che le biografie e/o autobiografie, quando sono ben raccontate e ben scritte, consentono di assimilare, di far diventare nostro, parte del nostro modo di pensare e vivere.
E’ senz’altro questo il caso dell’autobiografia di Ruggero Grio, apparsa sotto il significativo titolo La mia sfida (e fu così che mi feci medico) presso l’editore Laruffa di Reggio Calabria nel giugno scorso, nella quale l’autore, mentre dipana nel racconto il filo della propria esistenza, è attento soprattutto a coglierne in ogni vicenda l’aspetto e il significato universali, licenziando alla fine un testo di alto valore pedagogico, un legato alle generazioni future perché ne sappiano proseguire il percorso imitando il protagonista di una vita vissuta nel segno di un’elevata intensità morale.
Ruggero Grio, che nasce a Polistena nel 1942, in piena guerra, ha il retaggio di una famiglia importante, storica. Si tratta però di un retaggio che lungi dal tradursi, come ci si aspetterebbe, in percorsi facilitati ed accessi riservati, per il combinato disposto delle contingenze storico-esistenziali e del rigore morale, che rappresenta lo stigma suo e dei suoi ascendenti, non lo esime dal conquistarsi con sacrificio ciò che potrebbe essere suo senza patemi. Ruggero però non è il tipo che demorde al cospetto delle avversità, piuttosto fa crescere dentro di sé la propensione alla sfida, sviluppando una concezione agonistica dell’esistenza che lo porta, adolescente, a mostrare un carattere che appare riservato ma è in realtà fiero, indipendente, corredato di uno spirito critico, fortemente antidogmatico, che esplode per la prima volta allorché, in un’aula del liceo classico “Gerace” di Cittanova, prende per il bavero un professore che non aveva saputo rendergli conto di un voto inferiore alla sufficienza in un tema che avrebbe meritato ben altra valutazione, per di più trovando il modo di apostrofarlo con frasi provocatorie.
La propensione alla sfida diventa allora vocazione esistenziale, stile di vita. Così il giovane Ruggero sfida in primo luogo se stesso scegliendo di prepararsi per gli esami, di cui è disseminata la carriera scolastica ed universitaria, con un impegno di studio strenuo, di molte ore al giorno, consapevole che solo la dedizione totale può essere foriera di risultati lusinghieri.
E sfida se stesso quando, dopo la laurea in Medicina e chirurgia, sceglie di restare nella “fredda” Torino - invece di fare rotta su Roma, dove le relazioni del padre, pure lui medico ginecologo avrebbero magari potuto avvantaggiarlo - per il corso di specializzazione in Ginecologia ed ostetricia, subito scontrandosi con l’insulsaggine di un vecchio cattedratico che gli rivolge espressioni razziste e volgari dopo essere stato reso edotto dallo stesso Ruggero, nel loro primo incontro, della propria origine meridionale.
L’atteggiamento verso la vita del giovane meridionale – di un “paese sperduto” - che “vuole, fortissimamente vuole” diventare qualcuno nella Torino degli anni Settanta, potrebbe apparire frutto del carattere, del retaggio, forse anche dell’adesione inevitabile a prassi convenzionali. Ovviamente è un po’ di tutto questo, ma la materia informe non può che trovare una sua forma, la natura non può non diventare cultura, processo che per compiersi esige, nell’individuo, le giuste letture e la scelta di un autore di riferimento. Così il Nostro trova in Mazzini e, a seguire, nell’adesione ai principi della libera muratoria la forma più conveniente del proprio modo d’essere, della propria peculiare attitudine a stare nel mondo. Diciamo, per essere più chiari, che Mazzini e la muratoria inverano, rendendole pienamente compiute, la vocazione personale e la tradizione familiare della teoria e della pratica della medicina, sempre intese e coltivate nel segno del giuramento d’Ippocrate, come lotta diuturna per alleviare le sofferenze dell’Umanità, che rappresenta, com’è noto, il fulcro e l’essenza della religiosità mazziniana.
A Torino Ruggero Grio compie tutta la carriera universitaria fino a diventare titolare di cattedra - non per meriti politico burocratici, va sottolineato, ma scientifici - mentre scorre il film degli anni di piombo, con le Brigate rosse e Prima linea che condizionano pesantemente la vita della città e un giorno dell’aprile 1978, proprio mentre è in atto il sequestro Moro, avendo individuato nel cattedratico di fama di origine calabrese un “nemico del popolo al servizio del Sim” (il fantomatico Stato imperialista delle multinazionali), lo sequestrano nel suo studio della clinica universitaria, lo “processano” e, dopo essersi scontrati con l’insuperabile resistenza del malcapitato a rispondere alle loro deliranti domande, lo fanno segno di alcuni colpi di pistola che lo costringeranno ad anni di cure medico-specialistiche.
La sfida a se stesso, vinta alla grande, cede il campo con questo episodio a un’altra non meno difficile, quella alle disavventure della vita, che non risparmiano al Nostro quanto di più terribile possa esserci per un padre, la morte del figlio. La vita di Ruggero viene infatti letteralmente squassata dalla notizia improvvisa della morte del figlio Michele in un incidente stradale. Nonostante l’intensità formidabile, si direbbe disumana, del dolore Ruggero Grio sceglie di aggrapparsi alla fede, di continuare nel lavoro di scienziato e di medico e a credere nei valori nei quali ha sempre creduto e che non possono non avere nella trascendenza il loro centro, il più naturale ubi consistam. Così il tempo passa e giunge il momento della pensione, quanto mai propizio per i bilanci, per le memorie che sono sì un modo di rivivere, di ricostruire, di risistemare, di ripensare ma, soprattutto, di lasciare alle generazioni future un exemplum, un modello da imitare sia pure nelle diverse circostanze e contingenze temporali.
Per concludere: un libro che si raccomanda agli anziani per riviversi e ritrovarsi, ma ancor più ai giovani per ricevere da chi ha saputo ben vivere l’insegnamento di cosa sia la vita, in ogni tempo.

Nella foto: la copertina del libro "La mia sfida" di Ruggero Grio.


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(23.8.14) IL MALANDRINO (PARTE II) (Pasquale Cannatà) - Da parecchie settimane sto leggendo le “Novelle per un anno” di Pirandello, e non vi dico la mia meraviglia quando sono arrivato al racconto che ha per titolo La lega disciolta e mi sono ritrovato narrate le stesse situazioni descritte da Nicola Gratteri nel suo intervento alla giornata per la legalità organizzata poco più di due anni fa dalla "pro loco Galatro".
Nella suddetta occasione, nella nostra cittadina sono intervenuti alcuni illustri ospiti (tra cui i magistrati Rocco Cosentino e Nicola Gratteri) che hanno dato il loro contributo di idee per la buona riuscita della manifestazione, ed io ricordo che durante quell’incontro don Pino Demasi, il moderatore Umberto Di Stilo e gli altri relatori ci hanno spiegato perchè siamo tutti malandrini: ricordo inoltre che le parole da loro pronunciate (e in special modo la storiella narrata da Gratteri) mi avevano fatto tornare in mente alcuni avvenimenti della mia giovinezza e che avevo riportato in un articolo le impressioni che quei ricordi mi avevano suscitato.
Nel racconto di Pirandello si parla infatti di un vecchio commerciante, che su mandato di ricchi possidenti si interessava a ritrovare i capi di bestiame che qualche ‘birbante’ aveva rubato. Don Zulì (questo era il nome del commerciante) prometteva di andare per le campagne circostanti, anche se avesse dovuto impiegarci giorni e giorni, a riprendere il maltolto e restituirlo ai legittimi proprietari, non senza aver prima rimproverato questi ultimi perché pagavano troppo poco la giornata lavorativa dei braccianti. Certamente quel salario era insufficiente per i bisogni delle famiglie dei contadini, ed essi erano quindi costretti ad arrangiarsi in qualche modo per arrivare a ‘sbarcare il lunario’: prova ne era il fatto che a don Cosimo Lopes, unico proprietario terriero che pagava un salario doppio di quello che facevano loro, non era stata mai rubata neppure una gallina.
Don Zulì fingeva allora di mettersi in cerca degli animali rubati, e quando dopo due o tre giorni tornava dai proprietari del bestiame con la buona notizia del loro ritrovamento, si faceva dare dei soldi per il riscatto dovuto ai picciotti, che non erano cattivi, ma cattivo era il bisogno che non potevano soddisfare con la misera paga che ottenevano in cambio del loro lavoro.
Quella prima impressione di somiglianza tra il racconto di Pirandello e la situazione descritta da Gratteri è svanita quando ho continuato la lettura: nel seguito viene infatti spiegato che ogni sabato tutti i contadini che facevano parte della lega si radunavano in un posto stabilito e dividevano i soldi ottenuti con la restituzione del bestiame in modo che ogni persona che aveva lavorato riceveva il conguaglio per arrivare alla giusta somma pagata invece da don Cosimo Lopes, e chi non era stato chiamato a giornata aveva comunque la paga per i bisogni della sua famiglia ed erano pagate delle pensioncine anche alle famiglie dei contadini che si trovassero momentaneamente in prigione perché scoperti in occasione di qualche prelievo organizzato dal commerciante, ma che era finito male perché intercettato dalle forze dell’ordine.
Don Zulì non tratteneva per se neanche un soldo, perché stava bene di suo e si impegnava a dirigere questa specie di sindacato ‘sui generis’ senza pretendere alcun compenso, solo per avere la stima ed il rispetto della gente: aveva un grande senso della giustizia ed aveva trovato il sistema di applicarla a suo modo, facendo pagare una tassa ad ogni proprietario da individuare di volta in volta in base a criteri stabiliti. La giustizia era applicata anche a favore dei ricchi, e se qualche settimana non si trovava nessun possidente che in base ai suddetti criteri potesse essere alleggerito di qualche capo di bestiame, don Zulì provvedeva alle necessità dei componenti della lega facendo fare un prelievo dal bestiame del suocero, e quindi in buona sostanza derubando se stesso.
Ma purtroppo molto spesso le cose nate a fin di bene, col passare del tempo finiscono per prendere una direzione sbagliata, e così quel sindacato ‘ante litteram’ creato da don Zulì per rimediare ad un sopruso dei latifondisti nei riguardi dei braccianti diventò una mafia criminale che mirava all’arricchimento ed all’estorsione a prescindere dal bisogno degli uni o dalla vessazione perpetrata dagli altri: infatti la novella finisce con l’abbandono del fondatore della lega dovuto al fatto che alcuni picciotti avevano rubato del bestiame anche dopo che tutti i latifondisti avevano portato il salario alla giusta cifra e non era stato fatto alcun altro tipo di sopruso nei loro confronti.
Degli altri racconti inseriti nella raccolta posso dire che su un librone di 1.460 pagine contenente tutte le 241 novelle per un anno scritte da Pirandello (nelle sue intenzioni avrebbero dovuto essere 365, una al giorno, ma non è riuscito a portarle a compimento!) sono arrivato a leggerne poco più dei 2/3, e l’impressione che ne ho ricavata è di un grande pessimismo. A parte La giara e pochissime altre con una qualche vena di umorismo, il 95% delle novelle finisce male per i protagonisti e rivela un atteggiamento negativo dell’autore nei confronti della vita in generale e del matrimonio e della donna in particolare: non che l’uomo sia visto bene, anzi!
Riporto di seguito alcune frasi significative ad esempio di quanto ho appena affermato:

1) Nella novella Lontano è scritto che «per forza, un giorno o l'altro, Venerina sarebbe stata l'erede di tutto quanto la zia possedeva: della casa, del poderetto lassú, sotto il Monte Cioccafa, degli ori e della mobilia e anche di quelle otto coperte di lana che ella aveva intrecciate con le sue proprie mani, nella speranza non ancora svanita di schiacciarvi sotto un povero marito
2) In “il vitalizio” leggiamo che alcune donne «erano disposte a riconoscere al Maràbito una certa furberia per aver dimostrato di comprendere ciò che di solito la cara minchionaggine degli uomini non comprende: che, cioè, quello che esse dànno, e che per gli uomini è tanto (tanto che perfino ci fanno le pazzie), per loro è meno che niente, anzi il loro stesso piacere. Ora, non esserselo preso, questo piacere, per non darlo alle donne pagandolo come tutti gli altri uomini lo pagano, per loro era in fondo da saggio; e provavano soddisfazione a fargli vedere che tuttavia erano pronte a servirlo lietamente pur non avendo mai avuto nulla da lui.»
3) Ultima citazione, e non ne riporto altre di succose per non dilungarmi troppo, in La paura del sonno si legge questa chicca a proposito del rapporto di alcune mogli con il sesso: «La donna aveva accolto i primi impeti d'amore del marito come un lenzuolo bagnato un febbricitante. E cosí gli ardori del Càrzara a poco a poco si erano raffreddati.» Di altre mogli in molti racconti si evidenzia poi come appena avuto un bambino si dedichino completamente al piccolo trascurando il marito.

Sono convinto che le successive 80 novelle circa che mi mancano non si scosteranno da questa visione cupa della vita fin qui proposta da Pirandello, ma certamente gusterò il suo inimitabile stile narrativo e la sua grande seppure molto spesso triste ironia.
A proposito della sua ironia, ricordo che nella novella “rimedio: la geografia” si racconta... no, no, scusate, ma avevo promesso di non dilungarmi troppo, e siccome intendo mantenere questa mia promessa, mi fermo qui.

Nella foto: Alberto Sordi nel film "Il mafioso".

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(2.9.14) SALUTE E PREVENZIONE A TAVOLA: LA DIETA MEDITERRANEA (Raffaele Mobilia) - La dieta mediterranea è un regime alimentare che deve il proprio nome al fatto che ha origine e viene praticata da secoli (anzi, da millenni) dai popoli che si affacciano sul Mar Mediterraneo, in zone del pianeta in cui si sono da sempre coltivati l’ulivo, la vite, gli agrumi: la nostra penisola, in special modo l’Italia Meridionale, la Grecia, la Spagna, la Francia del sud.
Essa è costituita principalmente da: pesce - il cosiddetto “pesce azzurro”, tipico dei nostri mari - alici, sarde, aguglie, neonate; pesce spada, tonno, cozze, vongole e molluschi vari; verdure (broccoli, cavoli, pomodori, carote, lattughe, scarola, ecc.); legumi (fagioli, ceci, lenticchie, fave, ecc.); cereali (pasta, pane, riso, orzo, farro, ecc.); olio di oliva, possibilmente extravergine; tanta frutta di stagione, sia fresca (agrumi, mele, pere, pesche, ecc.), che secca (noci, mandorle, nocciole, castagne, ecc.).
Cominciando a descrivere le proprietà nutritive dei vari alimenti, possiamo dire che il pesce è ricco di proteine, che, come è noto, costituiscono le sostanze plastiche del nostro organismo, quelle cioè che “costruiscono” le fibre muscolari ed ossee del nostro corpo; alle proteine si aggiungono pochi grassi e benefici, perché appartenenti alla serie omega 3: essi hanno la proprietà di controllare il tasso di colesterolo nel sangue, contribuendo a mantenere pulite vene ed arterie e prevenendo così le malattie cardio-vascolari.
I carboidrati nel pesce hanno una proporzione irrilevante. Al contrario questi ultimi sono presenti in abbondanza nei cereali, sotto forma di amido e nella frutta fresca come zuccheri semplici tipo il fruttosio. Il nostro organismo ha bisogno di un apporto costante di zuccheri poiché questi sono il carburante elettivo che bruciando fornisce energia in tempi brevi nei momenti di maggior richiesta, come una corsa, un’attività sportiva o uno sforzo nervoso o mentale. I grassi o lipidi, al contrario, vengono accumulati come riserva e il loro eccesso è dannoso alla salute.
La dieta mediterranea, essendo particolarmente ricca in proteine, quelle di pesce, legumi e cereali, pulite (facilmente assimilabili e libere da frazioni lipidiche sature), carboidrati e fibre (che favoriscono l’eliminazione delle scorie tossiche), e povera in grassi, costituisce un regime alimentare molto sano, semplice e completo: frutta e verdura sono ricche in vitamine, soprattutto C, A, E e sali minerali, tutti preziosi e indispensabili elementi che difendono le cellule del corpo dall’aggressione dei cosiddetti “radicali liberi”, sostanze dannose che possono provocare malattie degenerative, invecchiamento e tumori.
Anche l’olio extravergine di oliva possiede capacità protettive, poiché è costituito da grassi prevalentemente polinsaturi e monoinsaturi e contiene un’alta percentuale di vitamina E, che come abbiamo già detto è un prezioso alleato contro i radicali liberi. Il pomodoro contiene licopene, prezioso antiossidante che protegge da vari tumori, tra i quali quello alla prostata. Le carote contengono beta-carotene o pro-retinolo, precursore diretto della vitamina A.
Infine, non dimentichiamo il nostro peperoncino e il vino rosso che, a dosi moderate, svolgono anch’essi una funzione protettiva. Il vino rosso contiene polifenoli, tannini e il resvetrarolo, potente antiossidante che si è rivelato sostanza antitumorale; il peperoncino contiene invece capsicina, altra sostanza antiossidante.
Numerose ricerche hanno dimostrato come la varietà e la ricchezza dell’alimentazione mediterranea la rendono preferibile ad altre diete: probabilmente non è un caso che persone ultracentenarie hanno inserito questo tipo di alimentazione fra le altre componenti fondamentali del loro stile di vita.

Raffaele Mobilia
docente di Psicologia della Salute e del Benessere


Nella foto: alcuni componenti fondamentali della dieta mediterranea.


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(5.9.14) 'A POLITICA (Biagio Cirillo) - Premetto che, anche se faccio questa poesia che parla di politica, sulla politica sono ignorante patocco. E' un piccolo ricordo degli anni addietro quando, giovincello, vedevo queste figure che giravano per le case per chiedere un voto. Ho avuto modo di vedere anche a casa dei miei genitori dei personaggi che fuori dalla campagna elettorale non passavano nemmeno nella zona.
Loro chiedevano un voto promettendo menzogne e le povere persone li accontentavano con altrettante menzogne: "Sì, non vi preoccupate, voteremo per voi". Il voto non si negava a nessuno. Tutti amici erano nella campagna elettorale. Quante chiacchiere ho sentito, ma quello che ho sempre visto è solamente un paese che, anno dopo anno, è andato sempre più indietro.
Un giorno ad una bella tavolata un carissimo amico, mentre si parlava del più e del meno, mi chiese come mai non mi è mai venuto in mente di scrivere una poesia sulla politica: ecco da dove nasce questa poesia.
Un cordiale saluto alla redazione.

A Politica

Mi ricordu du passàtu, quandu nc'eranu l'elezioni,
s'izàvanu i politicanti di supa a li poltroni,
venénu a menzu a genti e puru i cchiù cazzoni
cercavanu lu votu promettendu cosi boni.

Dicénu cosi belli, scindendu a compromessi,
a nui povari babbi ndi facènu sempri fessi:
"Vi dugnu u postu fissu, vi conzu puru a strata,
pe nommu attroppicati si faciti a passijàta."

Bongiornu e bonasira dicènu a li passanti,
cercandu u votu soi e di li soi parenti,
t'offrivanu i 'mbiviri e puru di mangiari
ma poi s'irhi vincènu ti facìanu purgari.

Ognùnu nu partitu e nu culuri di bandèra,
parlavanu e promettènu tutti i 'na manèra.
Parivanu sinceri e sempri cchiù felici,
stringendu a mani a tutti, comu veri amici.

Mò, doppu tant'anni, non si capisci nenti,
ti rivigghi 'na matina e cangiàru presidenti,
cangiàru li ministri e puru i deputati,
sapiti chi vi dicu? pigghiàmuli a puntàti.

Cangiàru li culuri, persinu d'i bandèri,
cangiàu puru u mundu e u modu di penzàri,
cangiàru puru i simbuli di tutti li partìti,
mi pàrinu sempri cchiù na banda i disperati.

Secundu u me parèri non cumàndanu i partiti,
cumanda cchiù la mafia cu li soi pentiti.
Cu tuttu stu casinu ndi fìciaru stuffàri,
ndi fìciaru passari 'a voglia di votàri.

Cu dici su di centru, cu i destra o di sinistra,
cu non capisci nenti e tuttu mprasca e mbisca,
cu parla sulamenti tantu pe parlàri,
u scopu veru è propriu mu poti cumandàri.

Si jamu avanti ancora nu pocu i sta manèra,
pensandu sulamenti ca u fannu pe' carriera,
l'Italia si ndi staci finendu a scatafasciu
e mbeci u jamu supa, jamu sempri cchiù vasciu.

Io propriu di politica,
non ndi capisciu nenti,
è megghiu ca vu dicu:
mi vinnaru sti chiacchiari
parlandu cu n'amicu.

Biagio Cirillo


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(24.9.14) PRESENTATO A POLISTENA UN VOLUME SUL MUSICISTA DOMENICO BARRECA - Nell'ambito dell'iniziativa "La Calabria a Polistena. Incontri culturali di fine estate", è stato presentato qualche giorno fa il volume di Agostino Formica dal titolo Domenico Barreca, storia di un musicista, edito da Associazione Culturale L'Alba, pp. 120, € 20,00.
L'iniziativa culturale, che ha previsto ben cinque incontri (dal 16 al 20 Settembre) con la presentazione di altri volumi, è stata promossa dal Centro Studi Polistenesi, dal Comune di Polistena, dallo Storico Complesso Bandistico "Città di Polistena", dal Circolo di Studi Storici "Le Calabrie" e dall'Associazione Culturale L'Alba, con il patrocinio scientifico della Deputazione di Storia Patria per la Calabria. Sede degli eventi è stata la sala conferenze di Palazzo Sigillò, in Piazza del Popolo a Polistena.
Dopo il discorso introduttivo di Giovanni Russo, già direttore della Biblioteca Comunale di Polistena e animatore dell'iniziativa, a relazionare sul volume di Agostino Formica è stato il pianista e musicologo galatrese
Massimo Distilo che ha delineato a grandi tratti la figura del protagonista del libro, ovvero il musicista Domenico Barreca, nato a Terranova Sappo Minulio e vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento. Barreca, dopo una difficile infanzia, è approdato alla direzione della Fanfara del 21° Reggimento Fanteria "Cremona" e poi del Corpo Musicale Civico di Catania. Ha inoltre composto e trascritto un gran numero di brani per banda, molti dei quali pubblicati da importanti case editrici, fra cui Ricordi.
Lo stesso autore del volume, Agostino Formica, ha infine spiegato nei dettagli il percorso di ricerca che lo ha portato a scoprire gradualmente e a mettere nel giusto risalto la figura di questo musicista calabrese, finora poco conosciuto, sul quale c'è ancora tanto da approfondire.

Scarica il testo della relazione di Massimo Distilo (PDF) 42,6 KB


I volumi presentati nelle altre giornate sono stati:
Vincenzo Naymo, Notai e notariato in Calabria in età moderna
Vincenzo Cataldo, La frontiera di Pietra
Giuseppe Caridi, La Calabria nella storia del Mezzogiorno
Giovanni Quaranta, Giuseppe Antonio Pasquale, patriota calabrese e direttore del Real Orto Botanico di Napoli









Nelle immagini, dall'alto: Agostino Formica, Massimo Distilo e Giovanni Russo durante la presentazione; la copertina del volume su Barreca; due panoramiche della sala; la locandina con i dettagli degli eventi.

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(29.9.14) UN LIBRO DI DON LETTERIO FESTA SU CHIESA CALABRESE E CONCILIO VATICANO II (Michele Scozzarra) - Il Concilio Vaticano II fu un evento straordinario nella storia della Chiesa: una certa concezione burocratica della vita della Chiesa è stata messa in discussione dall’emergere di fermenti nuovi, di riscoperta di valori trascurati e di nuove esperienze maturate in Italia e fuori dall’Italia.
Numerosi Vescovi andarono al Concilio convinti di avere qualcosa da insegnare agli altri e, invece, furono colti da una vera e propria scossa proprio nel costatare, che da tanti “sconosciuti” Vescovi avevano soprattutto da imparare, prendendo anche conoscenza (forse in maniera inaspettata e per la prima volta!) che nella Chiesa erano successe una quantità di cose, a loro completamente sconosciute, di cui non avevano potuto avere alcuna notizia leggendo “soltanto” i giornali diocesani da loro stessi editi.
Intanto, grazie al Concilio, l’opinione pubblica scopriva una Chiesa diversa, una realtà di cui non le era stato dato modo di avere sentore, non solo attraverso i suoi atti ufficiali, ma anche attraverso i contributi che non sono conosciuti da molti, come quelli riportati nel libro di don Letterio Festa Le proposte dei Vescovi delle Chiese calabresi per il Concilio Vaticano II, che si inserisce con un prezioso lavoro di un giovane sacerdote che ha voluto dedicare la sua tesi di Licenza, presso la Pontificia Università Lateranense in Roma, all’intervento dei Vescovi della Chiesa calabrese al Concilio Vaticano II: «I Vescovi calabresi – scrive don Letterio – non mancarono di offrire un importante contributo per i lavori preparatori del Concilio Vaticano II attraverso i “consilia et vota”. L’analisi di questi testi permette di riconoscere, nella mente e nel cuore dei presuli, la preoccupazione per la “cura et salus animorum” e la sempre maggiore consapevolezza dei principali problemi in atto nelle loro Chiese. Sarà l’esperienza conciliare, inviata con l’invio delle proposte, a renderli dei testimoni convinti di una Chiesa “semper reformanda”, pronta ad ascoltare le istanze del mondo facendo proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi”.»
Questo libro, attualissimo nelle sue osservazioni anche per la realtà che viviamo nei nostri giorni, dice alla Chiesa, e non solo a quella calabrese, di essere sempre più coraggiosa nel cercare se stessa, la sua vera vocazione, il senso della sua missione, soprattutto nella nostra terra di Calabria. E non si presenta, certamente, come una serie di riflessioni su documenti che qualsiasi sociologo, spettatore estraneo ma curioso delle vicende ecclesiali, potrebbe fare allo stesso modo, perché nasce in una sofferta partecipazione alla storia e alla missione della Chiesa calabrese e, nella partecipazione e preoccupazione per questo cammino, trova il fondamento e il suo significato.
Scrive don Letterio: «La riflessione sui fondamenti della situazione pastorale e religiosa odierna, sulle sue urgenze e emergenze, nelle sue speranze e necessità, non può, infatti, prescindere dal passato più o meno prossimo che ne contiene “in nuce” le premesse e, in alcuni casi, le cause», mettendo in risalto, in maniera impeccabile, come i Vescovi calabresi arrivavano al Concilio sempre più consapevoli del cambiamento in atto tra la loro gente, con la convinzione della “bontà di fondo” della gente calabrese, senza tralasciare una particolare attenzione al “massimo comun denominatore” che ha unito i Vescovi calabresi nella lettura della situazione sociale, dell’attività pastorale e delle necessità impellenti della realtà calabrese da presentare ai lavori del Concilio, ben rappresentate nelle parole del vescovo di Oppido, mons. Raspini: «Ci porteremo anche noi a Roma, poveri e piccoli asinelli dell’Aspromonte; con fede andremo ad ascoltare, vedere, imparare tutte le ansie della Santa Famiglia umana, che cammina con passo sicuro verso il destino che Gesù Cristo le ha acquistato con il suo sangue.»
E questa realtà calabrese, da presentare a Roma, era fatta di «rovine fumanti, lutti funesti e miseria palpabile che la Seconda guerra mondiale aveva lasciato come terribile eredità: la Calabria, vittima di secolari incurie e ruberie, prigioniera di una criminalità che si preparava a fare il “salto di qualità” e di un analfabetismo diffuso. L’emigrazione assumeva dimensioni da “esodo biblico”, la malaria era diffusa e, ancora negli anni ’50, si viveva, nella parte meridionale della Regione nelle baracche costruite all’indomani del terribile terremoto del 1908.»
Tante sono le domande che, ancora oggi, si pongono sul Concilio e tanto si è scritto in questi ultimi cinquant’anni: ciò non toglie che il Concilio, ancora oggi, e anche all’interno della Chiesa, è rimasto un oggetto quasi misterioso. Perché? Disinteresse, paura, presunzioni di voler rimanere attaccati alla “tradizione”, o presunzione di pensare che oggi bisogna avere il coraggio di rompere con la “vecchia tradizione”.
Nel suo libro don Festa scrive che «tutti i Vescovi alla guida delle Chiese calabresi hanno risposto alla lettera del cardinale Tardini e tutte le loro risposte sono pubblicate negli atti ufficiali del Concilio Vaticano II.» Parteciparono al Concilio con i “consilia et vota”, che costituiscono un genere letterario particolare, ma che nella sostanza indicano le aspirazioni e i desideri che i Vescovi «auspicano che siano tenuti presenti e dibattuti nei lavori conciliari.»
Per i Vescovi calabresi, chiamati a partecipare al Concilio con i “vota”, l’argomento di maggiore interesse è costituito dal Clero, anzi dai problemi del Clero del tempo che sono individuati nella «poca osservanza della legge della residenza; la scarsa cura dell’insegnamento catechistico ai fanciulli e agli adulti; la poca disponibilità ad obbedire al Vescovo, specie dai sacerdoti novelli….»
E, in risposta a quanti sostenevano che il clero calabrese manovrasse milioni, bellissimo è il passo riportato nel libro, di una lettera scritta dal canonico Giuseppe Gullotta ad un deputato: «Venga, venga quaggiù, in queste contrade onorevole deputato! Visiti i luoghi dove infierisce la malaria e vedrà i milioni che possiedono i nostri parroci… Se vedesse con i propri occhi la condizione di certi parroci, se considerasse l’opera loro, Ella non userebbe l’arma dell’ironia, ma apprezzerebbe in quella sottana nera, spesso non nuova e diventata di colore indecifrabile a forza di fregatine di spazzola, l’uomo del sacrificio…Noi quaggiù non abbiamo ospedali, ospizi di mendicità, istituti di beneficienza, eppure a questi sacerdoti si rivolgono i poveri per avere un pezzo di pane o avere tersa una lacrima.»
I Vescovi calabresi si soffermano anche sul tema dei seminaristi e della loro formazione, così come anche un importante punto d’interesse è il tema dei laici, così come quello dell’emigrazione (definita una piaga endemica del Meridione).
Il problema delle feste e processioni è un problema “antico”, che è stato anche oggetto degli interventi dei Vescovi calabresi al Concilio, che hanno cercato di far emergere il primato della Liturgia rispetto alla pietà popolare. Gli “antichi” problemi sono ben descritti nel brano, riportato nel libro, di A. Saba, che proprio ai nostri giorni si presenta particolarmente attuale: «Poiché la maggior parte dei fedeli non partecipa alle istruzioni catechistiche, a causa dell’ignoranza, langue la pietà e la devozione sul Sacramento e l’Eucarestia, al contrario, in tutta la regione calabrese, aumentano ogni giorno le feste e le processioni che sono spessissimo profane, indecorose e contrarie al carattere sacro e liturgico. Talvolta le processioni si protraggono per più ore e fino alle ore serali. Portano le immagini dei santi davanti alle case dei fedeli per raccogliere l’elemosina e, cosa che è peggio, quelli che portano le immagini, entrano nelle osterie per saziarsi di vino. I Vescovi di tutta la Regione disapprovano molto questi comportamenti ma i loro rimproveri furono male accetti dai sacerdoti insieme alle autorità del luogo, i quali temono di perdere il favore popolare.»
Questa realtà presentata dai Vescovi calabresi al Concilio, resta una parte dove la recezione del Concilio è stata piuttosto difficile da attuare. Non sbagliata, ma difficile… un campo dove c’è ancora molto da fare con pazienza, lavoro e preghiera, per capire che cos’è “l’essenziale” che siamo chiamati a vivere nella Chiesa.
Il Cardinale Ratzinger, sulla edizione inglese dell’Osservatore Romano del 2 luglio 1990, intervenendo sul Concilio sosteneva che: «Solo i principi esprimono l’elemento duraturo mentre le forme concrete dipendono invece dalla situazione storica e possono essere soggetti a mutamenti… le stesse decisioni magisteriali non possono rappresentare l’ultima parola su una questione in quanto tale; e le “disposizioni provvisorie” esse sono valide nel loro nucleo, ma necessitano di ulteriore rettificazione relativamente ai singoli dettati influenzati dalle circostanze del tempo.» E, sotto quest’aspetto il Concilio Vaticano II, anche per la Chiesa di Calabria ha mantenuto e approfondito la sua intima natura e la sua vera identità: «La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa, una santa, cattolica ed in cammino attraverso i tempi.»
E questa preoccupazione è ben messa in rilievo da don Festa, proprio quando scrive: «In ogni caso, i Vescovi calabresi non desideravano vistose rotture e inutili conflitti, ma ricercavano una nuova presa di coscienza e un impulso efficace agli appelli manifestati attraverso i “consilia et vota” nella ferma convinzione che “tra la fedeltà al passato e la risposta agli appelli del mondo contemporaneo non c’è frattura, contraddizione, stacco” e nella sicura consapevolezza che “i Concili non erano mai stati rivoluzionari ma avevano invece saputo conciliare la necessità del nuovo con la conservazione dell’antico.»
Penso che la lezione più grande che ci viene dal Concilio è che esso fu un evento straordinario nella storia della Chiesa, che vale la pena assimilare come uno sguardo amico sulla storia che permette alla Chiesa «di non usare più il bastone della disciplina ma la medicina della misericordia» nel suo cammino in compagnia degli uomini bisognosi di una speranza che aiuti a vivere.
E in questa ottica si inserisce, di buon grado, il ringraziamento a don Letterio Festa che con questo suo libro ha contribuito alla conoscenza del Concilio, un grande dono che la provvidenza ha fatto alla Chiesa del nostro tempo.
Anche attraverso il contributo dei Vescovi della Chiesa di Calabria.

Nelle foto, dall'alto: la copertina del libro di don Letterio Festa; l'autore durante una conferenza; un momento del Concilio Vaticano II.


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(1.10.14) UN CENTRO DI GRAVITA' PERMANENTE (Pasquale Cannatà) - Franco Battiato, con una sua canzone degli anni ‘80, ci rendeva partecipi del fatto che stava cercando “un centro di gravità permanente” perché non voleva cambiare sempre idea sulle cose e sulla gente: si trattava quindi non di un problema di fisica, ma di etica. Cercava cioè un insieme di valori forti, un metro di giudizio accettato universalmente e con il quale misurare e valutare le azioni compiute da ogni persona: mica facile trovarlo, perché ciò che va bene per uno, molto spesso non è accettato dall’altro.
Se spostiamo la nostra ricerca sul terreno della fisica e della geometria, il compito potrebbe sembrare più agevole: ad esempio il centro di un quadrato o di un rettangolo si trova all’incrocio delle due diagonali, e con semplici regole si può individuare il centro di altre figure geometriche. Ma se usciamo dal campo delle figure piane e prendiamo in considerazione i corpi solidi (a parte quelli regolari come cubi, sfere, ecc.) le cose si complicano: come trovare il centro di gravità di una sedia, di un tavolo, o di un insieme di vari oggetti?
Qual è il centro di gravità dell’universo?
La Terra appartiene al sistema solare che si trova nella zona periferica della galassia chiamata via lattea; in ogni galassia ci sono miliardi di stelle, e nell’universo ci sono un’infinità di galassie; purtroppo le nostre conoscenze attuali non ci permettono di collocare con precisione una qualsiasi galassia nell’universo, ma solo di darne una posizione relativa alle compagne vicine, in quanto l’universo si presenta nello stesso tempo omogeneo ed eterogeneo in ogni sua direzione. Tenuto conto però che il nostro sistema solare è lontano dal centro della via lattea, è quasi impossibile che la Terra possa essere fisicamente al centro dell’universo.
Torniamo alle figure geometriche semplici: affinchè un quadro appeso ad una parete stia dritto, bisogna che il gancio che permette di sostenerlo sia in linea con il suo centro, ma ognuno può verificare come appoggiando un peso ad uno dei suoi lati succede che il centro geometrico non corrisponde più al centro di gravità e lo fa quindi pendere da un lato.
Appurato come un peso aggiunto ad un sistema in equilibrio ne faccia modificare il centro di gravità, io mi domando: “Quanto pesa la coscienza?”
La domanda potrà sembrare bizzarra, ma io credo che se alla massa di materia inorganica (compresa la materia oscura che non si vede neanche con gli strumenti più sofisticati, ma che gli scienziati sostengono debba esserci per forza, perché altrimenti l’universo non potrebbe continuare ad espandersi come fa ancora oggi) e a quella vegetale ed animale che fluttuano in perfetto equilibrio fisico nel cosmo lasciando il nostro pianeta ai suoi margini aggiungiamo il valore (il peso) del pensiero umano, questo sposterà inevitabilmente ed in modo permanente il centro di gravità (di valore) dell’universo verso il pianeta Terra: la presenza sulla Terra di un “essere” cosciente che può mettersi in relazione (di accettazione o di rifiuto) con l’ESSERE suo creatore ne fa aumentare enormemente il valore fino a farla diventare centrale negli equilibri generali dell’universo.
Un libro di recente pubblicazione che illustra la teoria della relatività ha per titolo "Lo spazio è una questione di tempo", e questo mi fa ricordare tra le altre cose che il tempo ha inizio con la creazione della materia (il big-bang) e mi porta a riflettere sul fatto che le due entità sono talmente correlate tra loro al punto che come la Terra ha un’importanza centrale nello spazio per la presenza in essa di un essere cosciente, così il tempo ha il suo centro nel momento in cui l’ESSERE che ha dato all’uomo la coscienza si è manifestato a lui e si è fatto simile a lui.
In alcuni articoli pubblicati su questo sito agli inizi del 2009, ed il cui contenuto ho poi inserito nei primi capitoli del mio libro, argomentavo la compatibilità della teoria del big-bang con la Creazione dell’universo da parte di un Dio onnipotente, mentre riguardo alla creazione dell’uomo scrivevo al capitolo 6:

“quando i paleontologi mi raccontano della discendenza dell’uomo moderno dall’australopiteco e/o dal Cro-Magnon, del susseguirsi di altre specie collaterali apparse e poi sparite, della comparsa dell’uomo di Neanderthal a fianco dell’homo sapiens e della sua successiva estinzione, mi viene da pensare se non sia possibile che oggi, a fianco dell’homo sapiens-sapiens attuale, figli dell’uomo secondo l’evoluzione, ci possa essere un uomo sapiente-cosciente, figli di Dio secondo la creazione. Non sarebbe stato possibile a Dio, nel momento da Lui stabilito, prendere un esemplare di uomo sviluppatosi secondo la teoria evoluzionistica che abbiamo visto essere compatibile con la creazione, divenuto nel corso dei millenni sapiente-sapiente-sapiente-quanto-si-vuole, ma sempre fatto di polvere, … ‘soffiare nelle sue narici un alito di vita e farlo diventare un essere vivente’ secondo quanto scrive la Bibbia? Avrebbe la stessa morfologia dell’homo suddetto, ma avrebbe la “conoscenza del bene e del male” e sarebbe quindi oltre che sapiente e vivente in senso materiale, anche cosciente del suo essere spirituale: da questo homo discenderebbero tutte le culture che si sono succedute nel corso dei secoli.”

Tralasciamo quindi i miliardi di anni trascorsi dalla creazione del mondo non cosciente ed esaminiamo i secoli dai quali comincia l’esistenza dell’uomo razionale. Le due genealogie illustrate nei Vangeli di Matteo e Luca collocano la creazione di Adamo l’uno intorno all’anno 3628 e l’altro circa il 4188 a.c., mentre Eusebio di Cesarea calcola per lo stesso evento la data del 5199 utilizzando la versione greca della Bibbia detta dei 70: una media approssimata tra queste date indica il 4300 a.c. come periodo in cui avvenne il “facciamo l’uomo”. Se consideriamo Cristo al centro del tempo possiamo ipotizzare la fine della civiltà umana verso il 4300 d.c.: dopo continuerà ad esistere per altri miliardi di anni un universo minerale, vegetale e animale sordo e muto nell’incoscienza del suo esistere.
Confrontando per grandi linee le cronologie prima e dopo Cristo tra i due eventi estremi sopra ipotizzati, vediamo che:

- A metà del IV secolo a.c. Alessandro Magno crea un impero su cui la cultura greca diventa egemone: nel IV secolo d.c. Costantino concede libertà di culto ai cristiani di tutto l’impero romano e questa nuova religione prende il sopravvento su tutte le altre.
- Nel 586 a.c. avviene la distruzione di Gerusalemme e gli ebrei perdono il loro naturale punto di riferimento religioso: nel 571 d.c. nasce Maometto che crea una nuova religione con la conseguenza che molti cristiani perdono (volontariamente o costretti con la forza) il loro riferimento in Gesù Cristo.
- Andando sempre più a ritroso nel tempo, visto che le varie cronologie dalla creazione di Adamo variano anche di 1000 anni (ricordiamo che nella bibbia è scritto che per Dio un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno solo) possiamo accettare discrepanze di qualche secolo tra gli avvenimenti confrontati, per cui il regno di Carlo Magno di inizio IX secolo d.c. si può confrontare con quello di Davide del X secolo a.c.
- La guerra degli ebrei per conquistare le terra promessa del XIII secolo a.c. si può paragonare alla guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra del XIV secolo d.c. per il dominio sull’Europa.
- L’esodo degli ebrei dall’Egitto verso una terra sconosciuta può essere assimilata alla scoperta della terra sconosciuta dell’America nel 1492.
- La presenza ai tempi di Abramo (vissuto intorno al XX secolo a.c.) delle città di Sodoma e Gomorra nelle quali dominava la cultura omosessuale si rispecchia ai nostri giorni con l’eccessiva esposizione mediatica dei problemi dell’omosessualità che ci sono sempre stati in ogni tempo, ma che oggi si vogliono trasformare in diritti da acquisire anche oltre ogni ragionevole considerazione di buon senso (per un bambino credo non sia il massimo della naturalità avere due padri o due madri!).
- Cosa ci aspetta per il futuro? Il diluvio universale viene collocato circa nel XVII secolo dalla Creazione, e quindi secondo il criterio seguito fino ad ora nei prossimi 3/4 secoli potrebbe verificarsi qualcosa di simile: a quell’evento lontano possiamo far corrispondere per il domani ciò che prevedono gli scienziati più catastrofisti, i quali sostengono che il riscaldamento dell’atmosfera della terra provocato dalle attività industriali dell’uomo porterà allo scioglimento dei ghiacci dei due poli terrestri e delle vette più alte sparse su tutta la terra con il conseguente innalzamento del livello del mare che sommergerà gran parte delle terre oggi emerse. Per qualche secolo dovremmo essere ancora a posto, ma speriamo bene per le generazioni che verranno dopo di noi!

Gesù Cristo è quindi al centro del tempo, non solo perché nella maggior parte dei paesi del mondo si catalogano gli avvenimenti storici in prima e dopo Cristo, ma anche perché abbiamo visto che confrontando alcuni tra i più significativi di questi avvenimenti si nota che sono pressochè simmetrici rispetto all’anno zero.
In buona sostanza possiamo concludere dicendo che il centro di gravità permanente cercato da Battiato e dagli scienziati e filosofi di ogni tempo è Gesù Cristo presente qui e ora in mezzo a noi, su quella stessa Terra dove ha lasciato la Sua Buona Novella di pace e di amore per tutti gli uomini.
In un libro che illustra i benefici che la corsa apporta al nostro organismo è spiegato che mentre corriamo produciamo delle endorfine che hanno l’effetto di farci sentire bene anche mentalmente, tanto che (scrive l’autore) “durante la corsa affrontiamo tutti i problemi del mondo e… li risolviamo”: le riflessioni che ho proposto in questo articolo mi sono venute durante gli allenamenti che sto facendo per affrontare le prossime maratone insieme alla “cricca” dei miei amici galatresi, “e il naufragar mi è dolce in questo mare” di pensieri che fluttuano incessantemente nella mia testa.
Qualcuno potrebbe pensare che ho scritto delle stupidaggini e che quindi la corsa mi fa male, ma questo è un suo problema che risolverò nella prossima seduta di allenamento!

Nelle foto, dall'alto: Pasquale Cannatà, autore dell'articolo; Franco Battiato ai tempi dell'album "La voce del padrone".


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(9.10.14) PRESENTATO A POLISTENA IL LIBRO DEL PROF. RUGGERO GRIO - Il Centro Studi Polistenese e il Comune di Polistena hanno organizzato qualche giorno fa, presso il Salone delle Feste del municipio di Polistena, un incontro nel quale è stato presentato il volume di recente uscita del prof. Ruggero Grio dal titolo La mia sfida: e fu così che mi feci medico, edito da Laruffa.
In una sala molto gremita sono intervenuti Giovanni Russo, presidente del Centro Studi Polistenese che ha organizzato nel mese scorso una cinque giorni culturale dal titolo "La Calabria a Polistena"; il sindaco di Polistena Michele Tripodi; l'editore del volume Domenico Laruffa e lo stesso autore Ruggero Grio.
A relazionare sul volume è stato chiamato il professore galatrese Domenico Distilo il quale ha messo in evidenza le qualità dell'opera. Trattandosi di un lavoro di carattere autobiografico, tali qualità sono strettamente intrecciate con quelle personali di cui il prof. Grio, già docente di Ginecologia e Otetricia presso l'Università degli Studi di Torino, è fulgido esempio.

Visualizza la relazione di Domenico Distilo (PDF) 28 KB





Nelle foto, dall'alto: Domenico Distilo e Giovanni Russo durante la presentazione; l'editore Domenico Laruffa, il prof. Grio, il sindaco Tripodi e Domenico Distilo; la locandina dell'evento.

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(12.11.14) ZUCCARELLO DISTINTO MELODISTA (Pasquale Cannatà) - Non abbiate paura!
Qualcuno potrebbe rimanere perplesso e pensare che sono un po’ fuori di testa per dare un simile titolo a questo articolo, ma voglio tranquillizzarlo informandolo che appartiene ad una novella di Pirandello che mi ha colpito perché tratta di un argomento che mi sta particolarmente a cuore e di cui ho già scritto su questo sito: riporto alcuni stralci di quanto ha scritto l’autore e di seguito poche riflessioni.
Pirandello mette in bocca al protagonista della suddetta novella questi suoi concetti:
«Ero, amici miei, in uno di quei momenti in cui la ragione, sicura d'aver raggiunto alla fine quell'"assoluto" che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita, s'accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell'assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca a cui s'aggrappava l'ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno nel quale era caduto. Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?, appena raggiunto, o anche prima d'essere raggiunto, ci si scopre vano perché ci accorgiamo che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso. Perché l'assoluto, cari miei, quell'assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai. Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s'illude di poter toccare e sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all'improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l'illusione della nostra realtà. E allora (che è, che non è) privi d'un tratto della realtà che c'immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia. Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione, quando sulla porta di un locale notturno vidi la scritta:
IL SIGNOR ZUCCARELLO DISTINTO MELODISTA

Ebbene, davanti a questo nome io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé, con dolce probità, distinto melodista (cantante melodico), doveva aver raggiunto l'assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio, perchè non può non essere un dio chi abbia raggiunto l'assoluto. Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinari mezzi altezze inaccessibili. No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun'altezza. Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s'inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo. Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d'un mondo. Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell'errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinari. Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desideri artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo. Ma ecco qua questo signor Zuccarello. La dolcezza stessa del suo nome, io mi diedi a pensare, l'avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli uccellini. S'è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato senz'altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista. Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro, per distinguersi appunto dagli altri.»

Fin qui Pirandello, ed io trovo oltremodo interessanti i concetti sviluppati in questa novella. Potremmo tradurli in questi termini: bisogna insegnare ai giovani che non si devono sforzare di somigliare a qualche personaggio del cinema o dello sport o del mondo della musica o chissà a cos’altro, perché così facendo sprecherebbero le loro preziose energie per essere uno dei tanti che lo scimmiottano male, ma che devono concentrare i loro sforzi per sviluppare le loro qualità, anche se queste possono sembrare poche ed insufficienti per emergere. Ma anche la Bibbia (nel libro di Qohelet, chiamato anche Ecclesiaste) ci insegna, allo stesso modo di Pirandello, che non è necessario emergere, che ‘tutto è vanità’ e che l’importante è far sviluppare in noi quel piccolo seme che crescendo ci renderà un essere unico, una persona che con la sua presenza su questa terra abbia recato una seppur minima differenza tra l’esserci ed il non esserci stato, così che ognuno possa dire:
MERAVIGLIOSAMENTE un amor mi distingue

Ci distingue l’amore che noi abbiamo per gli altri, l’amore con cui svolgiamo il nostro lavoro, qualunque esso sia, l’amore che gli altri hanno per noi, l’AMORE di Dio che ci conosce uno per uno e ci chiama per nome. Leggevo tempo fa il pensiero di uno scrittore che affermava che il compito terreno dell’uomo è di rendersi conto dell’unicità in cui è stato creato, perché ognuno di noi ha nel cuore un segreto che lo rende grande, e questo segreto dobbiamo portarlo alla luce, farlo crescere e fargli dare buoni frutti: quando, affermava l’autore, dopo la morte ci presenteremo per essere giudicati, non ci chiederanno “perché non sei stato come Mosè?”, ma ci diranno “perché non sei stato te stesso?”.
A questo proposito è illuminante la parabola dei talenti, e per commentarla riporto un altro pensiero letto non ricordo più dove: chi ha avuto 5 talenti è come un pittore che possiede tanti pennarelli colorati ed è contento, per cui lavora con passione per fare un bel quadro molto variopinto che potrà vendere con profitto; anche con una minore dotazione di pennarelli (2 talenti invece di 5) un bravo pittore può realizzare un quadro di notevole bellezza tale da interessare a molte persone; ma se ci si trova in mano una sola matita (un talento) le alternative sono due.
- Un disegnatore mediocre, che pensa sia necessario avere mille strumenti per realizzare qualcosa di valido (colui che cerca l’assoluto al di fuori di se, che lo crede altissimo e raggiungibile solo con mezzi straordinari, di cui parla Pirandello), trovandosi in mano una misera matita butta all’aria tutto e si arrende rinunciando a rendersi utile in qualche modo a se stesso ed agli altri per paura di non essere all’altezza della situazione e di non poter ricavare niente di buono col suo lavoro.
- Un disegnatore che avrà trovato in se la consapevolezza del valore della sua persona, della sua unicità, un disegnatore che sappia distinguersi, sarà cosciente del fatto che anche con i suoi mezzi apparentemente così limitati potrà realizzare un capolavoro perché con una matita si possono trasferire su tela o sulla carta un’infinita varietà di toni di grigio: succederà allora che la sua opera avrà un valore più grande di quelle realizzate con tantissimi pennarelli colorati.
Il grave peccato commesso dal servo che ha nascosto il suo talento invece di farlo fruttare è stato quello di non aver avuto fiducia nel suo padrone che glielo aveva affidato sapendo che quello bastava secondo le sue capacità: non ha saputo distinguersi, ma ha sprecato la sua vita nascondendosi perché era sicuro di non poter riuscire nell’impresa di fare, con il poco che aveva, quel che facevano gli altri che avevano ricevuto molto più di lui. Cercando di imitare i più bravi, quelli con 5 o 2 talenti, non avrebbe dato nulla di più a questo mondo, ma quel poco che avrebbe potuto fare col suo unico talento avrebbe recato una differenza nella sua vita ed in quella di tutte le altre persone di questo mondo.

Nelle foto: in alto Pasquale Cannatà, in basso Luigi Pirandello in un disegno caricaturale.


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(14.11.14) AL CONVEGNO SUI CODICI LITURGICO MUSICALI SI E' PARLATO DI BARLAAM - Durante il recente convegno di studi sul tema I codici liturgico-musicali in Calabria, svoltosi presso l'Archivio di stato di Vibo Valentia ed organizzato dall'Ibimus (Istituto di bibliografia musicale calabrese) e dal Conservatorio di musica "F. Torrefranca", si è parlato di Barlaam calabro, il dotto monaco vissuto nel 1300, formatosi ed ordinato sacerdote presso il monastero S. Elia di Galatro, che è stato vescovo di Locri-Gerace e maestro di greco di grandi personaggi della letteratura italiana quali Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.
E' stato il musicologo e pianista galatrese
Massimo Distilo a tenere una relazione dal titolo "Un commentario del monaco Barlaam sugli Armonici di Tolomeo (XIV secolo)". Nella relazione Distilo ha evidenziato come dal testo (in lingua greca) del commentario, si evinca lo spirito polemico del monaco basiliano che mette in evidenza come gli ultimi tre capitoli della rilevante opera sulla musica di Claudio Tolomeo intitolata Armonici, non siano in realtà attribuibili a Tolomeo (che non fece in tempo a concluderla per il sopraggiungere della morte). I tre capitoli, di cui Tolomeo aveva scritto solo i titoli, erano stati redatti dal dotto esponente dell’umanesimo bizantino Niceforo Gregoras, già protagonista in precedenza di un'aspra polemica culturale con lo stesso Barlaam.
Pur conducendo un discorso prevalentemente teso a dimostrare l’incongruenza e l’incoerenza di questi capitoli aggiunti agli Armonici di Tolomeo, Barlaam nel suo commentario dà prova di possedere notevoli competenze non solo in campo dialettico, ma anche in campo musicale, astronomico e matematico. In lui si palesa una notevole padronanza del linguaggio specifico relativo alla teoria musicale greca, nonché al calcolo astronomico dei moti planetari.
Il convegno di studi, durato tre giorni (6, 7 e 8 Novembre), ha avuto anche il patrocinio della Società italiana di musicologia, dell'Istituto italiano per la storia della musica e dell'A.M.A Calabria. Sono intervenuti porgendo il loro saluto mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto, mons. Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palmi, il maestro Francescantonio Pollice, direttore del Conservatorio di Vibo Valentia, il prof. Agostino Ziino, in rappresentanza della Società italiana di musicologia, il dott. Vincenzo Michele Misitano, direttore dell'Archivio di stato di Vibo. Il primo dei relatori è stato il prof. Annunziato Pugliese, presidente dell'Ibimus calabrese. Sono intervenuti al convegno numerosi altri relatori e studiosi, provenienti da varie parti d'italia; tra i tanti citiamo Maria Paola Borsetta, direttrice della biblioteca del Conservatorio di Vibo Valentia, ed Angelo Rusconi, il quale ha proposto un confronto fra polifonia calabrese ed ambrosiana. In una delle giornate c'è stato il concerto di canto gregoriano del coro Ancillae Domini. Gli atti del convegno saranno pubblicati entro qualche tempo.
Si può visualizzare in basso il programma dettagliato della manifestazione con relatori e titoli delle relazioni.


Nella foto in alto: un momento della relazione di Massimo Distilo.

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(6.12.14) IL CULTO DI SAN NICOLA A GALATRO -

Il culto di San Nicola a Galatro e la tradizione del granturco bollito
Umberto Di Stilo

Cambiano le mode, i decenni si raggomitolano ai decenni ma i culti e le tradizioni ad essi strettamente legati, quando fanno veramente parte della cultura di un popolo, “vincono di mille secoli il silenzio”.
E’ il caso del culto di san Nicola e della tradizione del granturco bollito a Lui strettamente legata che, per secolare tradizione, in moltissimi centri calabresi continua ad essere approntato per il 5 dicembre. Ciò per consentire la sua particolare benedizione nel corso della notte e poi essere consumato il giorno successivo, quando, secondo il calendario liturgico, ricorre la festività di San Nicola.
Il culto di questo miracoloso santo è molto diffuso in Calabria, regione nella quale è stato introdotto dai monaci greci ancor prima del X secolo.
Alla devozione al santo vescovo di Mira molti paesi della Calabria si richiamano anche nella loro denominazione: San Nicola da Crissa, San Nicola Arcella, San Nicola d’Ardore, San Nicola dell’alto, tanto per citarne alcuni. Diverse, inoltre, secondo antichi codici, le chiese e i monasteri bizantini che, sin dall’antichità, vennero realizzati sul territorio calabrese, a conferma che nella nostra regione il culto per questo santo ha origini antichissime.
A Galatro il culto per il santo vescovo di Mira è presente sin dalla fine del XII secolo. A quel tempo, infatti, gruppi di monaci greco bizantini, per sfuggire alle persecuzioni derivanti dalla lotta iconoclasta voluta dall’editto di Leone Isaurico, abbandonarono in massa i loro paesi orientali ed hanno trovato rifugio nell’Italia meridionale. Anche nel vasto territorio galatrese.
Mentre molti monaci preferirono rifugiarsi sulle colline, per meglio controllare gli eventuali arrivi di forze turchesche, un gruppo di monaci profughi trovò riparo in una zona interna della contrada Potàme ove provvide a dedicare a San Nicola il monastero edificato nei pressi del torrente che dà nome alla località.
Dalla fine del XIV secolo, poi, a San Nicola, come Patrono del paese, è dedicata la chiesa parrocchiale sul cui altare maggiore, successivamente, è stata posta al culto dei fedeli la statua di marmo alabastrino proveniente dal soppresso monastero di san Salvatore della Chilèna (altipiano della contrada montana “Castellace”).
Una menzione particolare merita la cattedrale di Mileto, anticamente dedicata alla Vergine, ma che per volere del Conte Ruggero venne poi dedicata a San Nicola i cui resti, proprio in quegli anni erano stati trafugati da Mira e portati a Bari. Successivamente, quasi per un atto di generale devozione, anche molte chiese parrocchiali di quella vasta diocesi vennero dedicate a san Nicola che di molti paesi divenne anche il Patrono. Com’era logico aspettarsi, con la diffusione del culto, in tutti i paesi si sono divulgate alcune tradizioni strettamente legate ad episodi della vita del santo. Si è diffusa, soprattutto, la consuetudine di preparare una minestra di granturco bollito che, con nome di origine magno-greca in molti paesi ancora oggi è chiamata “posbìa”. Secondo la tradizione il granturco bollito, sera della vigilia di san Nicola si doveva deporre sul davanzale di una finestra perché durante la notte il Santo vescovo potesse più facilmente benedirlo urinandovi sopra. Nel nostro paese, dopo anni di completo oblio, la tradizione del granturco bollito è stata ripresa. E’ bastato, infatti, che alcuni fedeli, come ex voto, mattina del sei dicembre avessero cominciato a portarlo in chiesa per farlo benedire e successivamente che lo avessero distribuito a quanti avevano partecipato al rito della messa. Inoltre – ma questa è storia dei recentissimi anni passati – è stato sufficiente che sera del sei dicembre, a conclusione della messa solenne, il parroco con secchiello ed aspersorio raggiungesse la piazzetta laterale alla chiesa per benedire il granturco che alcune devote, proprio lì, in un angolo appartato, avevano provveduto a bollire in un pentolone. Ed è bastato che quel granturco benedetto venisse distribuito in modica quantità a quanti erano presenti in piazza e mostrassero interesse a tenere in vita la tradizione, perché in molte famiglie la preparazione e consumazione del granturco bollito e benedetto riprendesse a diffondersi tra i fedeli galatresi che anche così vogliono onorare il loro santo patrono.
Una volta, in tempi di crisi, quando l’indigenza era una caratteristica sociale assai diffusa, la posbìa benedetta veniva consumata a fine pranzo, come benedizione celeste e come auspicio per la futura annata agraria ed era anche consuetudine offrirne agli amici (soprattutto ai vicini di casa) ed ai poveri.
La tradizione del granturco (o di qualunque cereale) bollito, nei paesi in cui è ancora in uso, vuole ricordare ai fedeli il miracolo che al tempo del suo episcopato mirese compì san Nicola. In quel tempo tutta la regione fu colpita da una grave carestia che mise in ginocchio la popolazione. Alcune navi, cariche di grano, partite da Alessandria d’Egitto furono costrette a fare sosta nel porto di Mira. San Nicola accorse e, salito su una delle imbarcazioni, chiese al capitano di sbarcare una discreta quantità di grano necessario per sfamare i suoi concittadini. Quello rispose che era impossibile perché il grano, destinato all’imperatore era stato pesato alla partenza e sarebbe stato ricontrollato all’arrivo, per cui se fosse stato notato un minimo ammanco avrebbe passato guai. San Nicola si assunse ogni responsabilità e alla fine riuscì a convincere il capitano. Furono scaricati molti sacchi di frumento che venne distribuito ai cittadini che trovarono grande sollievo perché subito – seguendo il consiglio di san Nicola - lo mangiarono bollito. Nei giorni successivi lo panificarono e quello che avanzò lo misero da parte per la semina. Quando le navi alessandrine giunsero a Costantinopoli furono controllate, proprio come aveva te-muto il capitano. Ma il peso del grano era rimasto prodigiosamente uguale a quello che alla partenza era stato caricato ad Alessandria. Questo miracolo è all’origine della tradizione della posbìa calabrese ma anche alla genesi della tradizione del “pane di san Nicola” che, soprattutto a Bari, durante i festeggiamenti di maggio, viene offerto ai pellegrini che per sciogliere i loro voti, giungono da ogni parte d’Italia.

Nella foto, dall'alto: Umberto Di Stilo; San Nicola nell'omonima chiesa matrice a Galatro; il granturco di San Nicola.

* * *

San Nicola... la festa delle nostre radici
Michele Scozzarra

Da qualche anno la festa di San Nicola, Patrono di Galatro, stava assumendo dei caratteri che, con semplicità e spontaneità, richiamavano a quello che è la vera essenza della festa cristiana, cioè che è possibile fare festa per ricordare e non per dimenticare, per ricordare chi siamo, le nostre radici, la nostra fede, la nostra storia che è quella del popolo cristiano.
Piano piano, questa festa stava diventando una occasione per ricordare che vale la pena di “fare festa” per scoprire le nostre tradizioni più autentiche, e vere: silenziosamente, forse anche nascostamente, si percepiva nel volto dei galatresi questo desiderio della festa, espresso nella compostezza e serietà con cui si è sempre partecipato ai riti e alla processione. E, perché no!, anche nel modo in cui la festa è continuata, con lo stesso spirito e significato, nella piazza quando veniva benedetto “u migghiu” (la tradizione ritiene che San Nicola durante la notte tra il 5 e il 6 dicembre provvedesse a “pisciari ‘u migghiu”, granturco, che poi era di buon augurio mangiare il giorno dopo).
La festa di San Nicola ha rappresentato, negli anni, un gesto religioso carico di mille significati: il rivivere l’esperienza della fede, dentro un patrimonio culturale che è nato nella Chiesa e sul quale il popolo cristiano, nel tempo, ha modellato i gesti, il linguaggio, il lavoro e anche le feste, quelle che accendono il cuore e alimentano una speranza nuova nella vita... insomma le vere feste cristiane.
Proprio da queste considerazioni, penso che non si possa continuare a colpire la religiosità popolare con norme restrittive, che bloccano l’emergere e la trasmissione delle genuine istanze di fede nelle quali siamo cresciuti.
Qualche anno addietro mons. Giuseppe Casale ha usato parole splendide, riguardo alla religiosità popolare, sostanzialmente scoraggiata, proprio negli anni in cui la parola d’ordine dei vescovi italiani era "evangelizzazione”: «Supponiamo di intendere l’evangelizzazione “in antitesi” ad una religiosità fatta di elementi esteriori in cui la chiarezza della fede sia ancora carente: non riusciremo più a capire che la religiosità popolare può diventare essa stessa una forma di evangelizzazione e di proclamazione pubblica della fede. Il progressismo secolarista ha fatto perdere il senso della fede che si cala nella vita degli uomini. Ha fatto cadere nell’intimismo, o nel privilegio a piccoli gruppi di iniziati, relegando la gran massa nell’estraneità. Invece il cristianesimo è per il popolo. Perciò io dico: dobbiamo purificare la religiosità popolare mantenendola come espressione della fede di un popolo, come momento gioioso incentrato intorno al valore cristiano, alla venerazione della Madonna e dei Santi. Giovanni Paolo II ha più volte toccato questo punto. Ai vescovi della Puglia ricevuti in visita “ad limina” ha detto che svalutare la tradizione popolare significa ridurre le comunità umane, i nostri paesi, a deserti senza storia, senza linguaggi, senza identità. La religiosità popolare, infatti, è l’espressione della cultura locale toccata dalla Grazia e illuminata dall’incontro con l’annuncio cristiano.»
Ecco perché la festa di San Nicola (così come quella del Carmine, della Montagna, di san Rocco… e di ogni altro momento della nostra tradizione religiosa), sgravata e snaturata dall’assenza dei gesti di pietà popolare, quali sono le processioni, invece di essere un momento “religioso”, espressione delle tensioni e dei desideri della gente, rischia di diventare un momento celebrativo di un tipo di cultura che ha solo l’interesse a generare vaste aree di consenso: stiamo arrivando al punto che alle “feste patronali” si andranno a sostituire (purtroppo proprio nel giorno più importante per la tradizione della chiesa locale) anonime e consumistiche manifestazioni a gestione pubblica o privata, al di fuori della tradizione del popolo cristiano, concepite soltanto come momento di evasione e di sfogo.
Queste “feste”, sradicate dalla loro essenza cristiana, non sono più momenti in cui ci si riunisce per gioire di un avvenimento che coinvolge la storia di tutti, e ogni persona si sente inserita in una storia che gli appartiene e per questo, nonostante tutto!, non può non pensare alla vita, alla morte, al suo destino, a quello della sua donna, dei suoi figli, dei suoi amici…. perché se manca tutto questo, non ci può essere “Festa”, o per lo meno, una vera festa cristiana; infatti, nella gran parte dei casi, queste feste “alternative” sono il regno dell’approssimazione e dell’occasionalità, un po’ spettacolare ed un po’ effimera, in cui l’apparenza e l’allegria forzata prendono il sopravvento sulle tensioni, sulle domande e sui valori che hanno sempre caratterizzato il popolo cristiano.
Se non c’è la “Festa”, intesa come l’esperienza della fede, rivissuta così come ci è stata tramandata da innumerevoli generazioni, dentro un patrimonio culturale nato dai riti imparati nella Chiesa… se non si è in grado di fare festa per non dimenticare la nostra storia, la nostra fede, così come è proprio della tradizione e della cultura del popolo cristiano… se non si può fare questo, allora bisogna avere il coraggio di non “surrogare” momenti così intensi con palliativi chiamate “festività civili”; anzi è preferibile, ma soprattutto più serio, “fare la festa” ad ogni altro tipo di manifestazione che in niente si richiama alla tradizione religiosa popolare!

Nelle foto, dall'alto: Michele Scozzarra; momento di una processione di San Nicola a Galatro; particolare della statua in marmo di San Nicola, risalente al '400, conservata nell'omonima chiesa matrice in Galatro.


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(16.12.14) IL LICEO CLASSICO "V. GERACE" DI CITTANOVA CELEBRA I 70 ANNI - Il Liceo Classico “Gerace” di Cittanova, frequentato nell’arco di sette decenni da numerosi ragazzi di Galatro, compie settant’anni. L’evento sarà celebrato in un convegno in programma per Venerdì 19 e Sabato 20 Dicembre. La relazione introduttiva sarà tenuta dal prof. Vincenzo Fusco, docente emerito del Liceo "Gerace". Vi proponiamo una nota sul liceo classico in Italia tra passato e futuro di Domenico Distilo, insegnante di filosofia e storia del “Gerace”. In basso è visualizzabile (e scaricabile) l'invito con il programma completo della manifestazione.

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IL LICEO CLASSICO TRA PASSATO E FUTURO
Domenico Distilo

Il liceo classico così come lo conosciamo nasce in Italia con la riforma della scuola varata dal primo governo Mussolini - con Giovanni Gentile ministro della Pubblica istruzione - ma concepita e progettata dall’ultimo gabinetto Giolitti, quando l’inquilino di Palazzo della Minerva - fino alla seconda metà degli anni Venti sede del ministero - era Benedetto Croce.
Nell’impianto della riforma si riflette infatti, molto più di quella gentiliana, la filosofia idealistica crociana. La divisione tra discipline di ambito conoscitivo, assegnate ai licei, e di ambito pratico, appannaggio degli istituti tecnici, deriva infatti per via diretta dal sistema crociano dei distinti, così che si andrà al liceo per conseguire una formazione storico-letteraria e filosofica essenziale per “iscriversi”, una volta completati gli studi universitari e divenuti adulti, alla classe dirigente (il che nella visione di Croce vuol dire partecipare attivamente e consapevolmente al progresso dello Spirito); mentre agli istituti tecnici è affidato il compito di trasmettere, per mezzo degli “pseudoconcetti”, quel sapere pratico-economico nel quale si attua la dimensione utilitaria della vita.
Quanto al modello formativo, è manifestamente attinto alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel: si tratta di innalzarsi, ripercorrendo le vicende della storia politica e culturale, all’altezza del presente. A ispirare e sostenere l’intero impianto è la fede crociana nella libertà e nel futuro, i cui artefici saranno le giovani generazioni adeguatamente addestrate, attraverso uno studio severo e selettivo testato nell’esame di Stato, alle prove più impegnative.
Un “sistema”, dunque, che ha nella storia il suo ubi consistam e la cui capacità di far sviluppare una razionalità critica e duttile non si fonda, come spesso si è detto, sullo studio in sé del greco e del latino, ma sull’integrazione del greco e del latino in una visione del mondo incentrata sulla perennità del passato, passato che proprio in forza di questa “perennità” si presta ad essere declinato quale critica del presente. Non sarà stato certo un caso se questo motivo - che avrebbe rappresentato il marchio attualistico, precipuamente gentiliano, impresso sulla riforma - sarebbe finito ben presto per essere diluito e dissolto dal fascismo in una prassi didattica dalla prevalente impronta nozionistica, con l’insegnamento linguistico condotto sulle sole grammatiche normative – in una chiave, perciò, sostanzialmente astorica - e quello delle discipline scientifiche senza il fondamentale apporto della storia della scienza.
Ciononostante, il liceo classico ha adempiuto una funzione essenziale, rappresentando un modello culturale e pedagogico in grado di valorizzare, talvolta addirittura creandole o ri-creandole, la storia e la tradizione nazionali e traendo da esse un sistema di valori e uno stile di vita, un modo di stare nel mondo coltivando la vocazione alla critica piuttosto che appiattendosi sull’esistente. Si spiega così che i prodromi della contestazione si siano avuti, in Italia, giusto in un liceo classico - il Parini di Milano - e quasi tutti gli esponenti di essa più in vista nel mitico '68 avessero frequentato o stessero frequentando il liceo classico. A questi indubbi meriti non poteva però non corrispondere un limite intrinseco e in gran parte inevitabile, la strutturale vocazione elitaria, che in tempi di governi dominati da una concezione mercatistica della scuola non può non risultare penalizzante.
La cosiddetta autonomia degli istituti si basa infatti sui numeri: la conservano solo quelli che superano le 600 unità. E poiché un tale score è fuori della portata dei licei classici – specie in realtà di provincia - ne diviene giocoforza la caduta, con l’accorpamento, nell’orbita di un’altra istituzione scolastica, con altre caratteristiche, altra storia, altre prospettive di crescita.
Il vecchio “classico” sembra così destinato a una morte per (in)naturale estinzione, a meno che non si decida, a livello nazionale e locale, di contemplare un’eccezione alla regola dei numeri, nella consapevolezza che scuola e cultura non sono sempre riducibili a numeri e non possono essere governate con criteri di pura ragioneria. In particolare, la questione della sopravvivenza del liceo classico andrebbe inquadrata a partire da due dati di fatto imprescindibili e dalla loro reciproca incompatibilità. Il primo è la necessità di far sopravvivere un’istituzione che nel Novecento ha rappresentato un elemento importante della nostra stessa identità nazionale; il secondo è che tale sopravvivenza non può ottenersi “spontaneamente”, affidandosi allo sviluppo, con il marketing, della capacità di attrarre “utenti”.
E’ inutile girarci intorno: una scuola che propone nel proprio curriculum lo studio delle cosiddette lingue morte non potrà esercitare un grande appeal su ragazzini di terza media già formati da un senso comune e da una sottocultura dominati dall’idea della superfluità delle litterae. Delle quali non resta altro che cercare di garantire la trasmissione a quei pochi che saranno riusciti a sottrarsi alla presa dello spirito dei tempi, come poi in fondo è quasi sempre stato. Non resta, a conclusione di queste note, che fare gli auguri al “Gerace” di Cittanova per il compimento dei suoi primi settant’anni, nella speranza che i secondi siano forieri degli stessi successi.

Scarica l'invito (PDF) 3,89 MB





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(18.12.14) RIPRODOTTO MONTEBELLO NEL PRESEPE DELLA CHIESA DELLA MONTAGNA - L’utilizzazione dell’affettuosa denominazione di “prusepiu” per indicare la suggestiva sezione Montebello del nostro paese, non è più una semplice affermazione astratta. Da mattina di martedì 16, infatti, in concomitanza con l’inizio delle funzioni liturgiche connesse alla novena di Natale, il rione Montebello è il paesaggio che costituisce concretamente il presepe realizzato nella cappella del Santissimo della Chiesa di Maria SS. della Montagna.
Riprendendo l’antica tradizione secondo la quale nella chiesa di Maria SS. della Montagna ogni anno veniva allestito un presepe artistico e ricco di suggestioni scenografiche, a conclusione della messa “ante lucem” che ha dato l’avvio alla novena di Natale, il parroco don Giuseppe Calimera, ha benedetto il pregevole lavoro ideato e realizzato dal giovane architetto Roberto Cannatà. Il professionista, infatti, avvalendosi della collaborazione dei suoi amici Alessandro Ocello, Salvatore Cirillo, Giuseppe Curinga e Bruno Martino, ha ambientato la scena della natività nella suggestiva sezione Montebello da sempre elemento di naturale attrazione paesaggistica per via delle abitazioni che, attaccate le une alle altre, quasi per vicendevole protezione, si innalzano sul fianco di una bianca collina.
Il giovane architetto non ha dato spazio alla immaginazione. Infatti ha riprodotto fedelmente e in perfetta scala tutta quella parte del centro abitato (fiume Metramo compreso) che per la sua particolare disposizione urbanistica da tutti i galatresi è confidenzialmente definita “presepe”. Roberto Cannatà soltanto per realizzare la grotta della natività, ha abbandonato il suolo della sezione Montebello e si è spostato nella dirimpettaia Magenta, poco al di qua del fiume che scorre in fondo alla valle e divide il paese in due parti. Il giovane architetto, ha realizzato un’opera d’arte che merita di essere vista ed apprezzata da tutti. Intanto dopo quelli del parroco sta ricevendo i complimenti e le congratulazioni da parte dei concittadini che lo ringraziano per aver voluto ideare ed ambientare la natività a Galatro e assegnare ai suoi cittadini l’ideale privilegio di lasciare le loro modeste abitazioni per andare per primi a raccogliersi davanti alla grotta e offrire i loro doni a Redentore neonato.
La riproduzione è perfetta, tant’è che ogni abitante del rione Montebello può trovare sul presepe la sua abitazione e la via che ne consente l’accesso. Non mancano alcuni particolari identificativi: il pergolato che cresce sul lato di una casa, i panni stesi ad asciugare ai balconi, l’abitazione col tetto già crollato e la casa ancora in costruzione. Una vera opera d’arte che si inserisce nella scia della locale tradizione dei presepi artistici che nel nostro paese ha radici ultrasecolari.
Sin dai tempi antichi, infatti, il presepe della chiesa di Maria SS. della Montagna si è sempre caratterizzato per i suoi aspetti artistici ed innovativi. Ha dato inizio a questa tradizione, ancor prima che la chiesa venisse elevata a parrocchia (1856), il sacerdote Giovanni Maria Agliuzzi che, da economo, oltre a curare tutte le funzioni liturgiche di quella chiesa succursale, ha cominciato a realizzare. A quei tempi, con notevole anticipo, lo stesso sacerdote ha realizzato in argilla bianca, presa nei sentieri della contrada “Angeli”, le statuine dei pastori insieme a tutto quanto riteneva potesse servirgli per la buona riuscita del presepe. Quando poi la chiesa venne elevata a parrocchia e tra le due comunità si cominciarono ad accentuare sempre più le gare per la preminenza liturgica, anche il presepe divenne oggetto di competizione.
Bisogna aspettare la fine dell’ottocento, quando a reggere la parrocchia san Nicola è arrivato don Bruno Antonio Marazzita, perchè con il suo intelligente operato cominciasse a seminare la pace e la concordia tra i parrocchiani ribadendo che il presepe era soltanto un modo per ricostruire idealmente il modesto luogo ove è nato il Redentore. Ribadiva pure che ai pastori che sono accorsi alla grotta, gli angeli in coro hanno cantato “pace in terra agli uomini di buona volontà” e non l’animosità e la guerra tra fratelli di due diverse parrocchie.
All’appello di Marazzita hanno aderito anche i sacerdoti che in quello stesso periodo avevano la cura delle anime della parrocchia “trans flumen”: prima l’arciprete Galloro e subito dopo il parroco galatrese Carmelo Siciliani.
I presepi artistici nella chiesa della Montagna sono ricomparsi negli anni in cui quella parrocchia era retta da don Antonio Teti che, dotato di uno spiccato senso artistico, provvedeva a realizzarlo personalmente avvalendosi dell’aiuto che gli garantivano i ragazzi dell’azione cattolica. Tra questi c’era anche Lorenzo Demasi che, stando accanto a lui, sentì nascere la passione per l’arte che lo porterà – negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale – ad avviare, nella sua modesta abitazione di via santa croce, un piccolo laboratorio artigianale nel quale realizzava le statuine in gesso dei diversi protagonisti del presepe. Dai personaggi della natività ai re magi, dai pastori nei loro diversi atteggiamenti, agli angeli, alle pecore… Lo stesso Lorenzo Demasi, per anni in un angolo della cappella gentilizia dedicata a San Giuseppe (l’odierna cappella del Santissimo) ha provveduto a realizzare il presepe e ad accrescere la sua dotazione delle statuine realizzandone sempre nuove ed offrendole alla chiesa.
Dal 1957 al 1962 alla realizzazione del presepe provvidero Umberto di Stilo e Pino Dimatteo che si sono avvalsi della collaborazione di Pepè Cannizzaro (nipote del parroco). A loro va attribuito il merito di aver utilizzato per primi a Galatro l’uso della carta e di aver completamente abbandonato l’utilizzo del soffice muschio per realizzare le verdi montagne sulle quali venivano dislocati i vari gruppi di case. Inoltre, sempre in quegli anni, per l’illuminazione del presepe hanno introdotto i cambi automatici di luce (notte, alba, pieno giorno e tramonto) e l’effetto della neve in movimento; hanno fatto correre l’acqua dalla fontana e quella del fiume. Negli anni successivi interessanti innovazioni scenografiche sono state apportate dal gusto artistico e dalla inventiva di Carmelo Cordiani e di Domenico Cordiano che, nel presepe hanno introdotto l’uso del polistirolo. Di grande effetto scenografico è stata la riproduzione del ponte dell’Annunziata e la collocazione della stalla della natività nelle sue vicinanze.
Adesso, quest’anno, grazie alla buona volontà, all’arte ed alla pazienza del giovane architetto Roberto Cannatà e dei suoi validi collaboratori, nella chiesa della Montagna si può ammirare un presepe diverso. Un presepe che sicuramente ci appartiene perché l’ambientazione a Montebello lo fa diventare più vicino al nostro animo. Lo fa diventare nostro.
E al pensiero che Gesù Bambino abbia scelto di nascere sul nostro territorio privilegiando idealmente tutti i fedeli locali ed abbia voluto farsi cullare dalla delicata nenia che ininterrottamente si leva dall’acqua del Metramo, credo che dovremmo guardare alla festività del Natale con animo diverso, senza rancori e cattiveria e più aperto al prossimo ed agli emarginati.

Nelle foto, dall'alto in basso: il presepe realizzato da Roberto Cannatà nella cappella del Santissimo della chiesa di Maria SS. della Montagna; Alessandro Ocello, Roberto Cannatà, Salvatore Cirillo e Bruno Martino in un momento di pausa, davanti all’opera ancora incompleta; particolare della capanna; altra immagine del presepe.


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(20.12.14) ROSA... UN ATTO D'AMORE DI CARMELO PER LA MOGLIE (Michele Scozzarra) - Il libro ha come titolo “Rosa”. In copertina sotto il nome dell’autore, Biagio Circosta, c’è la foto della signora Rosa Larosa con sopra scritto “sulle strade del Santo Vangelo“: un libro che è un grande atto di amore di un marito che ricorda la vita vissuta con la moglie, e di come hanno portato avanti la loro famiglia; anzi è meglio dire che Biagio Circosta ci ha raccontato in modo semplice, spontaneo e vero l’esperienza della fede così come è stata vissuta nella sua famiglia, attraverso i diversi spostamenti che le esigenze di lavoro gli hanno imposto.
Ogni famiglia ha un suo percorso in una strada, dove bisogna darsi da fare per andare avanti in termini sociali e lavorativi e, in tanti casi, è la stessa vita familiare che presenta delle occasioni per coltivare il senso religioso, per vivere momenti significativi con Dio. Per Biagio (conosciuto meglio dai galatresi come Carmelo) e Rosa questi momenti hanno coinciso con dei pellegrinaggi a sant’Antonio di Padova, a santa Rita da Cascia, a san Francesco d’Assisi, a san Pio da Pietrelcina a san Giovanni Rotondo, alla Madonna della Montagna sia di Polsi sia di Galatro, a Lourdes. Tutti questi avvenimenti, racconta Carmelo, hanno ritmato la storia della sua famiglia come eventi che hanno offerto occasioni per un ricordo, per una preghiera, per una riflessione espressa, talvolta, in modo essenziale e discreto, per interpretare i segni del disegno di Dio sulla loro storia.
In effetti, la storia che Carmelo Circosta racconta nel suo libro è toccante non solo per la fede, ma anche per il coraggio, per la forza, per la pacatezza nella descrizione del dolore e della sofferenza, quando è iniziata la terribile odissea di Rosa nella sua malattia che l’ha portata alla morte: commuove molto l’amore di un marito che, prima nel ricovero e poi in tutta la malattia della moglie, parla di fede, di coraggio, di forza. Carmelo ci testimonia che nell’amore eterno si vince sia la malattia sia la morte; infatti, il suo libro, oggi più che mai, si rivela sorprendente perché è la testimonianza vivente di come il matrimonio cristiano è un dono di Dio per l’elevazione spirituale di ogni uomo e di ogni donna, nel miracolo che opera l’amore forte, spirituale, umano e… cristiano!
Non si può non ringraziare Carmelo per questa bella e fresca testimonianza sul matrimonio, proprio quando, come ai giorni nostri, l’unione di un uomo con una donna è attaccata su tutti i fronti, in maniera semplice e concreta. Con la sua purezza evangelica il libro su Rosa ci trasporta in un “altro mondo”, che sa di gioia intensa come incontro con l’amore di tutta una vita, e ne viene fuori l’immagine di una famiglia, nella quale il desiderio di vivere cristianamente la loro avventura terrena è stata la via regale che li ha portati alla realizzazione di una pienezza di vita, umana e cristiana, che né la malattia, tanto meno la morte, è riuscita a mettere in discussione.
Grazie a Carmelo per la bella e vera testimonianza di vita coniugale che ci ha regalato.

Nella foto: la copertina del volume di Biagio Circosta.


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(25.12.14) NICOLA SERGIO AL ROCCELLA JAZZ FESTIVAL IL 26 E 27 DICEMBRE - Doppio appuntamento per il pianista galatrese Nicola Sergio che sarà impegnato due giorni consecutivi nell'ambito del Roccella Jazz Festival 2014.
Il primo evento si svolgerà Venerdì 26 Dicembre, alle ore 21.15, presso l'Auditorium di Roccella Jonica e consisterà nella prima assoluta del progetto "Migrants" con Nicola Sergio che, oltre ad essere autore delle musiche, sarà direttamente protagonista al pianoforte. Testimonianza e voce narrante saranno invece ad opera del giovane emigrante egiziano Mahammoud Atiia. L'allestimento e la regia sono di Nino Cannatà.
Il giorno dopo, Sabato 27 Dicembre, alle ore 21.00, presso il Palazzo Amaduri di Gioiosa Jonica, Nicola Sergio si esibirà invece in duo - pianoforte e sax - col sassofonista Michel Rosen.
Scendendo nel dettaglio Migrants è un progetto multimediale nato da un'idea del pianista e compositore Nicola Sergio e del regista scenografo Nino Cannatà, che affronta il tema della migrazione e si articola in diverse forme d'arte: un cd e uno spettacolo.
E' stata condotta una ricerca appassionata sul fenomeno migratorio indagandone i complessi aspetti per poterlo narrare e rappresentare attraverso le loro sensibilità e i loro rispettivi linguaggi.
Prende così vita il disco "Migrants", con musiche originali di Nicola Sergio, dove le esperienze musicali si intersecano dando vita a composizioni dalle tinte multiformi i cui titoli sono suggeriti da storie di emigrati coi quali il compositore intrattiene dialoghi sull'esperienza vissuta. La musica di Nicola Sergio diviene il perno su cui si sviluppa la performance curata e diretta da Nino Cannatà.
Sarà un viaggio emozionale dedicato a tutti coloro che hanno vissuto in prima persona l'emigrazione, dove la memoria storica viene sollecitata dai documenti, foto, video, audio, testi e dalla musica originale. Alle soglie del terzo millennio, il fenomeno sociale più impressionante è la migrazione di enormi masse o piccoli gruppi di uomini, donne e bambini che si spostano in ogni parte del mondo. Migrants sono oggi anche tanti giovani, fra cui gli stessi autori, che si spostano in nuovi territori per realizzare i propri sogni. Diversi dai Migrants di ieri ma con la stessa voglia di realizzarsi, di “liberarsi”, di far emergere le proprie idee e aspirazioni.
Lo spettacolo a cura di Lyriks si articola su tre livelli: videoscenografia e regia di Nino Cannatà, musica originale eseguita al piano solo da Nicola Sergio e una speciale testimonianza narrata dal giovane migrante egiziano Mahmmoud Atiia. L’allestimento di Nino Cannatà evoca il ponte di una nave su cui svetta una grande vela che fa da schermo ad un flusso di immagini e documenti gestiti in live set mentre al pianoforte Nicola Sergio esegue dal vivo la sue composizioni, raccontando il “viaggio della speranza” che ancora oggi si protrae inesorabile. Ospite speciale della serata per questa prima assoluta è Mahmmoud Atiia che come in una jam session con la musica e le immagini ripercorre la testimonianza del suo viaggio di rivalsa. Approdato un anno fa con un barcone proprio a Roccella dopo un delicato soccorso con il mare forte.
Nello spettacolo coesistono in contrappunto musica, video e teatro per restituirci un’esperienza sensoriale e un immaginifico viaggio poetico migratorio.


Nella foto in alto: Nicola Sergio.


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(28.12.14) UN NUOVO LIBRO DI UMBERTO DI STILO - Umberto Di Stilo ha pubblicato un altro importante libro sulla storia di Galatro. Questa volta l’interesse dello storico si è concentrata sulla storia della chiesa e della (ex) parrocchia della Madonna della Montagna, dal 1856, anno della fondazione, ai giorni nostri.
Il volume, che ha per titolo Una chiesa, una parrocchia: il secolare culto di Maria SS. Della Montagna a Galatro, e del quale ci occuperemo più diffusamente nei prossimi giorni, presenta un ampio corredo fotografico e documentario distribuito in 419 pagine.
Verrà commercializzato al prezzo di 30 €.


Nella foto: la copertina del libro.


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