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15.7.17 - Versi in ricordo di mia moglie
Filippo Cirillo

23.7.17 - Sono già a Galatro col pensiero

Biagio Cirillo

29.7.17 - Il nuovo libro di Alfredo Distilo: "Due ragazzi, un cane... e il fiume"


31.7.17 - Nicola Sergio presenta "Migrants" al Paleariza Festival


12.8.17 - L'ordine del tempo, un libro di Carlo Rovelli

Domenico Distilo

18.8.17 - "Il Tassone", Vocabolario del lessico di Candidoni

Domenico Coco

21.8.17 - Domenico Distilo presenta l'ultimo libro di Rocco Cosentino a Roccella


29.8.17 - Il testo della relazione sul nuovo libro di Rocco Cosentino

Domenico Distilo

13.9.17 - Conflitti generazionali nel recente libro di Alfredo

Domenico Distilo

2.10.17 - Un cantautore galatrese: Marazzita

Gregorio Ozimo

10.10.17 - Nicola Sergio sbarca a Torino con la prima di "Eldorado"


13.10.17 - A beautiful mind e il mito della caverna: illusione o realtà?

Pasquale Cannatà

25.10.17 - Esce l'album di un nuovo gruppo galatrese: i Gekomars

18.11.17 - I settecenteschi testi latini di Garuffi, parroco di Galatro

23.11.17 - 2° Posto per Francesco Cortese al Festival della canzone napoletana di Zurigo

6.12.17 - Presentato a Cosenza il libro di Massimo Distilo sul pianoforte


10.12.17 - La scienza può spiegare i miracoli?

Pasquale Cannatà

25.12.17 - Il posto vuoto, racconto natalizio di Umberto Di Stilo

Domenico Distilo

25.12.17 - Riadattata per musica la Ballata per il Natale 1834 dell'abate Conia





(15.7.17) VERSI IN RICORDO DI MIA MOGLIE (Filippo Cirillo) - Questa poesia la dedico alla memoria della mia cara moglie Luppino Carmela Maria.

* * *

Il 30 gennaio scende la sera
ed è morta Luppino Carmela.
Per me sei stata come una rosa fiorita,
ti ho voluto bene per tutta la vita.
Amo il sole, amo la luna,
chi perde la moglie non ha fortuna.
Hai iniziato il tuo lungo cammino senza ritorno
e mi hai lasciato un pianto attorno.
La sera vado a letto
e non vedo nessuno,
solo il pianto ed il dolore.
Carmela, se puoi, aiutami,
come hai fatto nella vita terrena
e dagli angeli del cielo.
Morte crudele che mi hai tradito
portandomi via mia moglie.
Non hai avuto cuore.
Ricordo i giorni felici
ed ora mi rimane la tristezza.
Sulla vita terrena
hai lasciato i tuoi due figli:
Raffaele e Antonia,
ed i tuoi cari nipotini:
Carmelo, Sabrina e Raffaele Junior,
il tuo amato genero Michele e Simonetta Maria
ed il tuo amato Filippo.
Amaci dal cielo
come hai fatto sulla terra.
Nella mia casa non vedo nessuno
però il tuo spirito e la tua anima
mi stanno accanto.
La tua vita è stata spezzata dal dolore,
te ne sei andata
con sofferenza e con grande dolore
e mi hai lasciato un vuoto nel cuore.
Quando tu chiudevi gli occhi noi piangevamo
e tu sorridevi,
che te ne sei andata con gli angeli del cielo.
Angeli del cielo
affido a voi questa stellina:
il suo nome è Carmelina.
Amavi la vita, amavi la gente,
la tua vita sugli altri
dando tutto quello che avevi.
Hai aiutato tutta la gente
facendo del bene e non del male.
Carmela,
hai lasciato il tuo amato Filippo
come una pecorella smarrita;
ti ho voluto bene per tutta la vita.
Angeli del Paradiso
vogliate bene alla mia Carmelina,
nella vita terrena
per me era come una stellina.
La vita nasce come un fiore,
le foglie cadono e la vita muore.
Carmela,
ti penso sempre e ti ho nel cuore,
mi è rimasto un gran dolore,
la vita si spezza come una campana
e la tua vita si allontana.
Carmela,
amaci come ci hai amato sulla terra,
ho perduto la cosa più bella.
Pace a te, Carme,
tu sii benedetta.

Il tuo amato Filippo ed i tuoi cari figli

Nella foto: Mastro Filippo Cirillo con la defunta moglie Carmela Luppino.


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(23.7.17) SONO GIA' A GALATRO COL PENSIERO (Biagio Cirillo) - Anche se lontano, con il pensiero sono gia a Galatro. Per questo faccio arrivare prima il pensiero a fare da apripista e poi intanto arrivo io, insieme alla poesia. Mando un caloroso abbraccio a tutti i galatresi e un ringraziamento particolare alla redazione.

Vola pensiero

Vola pensiero,
vola lontano,
portami con te,
tenendomi per mano.

Vola pensiero,
non mi lasciare solo,
insieme con te
io prenderò il volo.

Vola pensiero,
non mi lasciare mai,
solo con me
lontano volerai.

Vola pensiero,
non ti fermare,
giorno per giorno
fammi sognare.

Vola pensiero,
vai verso il mare,
scavalca le onde,
ma di me non ti scordare.

Vola pensiero
verso la terra mia,
portami da mia mamma
a fargli compagnia.

Vola pensiero
verso i miei amici,
fammi sentire
sempre più felice.

Vola pensiero,
vola col mio cuore,
ovunque volerai
il mondo sarà migliore.

Biagio Cirillo
 


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(29.7.17) IL NUOVO LIBRO DI ALFREDO DISTILO: "DUE RAGAZZI, UN CANE... E IL FIUME" - Il prossimo 6 agosto sarà pronto per essere acquistato (e ovviamente letto) il nuovo libro di Alfredo Distilo, Come eravamo. Due ragazzi, un cane... e il fiume, edito in proprio.

Si tratta del secondo cimento letterario dell’ex “ragazzo portiere”, che, esattamente come il primo, si dipana sul filo della memoria, riandando ad episodi dell’infanzia e della fanciullezza dell’autore ignorati o ormai del tutto dimenticati.

Anche questa volta, come già per
Ricordi di un ragazzo portiere, il ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza.

In anteprima pubblichiamo la copertina e la prefazione di Franco Tomasi.


Visualizza la Prefazione di Franco Tomasi (PDF) 60,5 KB

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(31.7.17) NICOLA SERGIO PRESENTA "MIGRANTS" AL PALEARIZA FESTIVAL - Il prossimo mercoledì 2 agosto, con inizio alle ore 22.30, il pianista galatrese Nicola Sergio presenta a Reggio Calabria, presso i Fortini di Pentimele, il suo concerto di piano solo intitolato "Migrants" alla XX edizione di "Paleariza", festival della musica e delle tradizioni popolari della Calabria greca.

"Migrants" non sono solo coloro che giungono coi barconi sulle coste europee dopo avventurosi viaggi in mare, o spostandosi via terra per lasciare luoghi di guerra e di fame, il termine può essere esteso a tutti quelli che, in un'epoca detta di "globalizzazione" e di viaggi facili (almeno per chi risiede in certe parti del globo), lasciano i luoghi della propria infanzia per inseguire i loro sogni altrove.

L'ormai noto e prestigioso festival "Paleariza" dedicato alla musica popolare, che dura diciannove giorni, prevede un gran numero di eventi in varie località dell'area grecanica calabrese: Reggio Calabria, Bova, Gallicianò, Bagaladi, Ferruzzano, Staiti, Roghudi Nuovo, San Lorenzo, Palizzi, Cardeto, Roccaforte del Greco, Pentedattilo.

Vi proponiamo in basso la locandina di "Migrants" e il programma completo del festival:







Visualizza il
programma completo del festival Paleariza (PDF) 1,83 MB


* * *

www.nicolasergio.com


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(12.8.17) L'ORDINE DEL TEMPO, UN LIBRO DI CARLO ROVELLI (Domenico Distilo) - La questione del tempo è la più complicata e decisiva della storia del pensiero, fin da quando il milesio Anassimandro scoprì che le cose, dopo essere uscite dall’Indistinto – Apeiron - vi ritornano “secondo l’ordine del tempo”.

Da Anassimandro fino all’avvento della relatività einsteiniana si è sostanzialmente creduto che vi fosse un unico “ordine del tempo”, uguale per tutti a qualsiasi latitudine. E’ bensì vero che Aristotele ne dava una definizione “locale”, non riuscendo a districare il movimento dalla particolarità dello spazio in cui esso “aveva luogo” per renderlo universale (sì che il tempo aristotelico per i newtoniani sarebbe stato “relativo, apparente e banale”). Ma il modo di porsi rispetto “al prima e al poi” non poteva essere che lo stesso per tutti in ogni luogo, cioè in ogni punto dello spazio, concependosi lo spazio come la totalità (l’universo) dei luoghi. L’essenza del tempo è nella misura che se ne fa, per cui esso non ci sarebbe se non ci fosse nessuno a misurarlo. Caratteristica questa che sembrerebbe sparire con Newton, per il quale il tempo scorre “assoluto, universale e oggettivo” su uno spazio altrettanto “assoluto, universale e oggettivo”.

A dare compiutezza ed espressione filosofica alle idee di Newton sarà Kant, per il quale l’universalità del tempo, è oggettiva solo soggettivamente, nel senso che unici (a priori) sono in ogni soggetto i presupposti e i criteri della sua intuizione e misurazione. In Newton manca, questo è il punto, ogni riferimento a cosa sarebbe il tempo senza gli orologi, essendone l’oggettività affermata senza essere dimostrata. Il tempo di Newton ha però in comune con quello di Aristotele l’irreversibilità, per cui una volta che qualcosa sia accaduto non si può tornare indietro, come in certi film in cui a chi viaggia nel passato può capitare di uccidere il genitore rendendo impossibile la propria nascita.

Che cosa accade, allora, con l’avvento della relatività e dei quanti? Accade, semplicemente, che all’unico ordine del tempo si sostituiscono tanti ordini possibili, all’unico tempo molti tempi e che il tempo “assoluto universale e oggettivo” sia soppiantato dal tempo e dalla misura particolari di molti viaggiatori che possiamo immaginare in viaggio nello spazio cosmico a velocità prossime a quelle della luce e, nel caso delle particelle, cioè di piccole o piccolissime dimensioni, a descrizioni più o meno semplificate a seconda della distanza – Rovelli la chiama “sfocatura” - minore o maggiore a cui ci poniamo da esse.

L’esistenza di tanti e ugualmente possibili ordini del tempo ci proietta in una dimensione “complessa”, nella quale il tempo dipende da noi, da come ci collochiamo rispetto agli eventi, in altre parole dalla misura, che non è necessariamente unica per tutti ma può essere diversa per ciascuno.

Senonché il tempo non è solo un’entità per definizione evanescente. Poiché il suo scorrere lascia il segno sulla materia e sugli organismi che non possono saltar via dal tempo, ecco che la direzione privilegiata, dopo essere stata declassata a una questione di punti di vista ritorna in tutta la sua drammatica cogenza. Il fluire del tempo avviene infatti all’insegna dell’entropia, dell’accrescimento del grado di disordine in ogni sistema fisico e/o biologico, che è destinato inevitabilmente a perdere, prima o poi, l’equilibrio sui cui si regge. Ogni cambiamento non è che una progressiva, quantunque spesso inavvertita, perdita dell’equilibrio. Che è per definizione precario. La cura heideggeriana, a ben pensarci, può essere definita in questi termini. Essa non è che la costante ricerca, da parte dell’esserci, di un equilibrio sempre precario, destinato a collassare, alfine, con la morte. La fine, per l’esserci, della cura e con essa del tempo.

Carlo Rovelli, L'ordine del tempo, Adelphi, 2017, pp. 207

Acquista il libro

Nella foto: la copertina del libro di Carlo Rovelli "L'ordine del tempo".

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(18.8.17) "IL TASSONE", VOCABOLARIO DEL LESSICO DI CANDIDONI (Domenico Coco) - Dopo il Vocabolario del dialetto di Galatro, realizzato da Umberto Di Stilo alcuni anni fa per i tipi di Pellegrini Editore, ecco apparire "Il Tassone", Vocabolario del lessico di Candidoni, a cura di Rocco Giuseppe Tassone - pp. 372, € 35,00 - edizioni Università Ponti con la Società, 2017. Vi proponiamo l'introduzione all'opera di Domenico Coco.

* * *

Sin dalle arcaiche origini cristiane, quello della lingua è stato sempre un concetto straordinariamente ricco di dogmi e di altrettanti fonetici suoni che, nella notte dei tempi, hanno delineato la propria ed armoniosa forma attraverso la personale percezione da parte di ogni essere umano, delle passeggere ali dell’etere che sovrastavano imperturbanti i cieli di tribù e popolazioni dalle varie etnie.

Già dal libro della Genesi, nell’episodio sulla costruzione della Torre di Babele, si narra del leggendario progetto di Dio attraverso il quale si spiega mitologicamente per la prima volta l’importanza e l'origine delle differenze dei linguaggi tra gli uomini che popolavano, allora come oggi, ogni angolo della terra mediante la diversità oggettiva del più prezioso degli strumenti terreni: il linguaggio.

L’immortalità del fenomeno, ancora oggi, benché invisibile al nostro orizzonte temporale è da sempre in continua evoluzione; nel corso dei secoli moltissime sono state le graduali trasformazioni di carattere sintattico e lessicale che hanno favorito le innumerevoli opere volte all’analisi tra le differenze e le somiglianze sussistenti nelle diverse lingue, trascurando intenzionalmente in modo critico ciò che invece secondo il nostro brillante e poliedrico autore racchiude da sempre i segreti della comunicazione, ovvero il goliardico studio della linguistica diacronica che con il presente volume lo studioso ha tradizionalmente messo in risalto.

Il XIX secolo in particolar modo, grazie al crescente affermarsi degli studi filologici, ha concesso l’esordio antropologico del settore, attraverso lo studio e l’uso di nuove terminologie destinate a designare l’antenato comune della forma linguistica originale (proto), da cui provengono le lingue moderne parlate nel contemporaneo continente europeo. Tale trattazione, grazie all’esegesi delle fonti del nostro autore, rappresenta l’attuazione del particolare procedimento attraverso il quale, paragonando alcune forme linguistiche appartenenti a due o più lingue imparentate, è possibile ritrovare la forma originaria esistente nella lingua antenata comune (c.d. Protoforma).

La pronuncia, la forma lessicale e l’ordine degli elementi che nella frase indicano la chiave di ascolto della fonetica primordiale, sono stati per lo studioso candidonese, le basi da cui l’opera ha avuto origine, oltre che la fonte più rilevante di cambiamento linguistico insieme a tanti altri mutamenti sociali, storici e culturali che hanno favorito il processo di trasmissione, per tradizione, da una terra anticamente ed autenticamente legata all’agricoltura ed alle tradizioni religiose dall’esemplare rarità.

Attraverso il processo di cambiamento fonetico, consistente nello spostamento dei suoni all’interno della parola (definito Metatesi), la prefata presentazione prende in esame la variazione dal punto di vista diacronico nella prospettiva storica, ma giunge al culmine attraverso quella variazione sincronicamente linguistica, riferendosi allo stato attuale di una data lingua, che può essere largamente concepito tramite tanti altri fattori spazio-temporali come il luogo e la società che lo domina; tutti elementi di un importante studio sociolinguistico di cui il nostro autore, dalle molteplici risorse culturali, ne è l’odierno locale cultore per eccellenza.

Domenico Coco

Nella foto: la copertina del Vocabolario del lessico di Candidoni.

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(21.8.17) DOMENICO DISTILO PRESENTA L'ULTIMO LIBRO DI ROCCO COSENTINO A ROCCELLA - L'ultimo libro di Rocco Cosentino, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palmi, dal titolo Nata sotto il segno del cancro - Pellegrini Editore, 2017, pp. 220, € 14.99 - viene presentato a Roccella Jonica venerdì 25 agosto, alle ore 19,00.

Fra gli interventi, oltre a quello conclusivo dell'autore, è prevista la relazione del professore galatrese Domenico Distilo, docente di filosofia e storia presso il Liceo Classico "V. Gerace" di Cittanova.

Vi proponiamo in basso la locandina ufficiale con tutti i dettagli dell'evento e alcuni link dove è possibile acquistare il volume:

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(29.8.17) IL TESTO DELLA RELAZIONE SUL NUOVO LIBRO DI ROCCO COSENTINO (Domenico Distilo) - Pubblichiamo la relazione di Domenico Distilo tenuta pochi giorni fa in occasione della presentazione a Roccella Jonica del nuovo volume di Rocco Cosentino dal titolo Nata sotto il segno del cancro. Oltre al professore galatrese ed all'autore sono intervenuti all'evento il dott. G. Muscianisi, specialista di medicina interna ed ecografia, e l'avvocatessa galatrese Maria Grazia Simari.

* * *

Un lettore superficiale non avrebbe dubbi: Rocco Cosentino ha operato una conversione, passando al memoir dopo i due noir e il noir storico L’eloquenza del silenzio che, lo dico incidentalmente, non m’ha convinto per una questione, fatta presente all’autore, che riguarda l’aggettivo, storico, non certo il sostantivo, noir.

Se i libri dovessero essere soltanto classificati, se la cosa più importante fosse la tassonomia, allora il lettore superficiale avrebbe ragione: il nuovo cimento letterario del magistrato-scrittore, o se preferite dello scrittore-magistrato - che, lo dico ironicamente senza ironia, può fregiarsi della qualifica di mio ex alunno, nei primissimi anno Novanta, presso il liceo scientifico “Guerrisi” di Cittanova - il nuovo cimento letterario di Rocco Cosentino, dicevo, segnerebbe una conversione, una svolta, una metabasis eis allo ghenos, un passaggio ad altro genere. Invece le cose stanno ben altrimenti, non essendoci alla base del cambiamento, per essere esatti, di sottogenere, non di genere letterario, un cambiamento di visione del mondo, che è l’identica trasfusa nei romanzi che precedono Nata sotto il segno del cancro e che anche questa volta si traduce in uno stile letterario quanto mai adatto a raccontare le diverse declinazioni del Male – Male con la emme maiuscola - nella società e nella storia, seguendone l’evoluzione in uno specifico contesto fino al momento, più o meno finale, nel quale si svela al lettore la funzione dialettica o, se volete, catartica di esso.

E’ lo stile di scrittura a far sì, nelle prove precedenti, che la macchina narrativa di Cosentino proceda fluida, senza strappi, in apparente e singolare contrasto con una materia zeppa di casi di difficile decifrazione e di vicende ad alto tasso adrenalinico, eventi attraverso i quali si disegnano tanto la statica quanto la dinamica del Male, con la seconda che si innesta sulla prima, cioè su modi d’essere, di pensare, di vivere rispetto ai quali ciò che accade - e che accadendo spezza l’equilibrio cosmico e microcosmico - darebbe l’idea di una casuale quanto inspiegabile comparsa, mentre ha proprio nello sfondo della narrazione, negli ambienti e nei personaggi che lo costituiscono, la sua causa efficiente e finale, tanto fisica quanto metafisica. Il Male, che sembra erompere “senza ragione” dalla normalità in cui i protagonisti si trovano immersi, li induce, dopo avere misurato lo spessore e l’impatto esistenziali di “ciò che in generale capita e in particolare gli capita”, ad indulgere in domande metafisiche, tanto inevitabili quanto senza convincente risposta.

Analogamente in Nata sotto il segno del cancro la malattia (che è il modo d’essere e di manifestarsi del Male nello specifico contesto di questo memoir) erompe da (o irrompe in) un’esistenza che appare normale, immersa in quella che si potrebbe definire la banalità del quotidiano, scatenando una lunga serie di domande tra virgolette “metafisiche”, a partire dalla classica, “perché proprio io?” anche qui destinate a rimanere sostanzialmente senza convincente risposta. Senza risposta ma utili per generare un feed-back esistenziale, una riscrittura del significato dell’esistenza da cui la protagonista, verosimilmente, rimarrebbe lontana se ciò che capita a tanti non capitasse anche a lei, anzi, “proprio a lei”.

La scoperta della malattia e le conferme diagnostiche che ne seguono configurano una rottura dell’ordine del mondo, della “normalità” della vita, a cui il comune modo di pensare contrappone la straordinarietà della morte. La morte, per intenderci, vista come l’extra ordinario per eccellenza, pensata come l’assolutamente altro, in quanto tale da esorcizzare. E’ questa idea della morte ciò con cui l’autore e con lui la protagonista fanno i conti, l’idea consumista o, come si sarebbe detto un tempo, piccolo-borghese della morte, corredo di quella che Heidegger ha definito “esistenza inautentica”, strutturalmente incapace, proprio per via dell’inautenticità, di pensare la morte come evento, sia pure conclusivo, della vita e di sottrarla, “normalizzandola”, a una tragedia che, ci dirà l’autore in un finale dalle forti coloriture nietzscheane, sarebbe da pensare come essenza di una vita che include la morte, non della sola morte quale antitesi della vita.

La ribellione di Karima, l’io narrante, a questa idea della morte ne sintetizza la ribellione all’intero contesto sociale-culturale di cui è parte ma di cui probabilmente non si sente tale. Ella è consapevole di essere una ribelle, per di più accettando di esserlo con il freno a mano tirato, costretta com’è a continue mediazioni rese inevitabili dalla convivenza con genitori a differenza di lei troppo integrati – probabilmente non solo per questioni d’età -, genitori a cui le convenienze sociali e culturali e le connesse ipocrisie non stanno per nulla strette. Non si può spiegare in altra chiave un episodio del romanzo che il lettore superficiale di cui dicevamo all’inizio sarebbe portato a definire secondario: la madre di Karima che convince la figlia a tornare a frequentare l’Azione Cattolica “per riprendere a vivere”. Accontentata la madre, Karima non può fare a meno di constatare che nei pochi o tanti anni nei quali era rimasta “in sonno” - mi si passi la locuzione d’uso massonico - rispetto alla vita dell’associazione nulla era cambiato e tutto restava avvolto nel velo della stessa ipocrisia, dall’omosessualità del prete alla blasfemia del musicista. Constatazione questa che fa trasparire, per inequivocabile contrasto, quello che è l’atteggiamento di Karima rispetto alla società e alla stessa vita, atteggiamento che l’ambiguo rapporto che prende corpo con una coetanea che assurge ad amica del cuore, Katia - con cui progetta un viaggio in Messico che non potrà realizzare - non rende meno tendenzialmente conflittuale, più conforme ai canoni di un’esistenza che magari negli altri, non certo in lei, in Karima, sprofonda nel “così fan tutti”, nel “si impersonale”.

Karima infatti non cade, neppure durante le crisi più acute, nella disperazione – che si potrebbe leggere come l’indice, la spia di un’idea inautentica della morte. Subìto il trauma della scoperta della malattia e dell’invasività delle cure, in primis la famigerata chemio, integra, grazie ad un modo d’essere critico e disincantato, la malattia nella normalità di un’esistenza che andrà avanti fino ad un esito sorprendente su cui non è il caso di soddisfare in anticipo la curiosità del lettore, privandolo del gusto impagabile di scoprire da sé come andrà a finire. Poiché quando si legge un romanzo ci si immedesima nel protagonista, vivendo con lui, o con lei, le vicende di cui è, appunto, protagonista, anticipare “come finisce” vorrebbe dire sottrarre al lettore una parte della vita che egli, giustamente, vuole vivere e non sentir raccontare da altri.

Perciò, gettato un velo sul finale, procediamo dicendo che la storia di Karima è interamente giocata, io penso, contro il rifiuto di includere la malattia e la morte nella vita, contro il rifiuto di “viverle” come tali che caratterizza la cultura e il vivere contemporanei e che è la causa di fondo, a ben rifletterci, dell’insufficienza e inadeguatezza della cultura della prevenzione. Se non preveniamo è perché ciò che dovremmo prevenire ci spaventa e ci spaventa perché siamo dominati da un’idea della vita che, parafrasando Nietzsche, potremmo definire al di là di Cristo e dell’Anticristo, del cristianesimo e della sua antitesi, al di là perché imperniata su un individualismo radicale che, essendo appunto radicale e non potendo limitarsi a rifiutare la distruzione del proprio essere individuale, estende tale rifiuto, da un lato alla fusione con il tutto nel divenire incessante del cosmo, dall’altro alla riconciliazione con il Bene che è l’essenza del cristianesimo, fondandosi l’individualità sul male al quale, in vista del compimento della promessa, essa è chiamata a rinunciare.

Se queste sono le cause filosofiche della insufficiente e inadeguata cultura della prevenzione, nel momento in cui si traducono in prassi esistenziale esse sono generalmente individuate e definite come sciatteria individuale e sociale, sconoscenza dei fattori di rischio, sottovalutazione del rischio stesso anche quando lo si conosce, incapacità di assumere uno stile di vita in grado di operare la prevenzione riducendo l’incidenza dei succitati fattori, identificazione degli stili di vita congeniali alla prevenzione con una vita da malati destinata a sfociare in una morte da sani, seguendo in questo colui che fu il più famoso giornalista sportivo italiano, Gianni Brera, famoso altresì per essere una buona forchetta, che disse una volta, mettendo in berlina la prevenzione delle malattie cardiovascolari, di “non voler vivere malato per morire sano”. C’è in tutto questo un aspetto, che si chiama volontà di vivere, che ha come implicazione il rifiuto di quel “vivere malati” di cui parlava Brera e che riscontriamo, espresso o sottinteso, nell’atteggiamento del fumatore, così come dell’alcolista o del cocainomane. Il fumatore, ad esempio, conosce benissimo i rischi del fumo, peraltro messi bene in mostra per legge sui pacchetti delle sigarette. Tuttavia preferisce il piacere immediato e intenso al benessere posticipato e diluito e sa benissimo di farsi male a più o meno lungo termine, male però compensato dal benessere immediato e istantaneo che gli dà la sigaretta, che in ogni fumatore non estemporaneo è integrata nello stile di vita, nel modo d’essere e nell’identità personale.

Ecco, prevenire è difficile perché farlo significherebbe cambiare lo stile di vita e la propria identità, rassegnandosi a vivere da malati piuttosto che da sani, dunque a non fare le cose che vengono identificate con la vita stessa e a fare qualcos’altro che è percepito come rinuncia a vivere.

La lezione che ci viene da Karima si riassume, invece, nell’eliminazione dello spartiacque tra morte e vita, in nome dell’identità dialettica di entrambe, recuperando in tal modo l’antica sapienza di Eraclito, per il quale una cosa sola sono il desto e il dormiente, il salire e lo scendere, il malato e il sano nonché il morto e il vivo, appunto. La lezione è che salute e malattia sono entrambe vita da vivere, così come vita e morte sono entrambe vita da vivere, esigendo peraltro la morte, giusta la lezione di Heidegger, che ci si ne prenda cura, vivendo noi nel tempo e quindi in vista della morte, che è la condizione ineludibile della possibilità del nostro vivere. Il concetto di morte quale assoluta antitesi della vita è del resto un concetto impensabile, una contraddizione in termini, per la ragione, evidenziata sia pure ellitticamente da Epicuro, che sarebbe definibile come l’essere del nostro non essere, per cui è contraddittorio, cioè impensabile che possa davvero esserci, esistere come tale, come morte. Se esiste come morte non è più ciò che è ma il suo esatto contrario, sì che la saggezza non può consistere in altro che nel pensarla come vita o come passaggio a miglior vita, come ci esorta a fare la tradizione socratico-cristiana, che secondo Nietzsche aveva rappresentato la rovina della grecità e con essa dell’intera civiltà occidentale, avendola distolta dalla vita – come lui la intendeva - e dai valori atti a promuoverla ed esaltarla.

Il Cosentino-pensiero, ora espressamente ora ellitticamente formulato in questo come nei precedenti romanzi, è radicalmente e strutturalmente antimanicheo, essendo per lui il male fuso nel bene e costituendo entrambi, nella loro fusione e con-fusione, la sostanza dell’universo. Il bene non è se non il male che combatte altro male, perlomeno in questa vita come ci è dato viverla, visione questa suscettibile di sfociare nella tesi, che regge l’intero impianto della teologia cristiana, secondo cui senza il male e il peccato non ci sarebbe salvezza e la colpa è felix culpa, avendo causato la redenzione ed il riscatto.

Una nota conclusiva penso sia d’uopo, come direbbe il grande Totò: i libri, una volta scritti e stampati sono lasciati al loro destino, il libellorum fatum dei romani, che è un destino di interpretazioni che si avvicendano e sovrappongono producendo, come diceva Hans Georg Gadamer, degli effetti di cui chi viene dopo non può non tener conto. Il libro di Rocco Cosentino, noir o memoir che lo si voglia etichettare, è a suo modo un contributo alla storia del dibattito sul male, alla questione della teodicea su cui i filosofi dibattono da secoli. Il Male che non è un’esclusiva del nostro secolo e non è soltanto il male del nostro secolo, ma il Male che accompagna, mischiato col bene, l’intera storia dell’umanità.

Spero di non avervi annoiati, anche se certe questioni sono noiose per definizione e senza noia sarebbero mal riuscite, al punto che Benedetto Croce, tornato di moda negli ultimi giorni per via del ritorno del terremoto a Casamicciola, dove perse genitori e fratelli, riuscendo lui a scampare miracolosamente, al punto, dicevo, che Benedetto Croce raccomandava al suo editore di pubblicare solo “libri gravi”, cioè noiosi, ma che aiutano ad andare a fondo delle questioni, com’è proprio della filosofia.





Nelle foto: Domenico Distilo, Rocco Cosentino, G. Muscianisi e Maria Grazia Simari in vari momenti dell'evento.

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(13.9.17) CONFLITTI GENERAZIONALI NEL RECENTE LIBRO DI ALFREDO (Domenico Distilo) - Al centro del libro di Alfredo Distilo (Due ragazzi, un cane... e il fiume, Edizioni d’autore, 2017, pp. 186) c’è la memoria e l’intenso rapporto che l’autore intrattiene con essa, che non è semplicemente il passato, ma il presente che prende forma nella consapevolezza che senza quel passato, giorno dopo giorno lasciato indietro dall’incedere inesorabile del tempo, non si potrebbe costruire nessuna identità, né personale né collettiva. L’identità, in altri termini, è la nostra storia, e la nostra storia, con la memoria che l’alimenta, siamo noi stessi.

Il “noi stessi” dell’autore, l’identità collettiva della sua generazione, si struttura tra i Cinquanta e i Sessanta del Novecento, gli anni nei quali Galatro entra nella modernità, ingresso destinato a cambiare il modo di vivere, di pensare e di essere di giovani e meno giovani, determinando un conflitto generazionale che, ora latente ora manifesto, si consuma, a volte, con valenze drammatiche.

I giovani della generazione di Alfredo sono quelli che vorrebbero ma non possono, o, se pur possono, debbono acconciarsi a fare le cose di nascosto, a cercare modalità oblique, soprattutto nelle relazioni sentimentali, fronte sul quale il controllo sociale è molto vigile e il comune modo di pensare, piuttosto che giudicare scandalosa la costrizione a sposare, da parte di una giovane, un ragazzo da lei non amato, trova inaccettabile che ella possa sottrarsi all’adempimento della volontà paterna, in conformità alla quale era stata promessa ad un giovane della vicina Giffone.

Alfredo e suo fratello Rocco, così come tutti i ragazzi e ragazzini dell’epoca, maschi e femmine, fanno finta di ubbidire ai genitori, dissimulando una prepotente volontà di trasgressione che li porta, non appena colgono l’attimo, a correre a fare ciò che è vietato – le ragazzine, ad esempio, corrono a fare il bagno nel fiume seminude sfidando le busse dei genitori. Perché questa volontà di trasgressione si attenui o scompaia del tutto, direi “pour cause”, bisognerà attendere una o due generazioni, quando ai divieti subentrerà la complicità, dopo che, intorno al mitico Sessantotto, sarà perpetrata "l’uccisione" del padre.

In casa di Mastro Carmelo Distilo - e la cosa non costituisce certo un’eccezione, è solo più accentuata, rispetto ad altre situazioni familiari, da una personalità paterna molto forte e tutta d’un pezzo - il rapporto genitori-figli si svolge invece ancora tutto all’insegna della verticalità, con la mamma che funge da elemento di mediazione intercedendo spesso a favore dei figli con un capofamiglia la cui autorità nessuno si sogna minimamente di contestare, neppure quando - come avviene nel caso del cane condannato a morte e poi graziato, con gran sollievo dei ragazzi che gli sono molto affezionati - le decisioni che prende appaiono quantomeno discutibili.

Oltre che documento dell’identità di una generazione il volume – il cui ricavato è interamente devoluto in beneficenza - riesce ottimamente a renderci il “mondo della vita” della Galatro di sessant’anni fa, quando la rarità delle automobili e le poche corse dei pullman delle autolinee Foresta facevano sì che gran parte della vita si svolgesse in paese, tra casa, strada, fiume e campagna, in uno scenario dentro il quale prendevano corpo storie che a un ventenne di oggi appariranno incredibili ma che servono a mettere a confronto due epoche non poi così lontane ma tra le quali la distanza è stata oltremodo dilatata dall’accelerazione del tempo che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento. Poterle vivere, c’è da crederlo, dal punto di vista umano è stata una fortuna di cui ora Alfredo ha voluto metterci a parte. Non possiamo che dirgli grazie.


La copertina del recente libro di Alfredo Distilo


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(2.10.17) UN CANTAUTORE GALATRESE: MARAZZITA (Gregorio Ozimo) - E' uscito di recente il videoclip di Desktop, una tra le canzoni del nuovo album del cantautore galatrese Marazzita, di cui io ho curato la regia. Desktop è il secondo singolo estratto da “Formule”, l'album d'esordio di Marazzita, uscito a Febbraio 2016 per l’etichetta La Fame Dischi.

Con la regia di Gregorio Ozimo e la produzione esecutiva targata Silen, il video vede la partecipazione di Piero Cavaglià, Angela Grignano, Amine Nokra, Valeria Ferrari, Alessio Mitrotta, Linda Guerriero e Sara Antonini.

"Desktop" è Michela, seduta. Davanti ai suoi occhi il computer. Le immagini. New York, figli, matrimonio, banche, vestiti, aziende. Sullo sfondo, lontani, tre cavalli bianchi. In potenza possiamo essere ciò che vogliamo, ma di fatto siamo il trascorrere dei nostri giorni.

Marazzita è un artista in evoluzione che sa osservarsi, raccontarsi e cantarsi. All'esordio con il suo primo album "Formule", analizza, scava e si interroga per la sola necessità di farlo.

Il videoclip può essere visualizzato in basso.


Clicca sull'immagine per visualizzare il videoclip

Nella foto in alto: il cantautore galatrese Marazzita.

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(10.10.17) NICOLA SERGIO SBARCA A TORINO CON LA PRIMA DI "ELDORADO" - Il pianista galatrese Nicola Sergio sarà impegnato al teatro Astra di Torino nei prossimi giorni (Venerdì 13 e Sabato 14 Ottobre, con inizio alle ore 21.00) con la prima assoluta dello spettacolo di musica, teatro e danza dal titolo Eldorado, tout ce qui brille n'est pas de l'or.

L'evento si svolge nell'ambito della terza edizione di "CreativeAfrica, un certo sguardo sulla creatività africana" e di "Conakry Capitale Mondiale del Libro 2017". Lo spettacolo, organizzato da Renken e dal Centro Piemontese Studi Africani in collaborazione con l'associazione Nakiri, si pone l'obiettivo di mostrare, con sguardi differenti, motivazioni e vissuti dei migranti con le diverse angolazioni dei due continenti.

Oltre a Nicola Sergio, partecipano al progetto: il coreografo Lamine Keita, Isabelle Bangoura, Kaba Anzoumane, Oumar Ouattara, Nadège Fenghom. E' la storia degli sbarchi, di tutto ciò che li riguarda. Siamo portati a vivere con gli altri senza sapere la loro storia, la vera storia della loro gente.

«Tutto nasce - afferma Nicola Sergio - nel momento in cui Adramet Barry, produttore dell'associazione torinese organizzatrice dell'evento, legge in treno un'intervista sul mio album Migrants apparsa sul magazine "Afrique/Asie" nel 2016. Affascinato dal progetto musicale, mi contatta subito per propormi di collaborare allo spettacolo di danza "Eldorado" del coreografo guineano Lamine Keita, la cui compagnia risiede anch'essa a Parigi.
Sono molto felice che la prima mondiale dello spettacolo sia proprio a Torino, data di lancio di un tour in Italia, Francia ed Africa a cui la produzione sta lavorando. L'evento ha per me una doppia valenza affettivo/simbolica: Torino é la città in cui ho vissuto i primi tre anni della mia vita poiché i miei genitori insegnavano nel capoluogo piemontese all'epoca, prima di rientrare in Calabria. Torino é, insieme a Milano, la città simbolo dell'emigrazione storica calabrese, che prosegue tutt'oggi. E la riflessione sulla vicenda umana dell'emigrato calabrese (che é poi anche la mia vicenda) ha rappresentato il primo spunto creativo che mi ha portato a concepite l'album Migrants.
Mi auguro la più ampia partecipazione dei nostri concittadini galatresi ed, in generale, degli emigrati italiani a Torino. Lo spettacolo é dedicato proprio alla nostra grande "famiglia".»

Ogni biglietto contribuirà alla realizzazione di un punto lettura a Conakry per far crescere la cultura del libro in Guinea.

13 e 14 Ottobre, ore 21.00
Teatro Astra
via Rosolino Pilo 6
Torino
  Info e biglietti
adramet.barry@gmail.com
info@renken.it
3381416296





Nelle foto: in alto il pianista galatrese Nicola Sergio; in basso il coreografo Lamine Keita.


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(13.10.17) A BEAUTIFUL MIND E IL MITO DELLA CAVERNA: ILLUSIONE O REALTA'? (Pasquale Cannatà) - Ho rivisto pochi giorni fa il bellissimo film di Ron Howard che racconta in forma romanzata la storia della vita del matematico e premio nobel John Forbes Nash, interpretato da Russel Crowe: a parte i personaggi e i particolari inventati per motivi cinematografici, Nash e i suoi familiari dovettero davvero convivere con la schizofrenia per più di trent’anni ed il premio nobel dichiarò di non aver più fatto uso di farmaci antipsicotici a partire dal 1970 giungendo a sostanziale guarigione negli anni novanta solo con la ragione e la forza di volontà, riuscendo a convivere con le proprie allucinazioni fino a ignorarle, tornando così all’attività accademica.

Per più di trent’anni un grande scienziato non è riuscito a distinguere tra illusione e realtà, e solo la ragione lo ha aiutato a guarire facendogli capire quali erano le cose reali e quindi decidere di seguire solo quelle!

Già Platone aveva affrontato il tema della difficoltà (nel caso da lui illustrato si tratterebbe di impossibilità) nel distinguere tra illusione e realtà, ma mentre nel mito della caverna il prigioniero riesce a conoscere la realtà con l’aiuto esterno perchè viene liberato dalle catene che lo tenevano chiuso dentro la grotta, e uscendo fuori può vedere gli oggetti di cui prima scorgeva solo le ombre attribuendo loro valore di cose reali, in A beautiful mind come in Matrix e in The Truman show sono i protagonisti che con la ragione e con le loro forze raggiungono la verità.

Non crediate che i casi di Platone e dei film che ho citato siano rari o inventati: ognuno di noi ha le proprie ombre che scambia per realtà! E molto spesso è proprio la ragione che ci spinge a credere che le ombre che vediamo siano oggetti reali.

La Ragione scientifica e/o filosofica porta a dover scegliere tra due posizioni: vero o falso; una cosa o è dura o è tenera, o è chiara o è scura, una legge fisica sperimentata per situazioni e oggetti che tocchiamo con mano deve essere valida anche per oggetti estremamente piccoli o eccessivamente grandi.

Non è così. Scoperte scientifiche accettate e verificate, perfettamente applicate nella realtà quotidiana sono state superate da successivi approfondimenti, vedi geometria euclidea e gravità newtoniana corrette dalla relatività di Einstein e dalla meccanica quantistica necessarie per lavorare con entità piccolissime o grandissime.

Un esempio di lavoro realizzato con dimensioni infinitesime sono i computers e gli smartphones che funzionano grazie ai microchip prodotti tenendo conto delle stranezze della fisica quantistica che dice che a livello subatomico non c’è alcuna differenza tra onda (immateriale) e particella (materiale): un oggetto che teniamo in mano e con cui lavoriamo, un oggetto concreto, è fatto di onde che si materializzano in particelle solo perché (lo dice la fisica quantistica e lo sperimentiamo quotidianamente!) sono “osservate” e manipolate dalle macchine utensili create dall’intelligenza umana per produrlo (senza considerare che anche le suddette macchine sono fatte di elettroni che a livello subatomico sono contemporaneamente onde e particelle).

Questa ragione basata sull’aut-aut, su una visione del mondo limitata a ciò che si vede e si tocca, spinge gli atei a negare quello che invece la fede cristiana propone come verità e che lo scrittore Vittorio Messori indica come “la logica enigmatica del cristianesimo”, che è sempre quella del et-et non quella dell’aut-aut.

Per il cristiano, Dio è Uno, ma anche tre Persone; la bibbia è di ispirazione divina, ma è scritta da uomini con il loro linguaggio e la cultura del loro tempo (non è immutabile da applicare alla lettera in ogni tempo come il corano, si può interpretare mantenendone però lo spirito); Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo così come la materia fatta di elettroni è onda e particella; la Chiesa è santa in quanto sposa di Cristo e anche peccatrice in quanto composta da fragili uomini.

L’ombra della realtà spirituale proiettata sul muro della ragione materialista fa si che gli atei la scambino per realtà concreta e credano solo nella materia, negando lo spirito immortale che dà origine a quell’illusione e facendosi gloria di aver sconfitto le religioni con l’uso della ragione: ma questa è una ragione monca, priva di una delle due gambe necessarie per camminare bene sulla via della conoscenza, di una delle due mani necessarie per poterla afferrare con forza, di una delle due ali necessarie per volare spediti e toccare le vette più alte del sapere umano per scoprirne le verità più belle e sconvolgenti che portano all’Amore.

Una ragione libera dalle ombre illusorie del materialismo consente invece all’uomo di credere anche a ciò che la ragione umana non sa spiegare: per dirla con le parole dello scrittore G.K. Chesterton “il credente è un uomo che (pur vivendo nel mondo concreto, fatto di cose tangibili) accetta il miracolo se a questo lo obbliga l’evidenza; il non credente è un signore che non accetta neppure di discutere di miracoli perché a questo lo obbliga la dottrina che professa (la religione materialista) e che non può smentire”.

Ancora: secondo Messori, il cristiano, con il suo et-et vuole tutto, possiede tutto, non è costretto a scegliere (tra materia e spirito, tra ciò che potrebbe sembrare illusione e la realtà concreta che si vede e si tocca)!

Anch’io gioco la mia esistenza sull’et-et e personalmente non credo a quanto affermano i materialisti, secondo i quali “siamo ciò che mangiamo”, ma sono sicuro che ognuno di noi è ciò che pensa durante tutto il giorno: ognuno di noi è spirito e materia, e se la propria ragione accetta la parte spirituale della sua persona ne avrà la forza per uscire dalla caverna dove si vedono realtà illusorie e vivere una vita piena e proiettata verso un mondo migliore.

Spirito e materia, illusione e realtà sembrano inconciliabili tra loro e destinati a non incontrarsi mai, così come infinitesimi e infiniti di cui ho parlato in
un mio precedente articolo, che sembrerebbero separati da distanze incolmabili, ma che invece si incontrano nella luce inaccessibile abitata da Dio.

Nella foto: l'attore Russel Crowe in una scena del film "A beautiful mind".

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(25.10.17) ESCE L'ALBUM DI UN NUOVO GRUPPO GALATRESE: I GEKOMARS - E' uscito qualche giorno fa, esattamente lo scorso 21 ottobre, l'album digitale di un nuovo gruppo galatrese che si affaccia nel variegato mondo della musica contemporanea. Si tratta di un trio composto da Sandro K. Distilo (chitarra), Claudio Dell'Ammassari (basso) e Gianmaria Nicoletta (batteria). Quest'ultimo componente del gruppo proviene dalla vicina Anoia.

I dieci brani, tutti strumentali, mantengono un'esile traccia tematica che li raccorda tra di loro. Il gruppo si caratterizza per gli evidenti riferimenti al rock, da quello classico a quello sperimentale. Nel brano n. 9, intitolato Circus, c'è anche un esplicito riferimento al mitico batterista dei Guns n'Roses, Steven Adler. Nell'album è comunque percepibile, sia pur alla lontana, qualche vaga eco riconducibile al mondo della musica classica.

I brani sono tutti originali, composti, arrangiati e registrati a Galatro presso lo studio Geko. Delle riprese audio e del missaggio si è occupato Sandro Distilo, mentre la grafica della copertina, che potete visualizzare in basso, è stata curata da Emilia Telios.

E' possibile ascoltare l'album, scaricare gratuitamente i brani, o anche fare un prezzo a piacimento con Paypal, al seguente link:

gekomars.bandcamp.com/releases



Nelle foto: in alto i Gekomars, in basso la copertina del loro album.

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(18.11.17) I SETTECENTESCHI TESTI LATINI DI GARUFFI, PARROCO DI GALATRO - E' uscito nei giorni scorsi un volumetto di Umberto Di Stilo dal titolo Due settecenteschi testi latini di Nicola Garuffi, Parroco di Galatro (Edidisum, Arcore, pp. 44) dedicato appunto a due testi latini, risalenti al Settecento, attribuiti a Nicola Garuffi che fu parroco di San Nicola in Galatro dal 1778 fino al 1796. Garuffi ebbe dunque anche l'incombenza di coordinare il difficile periodo del dopo terremoto del 1783.

Nella premessa del volume, Umberto ci svela il tortuoso percorso che i testi hanno fatto per arrivare (in copia manoscritta) fino a noi, pur essendo scomparso l'originale che non si trova più nei registri della Parrocchia.

I due testi del dotto sacerdote galatrese (che fu anche responsabile del Vicariato di Galatro che comprendeva le parrocchie di Feroleto, Plaesano, Laureana, Stelletanone e Bellantone) riguardano la ricostruzione della secolare storia di Galatro e sono il primo in prosa dal titolo "Ad futuram rei memoriam", il secondo in versi dal titolo "Alia terrae Galatri descriptio". Nella pubblicazione sono riportati sia il testo originale in latino che la traduzione in italiano.

Bisogna essere grati all'autore per questo nuovo tassello che ci aiuta a ricomporre e comprendere la storia ultramillenaria del nostro piccolo ma grande paese.


Nelle foto: in alto la copertina del libro di Umberto Di Stilo sui testi del Garuffi, in basso la quarta di copertina.


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(23.11.17) 2° POSTO PER FRANCESCO CORTESE AL FESTIVAL DELLA CANZONE NAPOLETANA DI ZURIGO - Sabato 11 Novembre il giovane ma già affermato cantante e musicista galatrese Francesco Cortese ha ottenuto a Zurigo un eccezionale riconoscimento artistico, conquistando un prestigioso secondo premio alla dodicesima edizione del Festival della canzone napoletana.

Francesco ha interpretato con la consueta maestria, in occasione della kermesse svizzera, uno dei più caratteristici brani del cantautore napoletano Nino D'Angelo dal titolo 'A discoteca.

Cortese è attualmente sotto contratto con l'eventi e management di Massimo Galfano, ben noto col nome d'arte di Massimo Ferrari, il quale, oltre che suo manager, è anche suo maestro di canto. La sede dell'eventi e management di Massimo Ferrari è a Niederlenz, in Svizzera. Massimo Ferrari in questo periodo sta avendo particolare successo in Svizzera con il suo tour e con il singolo dal titolo Avvelenami.

Facciamo dunque i migliori complimenti a Francesco Cortese che, con questo eccezionale risultato, contribuisce a tenere alto in campo artistico il nome di Galatro.


Nelle foto: in alto Francesco Cortese durante l'esibizione e in basso col premio vinto sul palco di Zurigo.


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(6.12.17) PRESENTATO A COSENZA IL LIBRO DI MASSIMO DISTILO SUL PIANOFORTE - Il recente libro del pianista e musicologo galatrese Massimo Distilo, dal titolo Sigismund Thalberg: primordi e sviluppi della Scuola pianistica napoletana (Salerno, Booksprint, 2016, pp. 136, € 14.90) è stato presentato qualche giorno fa nell'aula magna del Conservatorio di Musica "Stanislao Giacomantonio" di Cosenza alla presenza, oltre che dell'autore, della prof.ssa Mariagrazia Laganà, del maestro Giuseppe Maiorca e del maestro Francesco Libetta, autore di una preziosa nota introduttiva del volume.

Dopo l'intervento preliminare della prof.ssa Laganà, responsabile della Biblioteca del Conservatorio, la quale ha sottolineato come mancasse un lavoro che in un'unica narrazione inquadrasse tutto lo svolgimento che, nel corso di oltre due secoli, ha riguardato la storia del pianoforte a Napoli e nel Meridione, con importanti ripercussioni nel resto d'Italia e nel mondo, è stato il maestro Giuseppe Maiorca, docente di Pianoforte al Conservatorio di Cosenza, a mettere in evidenza il ruolo determinante avuto dalla Scuola pianistica napoletana nel progresso degli studi pianistici, con il racconto anche di qualche aneddoto su alcuni personaggi fondamentali appartenuti a tale scuola.

Il maestro Francesco Libetta, docente al Conservatorio di Lecce e giunto a Cosenza per l'occasione, ha evidenziato come i caratteri della scuola pianistica meridionale, che hanno ricevuto un imprinting decisivo dal grande pianista ginevrino della prima metà dell'Ottocento Sigismund Thalberg, si discostano da quello che è un classico stereotipo del carattere meridionale, ovvero l'essere un po' sopra le righe, sanguigni, se non addirittura scomposti. In realtà i pianisti del meridione appartenuti e appartenenti a questa scuola si caratterizzano per un approccio molto composto alla tastiera, per la cura spasmodica del suono, degli aspetti tecnici e interpretativi dell'esecuzione e per la serietà del lavoro, rifuggendo assolutamente da tutto ciò che è semplice esibizionismo e vuota apparenza.

Il maestro Massimo Distilo ha poi illustrato a grandi linee le caratteristiche del volume, evidenziando come l'idea del libro sia nata dagli ambienti che gli erano familiari da bambino: il vecchio pianoforte Zimmerman dello zio, i vecchi metodi ingialliti di Beniamino Cesi, allievo di Thalberg e capostipite di questa scuola, il fatto che anche chi non era un addetto ai lavori era in grado di dare prescrizioni su come tenere la mano sul pianoforte, con le dita "a martello".

E' poi seguita una serie di interessanti interventi e domande da parte del pubblico, composto in buona parte da studenti e docenti del Conservatorio, con una discussione e una riflessione approfondita sui temi proposti dal libro.

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Nelle immagini: in alto la copertina del libro; in basso un momento della presentazione, da sinistra Mariagrazia Laganà, Francesco Libetta, Massimo Distilo, Giuseppe Maiorca (foto Mario Distilo).

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(10.12.17) LA SCIENZA PUO' SPIEGARE I MIRACOLI? (Pasquale Cannatà) - Circa tre anni fa è stato pubblicato sul “nostro” giornale (come giustamente lo ha definito mio fratello Angelo) un mio articolo su un argomento che mi era venuto in mente mentre mi allenavo e che avevo chiuso con queste parole:

«In un libro che illustra i benefici che la corsa apporta al nostro organismo è spiegato che mentre corriamo produciamo delle endorfine che hanno l’effetto di farci sentire bene anche mentalmente, tanto che (scrive l’autore) “durante la corsa affrontiamo tutti i problemi del mondo e … li risolviamo”: le riflessioni che ho proposto in questo articolo mi sono venute durante gli allenamenti che sto facendo per affrontare le prossime maratone insieme alla “cricca” dei miei amici galatresi, “e il naufragar mi è dolce in questo mare” di pensieri che si accavallano prepotentemente ed incessantemente nella mia testa. Qualcuno potrebbe pensare che ho scritto delle stupidaggini e che quindi la corsa mi fa male, ma questo è un suo problema che risolverò nella prossima seduta di allenamento!»

La conclusione di quell’articolo vale ora come premessa per le riflessioni che vado a proporvi e che sono scaturite durante le corse di allenamento fatte nei giorni scorsi: mi è tornato in mente il primo film di STAR TREK nato nel 1979 dall’omonima serie televisiva iniziata nel 1966, nel quale il capitano Kirk, comandante della nave spaziale Enterprise, si trova a confrontarsi con un’entità aliena che afferma di chiamarsi V’ger e di essere alla ricerca del suo Creatore. Alla fine del film si scopre che l'alieno altri non è che l'antica sonda Voyager 6 partita centinaia di anni prima proprio dalla Terra: il capitano Kirk capisce che l’alieno aveva assunto questo nome perché vede sulla fiancata della sonda la scritta che la identificava e della quale si erano cancellate alcune lettere (VoyaGER6) e che il Creatore con cui V'ger intende riunirsi, in altre parole, è l'umanità stessa, sono anche loro, i componenti dell’equipaggio dell’Enterprise.

La particolarità di questa sonda di ultima generazione era che i computer che la governavano avevano un software che poteva consentirle di poter autoripararsi in caso di guasti, ricorrendo a parti meccaniche o elettroniche proprie o raccolte nello spazio intercettando satelliti abbandonati perché non più funzionanti: questa intelligenza artificiale si era evoluta nel corso dei secoli diventando capace di imparare cose nuove dalle esperienze fatte, di crescere nella conoscenza e nella coscienza di se a tal punto che volendo “creare” una nuova umanità si mette alla ricerca del suo “creatore” perché capisce che lui può trasformare, assemblare, analizzare la materia, ma che la “creazione” di tutta quella materia che lui utilizza è una prerogativa che attiene solo a quello che è stato il suo Creatore, una potenza che in sostanza possiede solo DIO.

Nel film si ipotizza una situazione opposta a quella che avevo illustrato io in un altro scritto dove, per confutare un’affermazione del matematico Piergiorgio Odifreddi, scrivevo:

”se un domani riusciremo a produrre dei computer che con un software adeguato fossero in grado di prendere decisioni autonome, cioè di pensare, e queste capacità aumentassero progressivamente, prima o poi salterebbe fuori un computer che credendosi più "intelligente" degli altri negherebbe la nostra esistenza di creatori di quelle macchine primitive che poi si sono evolute, anche se altri computer più "cretini“ ipotizzeranno l’esistenza di una intelligenza creatrice “esterna rispetto alla loro realtà” basandosi sulla complessità e sulla perfezione dell’architettura del microcip (vero sig. Odifreddi? Se fosse vero, come dice lei, che solo un cretino può dirsi cristiano, significherebbe allora che il fisico Antonino Zichichi è più cretino dell’astronoma Margherita Hack, o che Joseph Ratzinger è più cretino di Gianni Vattimo o di Eugenio Scalfari, e si potrebbe continuare all’infinito).”

A proposito dell’essere più o meno intelligenti e di credere o non credere ad un Creatore, ad Albert Einstein viene attribuita questa considerazione che adesso vi riassumo: si può studiare il calore di cui si è calcolata una unità di misura, ma non si può studiare il freddo che è assenza di calore e quindi non esiste, non avendo una sua propria consistenza; si può studiare la luce, ma non il buio che non esiste di per se, ma come assenza di luce; allo stesso modo non è stato creato il male in nessuna delle sue manifestazioni, ma esso si concretizza quando in noi manca l’amore per gli altri e per la natura. Dio ha creato l'uomo razionale e libero, e perciò stesso si è sottoposto al suo giudizio, per cui noi uomini gli chiediamo conto di ogni cosa che accade, dimenticandoci che in altri tempi ed in tanti modi avevamo deciso di fare a meno di Lui.

Tornando a Star Trek e a Odifreddi, il computer di voyager 6 era “intelligente” o si è dimostrato “cretino” ritenendosi capace solo di trasformare e assemblare le cose e non di crearle?

V’ger ha capito che tutto ciò che esiste e che lui utilizza per averlo trovato nel suo girovagare per l’universo non può prodursi da se (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma diceva lo scienziato/filosofo Lavoisier), altrimenti dovrebbe agire prima di esistere, il che è assurdo! Ha intuito che quindi ci deve essere una causa esterna creatrice di tutto l’universo, attraverso il big bang o in qualsiasi modo Egli abbia voluto fare: questo “ente necessario” che V’ger cercava nel suo “creatore” noi lo chiamiamo Dio.

Nel rapporto tra computer e uomo non c’è la stessa relazione che esiste tra uomo e Dio, tra creatura e Creatore?

Per dirla con Dante potremmo affermare che V’ger non ha voluto “viver come bruto” accontentandosi di esistere solo materialmente, ma ha cercato di “seguir virtute e conoscenza” facendo di tutto per ricongiungersi al suo “creatore”.

Infatti, sul piano spirituale virtù è non solo il comportarsi in maniera eticamente corretta verso il proprio prossimo, ma anche indirizzare il proprio sguardo verso realtà sopranaturali, e conoscenza è la ricerca della verità riguardo alle suddette realtà “altre”.

L’uomo, cercando di perseguire virtute e conoscenza può percorrere una strada a spirale che porta ad un diverso livello di coscienza e che gli consente di “realizzare strutture di pensiero più avanzate per mezzo delle quali può giungere ad una sintesi culturale ad un livello più alto”: possiamo dire che virtute + conoscenza = coscienza più profonda e discriminante. Senza la virtute, la sola conoscenza nel suo significato di cultura letteraria e/o filosofica trattiene l’uomo quasi sempre allo stesso livello di coscienza.

Avere acquisito la coscienza dell’esistenza di un Dio creatore che è Amore, spinge il credente a cercare di mettersi in contatto con lui e lo può fare attraverso la preghiera che l’aiuta a far aumentare la sua fede e quindi a farlo diventare Suo figlio.

La fisica quantistica, se vagliata e meditata su un piano ‘filosofico’ e teologico, potrebbe far giungere alla conclusione che un pensiero concentrato, altruista e puro può alterare il flusso di onde e particelle elementari a livello sub-atomico.

Un pensiero concentrato, altruista e puro, una coscienza pura che si esprime nella forma di preghiera può cambiare il corso naturale degli eventi: una coscienza pura può trasformare la persona orante in un ‘osservatore e misuratore dei quanti‘ che secondo la fisica quantistica è capace di far si che le famose onde di cui abbiamo parlato a suo tempo si trasformino in particelle di un certo tipo piuttosto che di un altro. Può cioè far si che alcune cellule, tessuti, ecc. del corpo della persona per cui si prega che sono ammalati si trasformino in organi sani.

In sostanza, non sarebbe temerario affermare che la scienza più avanzata potrebbe aver spiegato i miracoli!

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(25.12.17) IL POSTO VUOTO, RACCONTO NATALIZIO DI UMBERTO DI STILO (Domenico Distilo) - Il racconto natalizio di Umberto Di Stilo (Il posto vuoto, Edidisum pp. 76, Dicembre 2017, € 10) si presenta, prima facie, con toni e ambientazioni idilliaci, un bozzetto sullo stile e sul tipo di altre raccolte narrative dell’autore quali Bozzetti galatresi e un po’ anche Il mio Natale, con il trionfo dei buoni sentimenti sollecitati ed esaltati dalla ricorrenza della festa, in un’atmosfera che il lettore, scorrendo le pagine, non potrà fare a meno di vivere, assecondando l’autore, nel segno della condivisione e della calda, familiare accoglienza.

Senonché il dubbio fa presto ad insinuarsi: fino a che punto quella descritta da Umberto è la realtà del Natale dei nostri tempi e non invece il bel quadretto di un mondo antico che si fa sempre più piccolo, particolare, residuale, evanescente, travolto com’è dalle trasformazioni che l’istituto familiare ha subito e subisce a causa di una sempre più trionfante “cultura dei diritti” che ha fatto di un principio astratto, l’individuo, il “termine fisso d’eterno consiglio”, risolvendone e dissolvendone infine la sostanza e qualità etiche nella pura forma giuridica?

L’atmosfera del Natale - in cui hanno il loro ubi consistam, insieme con la cristiana solidarietà, i buoni sentimenti e l’aiuto a chi è povero o comunque in difficoltà - non è un accidente della storia, non nasce non si sa come in un luogo qualsiasi del sud o del nord. Va da sé che essa si forgia in uno stile di vita, in una visione del mondo, in un sistema di relazioni e in una gerarchia di valori, insomma, in una cultura che sta in antitesi ai modelli imposti dalla globalizzazione e dal mercato, la cui affermazione esige la dissoluzione della dimensione sociale-comunitaria (il “pubblico” che ha soppiantato il popolo e i “non luoghi” - come i centri commerciali - che hanno rimpiazzato le piazze e le strade, dove si andava a svolgere una funzione spiccatamente e precipuamente politica quale l’aggregarsi, sono esempi emblematici di tale fenomeno).

E’ successo che quelli che chiamiamo “diritti”, presi dal lato esclusivamente formale, abbiano soffocato l’eticità, separando l’individuo dal tessuto organico in cui “l’atmosfera del Natale” poteva generarsi con il suo corollario di buoni sentimenti, presepi, pranzi e regali sotto l’albero. A ben vedere, anzi, anche la political correctness esibita da dirigenti scolastici che, incuranti di sfidare il ridicolo, immaginano di eliminare dalle loro scuole ogni riferimento al Natale nelle parole e nei simboli, è il frutto di una ormai marcata propensione a vedere gli individui senza riferimenti sociali e/o comunitari, meri soggetti di diritto piuttosto che persone concretamente viventi.

Si tratta di un processo, piaccia o non piaccia, inarrestabile dal momento che è legato allo sviluppo della modernità e della tecnica e perciò destinato a ridurre il Natale e le altre feste civili e religiose, da qui a una decina d’anni, a nient’altro che ricordo e rappresentazione letteraria, a ciò che potremo continuare a leggere nei libri di Umberto ma sarà irrimediabilmente uscito dal nostro vissuto, reale o quantomeno possibile. Dunque, anche se il Natale de Il posto vuoto è ancora il Natale di adesso in cui non fatichiamo a riconoscere volti e situazioni familiari, anche se la vicenda magistralmente raccontata di Tonino e del suo amico ucraino appartiene al nostro presente, in realtà si tratta di un presente virtualmente già passato. E’ facile, infatti, prevedere che da qui a qualche anno non esisterà più la cornice entro la quale potrà riaccadere in forme identiche o simili. La cornice, per intenderci, della famiglia tradizionale dentro la quale soltanto una festa quale il Natale può avere un senso individuale e collettivo senza ridursi a fenomeno esclusivamente commerciale-consumistico.

La spia dell’erosione del contesto che dà senso al Natale è del resto proprio nel bel racconto di Umberto, che ci appare tanto più bello e piacevole quanto più ricostruisce e ci restituisce un mondo dal quale stiamo fuggendo via. Un presente che è quasi passato.

Nella foto: la copertina del libro "Il posto vuoto" di Umberto Di Stilo.


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(25.12.17) RIADATTATA PER MUSICA LA BALLATA PER IL NATALE 1834 DELL'ABATE CONIA - Sempre incredibilmente attuale, anche dopo quasi due secoli, la famosa "Ballata per il Natale 1834" dell'abate galatrese Giovanni Conia di cui vi proponiamo in basso il testo. Dopo la rielaborazione di qualche anno fa ad opera di Massimo Distilo che adattò per due voci miste ed organo il testo della famosa ballata natalizia di Conia, eseguendola col coro parrocchiale di Galatro in occasione del Natale 2004, si deve registrare un nuovo ed interessante adattamento.

E' stato stavolta il maestro rombiolese Gregorio Lagadari a prendere spunto dalla ballata del poeta galatrese per realizzare un brano dal titolo "L'angeli cantanu", eseguito dal gruppo musicale "Nd'arranciamu". Possiamo dire che il risultato è assolutamente interessante. Fra l'altro Conia è ben noto a Rombiolo essendo stato durante un periodo della sua vita
parroco della frazione di Orsigliadi.

Vi proponiamo il video del brano e più in basso il testo della Ballata.


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CANTATA PER IL NATALE 1834

Chi notti è chista?
Chi su sti vuci?
Comu sta luci
cumpariu mo?
Su di allegrizza
sti canti e soni:
nc'è cosi boni,
fortuna nc'è.
Li petri jùntanu,
l'omani abballanu,
l'angeli cantanu,
lla lla ra rà.
Mancu li grirhi
stannu a lu pratu;
nu nivolatu
pe ll'aria va.
  Chi nc'è di novu?
Tuttu lu beni
supra ndi veni:
ecculu ccà.
Lu mundu è sarvu:
lu Sarvaturi,
lu Redenturi
cumparsi già.
Eu sugnu mbriacu
pe tantu preju:
cchiù non mi reju,
ma chi nc'è ccà?
Cotrari e serpi,
surici e gatta
la fannu patta;
mali non nc'è.
  Ficiaru paci
lupi ed agnerhi,
farcuni e acerhi;
la guerra und'è?
Mo lu leuni
non irgi crigna,
mansa e benigna
la tigri sta.
Chi su sti cosi?
Vinni la paci:
a tutti piaci
la carità.
Lu Ddeu di amuri,
figghiu divinu
nasciu Bambinu:
ecculu rhà!

Giovanni Conia


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