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18.1.18 - Si replica "La lunga notte del Liceo Classico Gerace"

7.2.18 - De rerum natura: riflessioni sulla natura delle cose

Pasquale Cannatà

6.3.18 - Voci di donne alle terme per l'Otto Marzo


9.3.18 - Respubblica, sei interviste a sei politici della prima repubblica

Domenico Distilo

15.3.18 - Un seminario sul '68 al Liceo Classico "Gerace"

Domenico Distilo / Fabio Cuzzola

4.4.18 - Sulla natura delle cose spirituali

Pasquale Cannatà

21.5.18 - Nicola Sergio a Parigi in "Musique pour le Népal"


28.5.18 - Ricordando mia moglie scomparsa

Filippo Cirillo





(18.1.18) SI REPLICA "LA LUNGA NOTTE DEL LICEO CLASSICO GERACE" - E' prevista per il prossimo Sabato 20 Gennaio, con inizio a partire dalle ore 17.30, proseguendo fino alle ore 24.00, la nuova edizione de La lunga notte del Liceo Classico "Gerace" di Cittanova.

Come in passate edizioni, sono in programma una serie di eventi di notevole interesse che riguarderanno la danza, il teatro e la musica. Vi proponiamo in basso il programma generale della manifestazione e le locandine dei singoli eventi.










































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(7.2.18) DE RERUM NATURA: RIFLESSIONI SULLA NATURA DELLE COSE (Pasquale Cannatà) - Prima del tempo,
quando l’universo fu creato dall’oscurità,
prima ancora che la terra cominciasse a vivere,
il Verbo era presso Dio...


Ogni volta che durante una Messa ascolto questa bellissima canzone (
Verbum panis), mi emoziono per la poesia delle parole che la compongono e per la dolcezza della melodia che la caratterizza.

In un mio precedente articolo scritto poco più di un anno fa mi sono soffermato sul concetto del Verbo (la Parola, Gesù Cristo) come manifestazione del Pensiero (che è Dio): in questa occasione vorrei proporvi alcune mie riflessioni sull’universo, sulla terra e sulla natura delle cose che vivono su questo nostro pianeta.

Naturalmente l’opera di Lucrezio (secondo cui un dio o degli dèi esistono, ma non crearono l'universo, tanto meno si occupano delle azioni degli uomini; l’universo è fatto di atomi di cui si compone anche l'anima dell'uomo e i quali, quando il corpo muore, si disperdono nel mondo per essere riutilizzati dalla natura che è nostra madre) e quella di Bernardino Telesio (che confutando Lucrezio ha scritto: «Se non saremo completamente stupidi e stolti, disdegneremo quasi e rifiuteremo le forze e i beni della natura e la natura stessa, mentre invece venereremo e ameremo moltissimo la potenza e la bontà smisurate di Dio e Dio stesso, e opereremo assiduamente in conformità ai suoi precetti allo scopo di conseguire il bene che ci ha promesso») sono di ben altro spessore e livello culturale, ma per questo mio articolo mi è piaciuto prendere in prestito il titolo dei loro capolavori perché vorrei soffermarmi brevemente su tre argomenti che riguardano la natura delle cose del mondo fisico, del mondo animale e di quello umano.

Andrea Tornielli, intervistando Vittorio Messori, gli chiede perché secondo lui ci sono miliardi di stelle nel cielo: perché c’è questo spreco di galassie, servono forse solo per abbellire il firmamento visto dalla terra? Messori risponde che in effetti tutto il creato sembra improntato alla legge dello spreco, e che per esempio anche per la continuazione della vita sulla terra occorrono milioni di spermatozoi per fecondare un solo ovulo. Anche se apprezzo Messori per ciò che scrive nei suoi libri e sui giornali con cui collabora, sinceramente a me piace di più la risposta che nel film del 1991 “Robin Hood principe dei ladri” il personaggio interpretato da Morgan Freeman dà ad un ragazzo che gli chiede il perché del colore scuro della sua pelle: egli afferma che a Dio piace la “varietà meravigliosa” e che per questo ha creato innumerevoli piante, fiori, paesaggi, animali e uomini dai colori e dalle forme diversissime tra loro.

- La varietà meravigliosa voluta da Dio è dovuta sia a motivi estetici che a ragioni pratiche: le stelle del cielo sono belle a vedersi in una notte priva di nuvole, ma le dimensioni di ognuna di esse e la loro disposizione all’interno delle diverse galassie è funzionale all’equilibrio gravitazionale che consente all’universo di continuare ad espandersi mantenendosi stabile e sempre uguale a se stesso.
Le meravigliose aurore boreali sono dovute al magnetismo terrestre la cui presenza però genera anche una sorta di "scudo" elettromagnetico che devia i raggi cosmici e tutte le particelle cariche pericolose per la nostra salute, riducendone la quantità che raggiunge il suolo del nostro pianeta.
L’alternarsi delle stagioni ci consente di godere del caldo e delle vacanze al mare, ma anche del freddo e delle discese con gli sci sulla neve: la ragione pratica per l’esistenza di questa diversità riguarda la necessità di avere sulla terra alcune zone calde (addirittura anche desertiche) ed altre fredde (poli e montagne altissime) necessarie perché si formino dei venti che trasportino le nuvole createsi con l’evaporazione dell’acqua nelle zone calde verso le zone più fredde dove si trasforma in pioggia o neve che a sua volta funge da riserva d’acqua accumulandosi in inverno e sciogliendosi con il caldo per tornare in forma di fiume nei mari e nei laghi da cui era evaporata.

- Al ciclo dell’acqua sinteticamente sopra illustrato si può paragonare la catena alimentare che partendo dal mondo vegetale arriva a dare sostentamento agli animali.
Nei mari di tutto il mondo c’è una enorme, meravigliosa varietà di pesci e mammiferi marini che si differenziano tra loro per un’infinità di forme e colori, ma allo stesso tempo, partendo dal plancton per arrivare agli squali ed alle balene, pesce grande mangia pesce piccolo e sono ognuno cibo per l’altro: anche i pesci più minuscoli infatti si nutrono delle proteine rilasciate dalla decomposizione delle carcasse di animali morti in mare o trasportate dai fiumi (come diceva Lucrezio, gli atomi si disperdono nel mondo per essere riutilizzati dalla natura che è nostra madre).
Nel mondo terrestre la stessa cosa succede per gli animali erbivori che sono cibo per i carnivori, ma che si nutrono dei vegetali che sono concimati anche da ciò che resta degli animali morti: la bellezza degli alberi, delle piante e dei fiori, la diversità della vita e del modo di nutrirsi degli animali non è fine a se stessa, ma funzionale al ciclo della vita.
A questo punto però, nell’uomo succede una cosa strana: mentre nessuno si scandalizza se un pesce grande mangia un pesce piccolo o se un leone o un coccodrillo mangiano una gazzella, dimenticandosi che la natura dell’alimentazione umana è onnivora molte persone rinunciano a mangiare carne (e questa è una loro scelta personale legittima) accusando chi invece ne fa uso di scarsa sensibilità verso gli altri esseri viventi se non addirittura di cattiveria e ferocia inaccettabili. La sensibilità suddetta dovrebbe essere mirata a procurare la minima sofferenza possibile agli animali di cui ci serviamo lecitamente e per la natura stessa di cui siamo fatti, non a privarci di ciò che ci possono dare per il nostro benessere limitando il divieto di cibarsene o di fare altro uso agli animali da compagnia ai quali diamo e dai quali riceviamo affetto (ma per favore non chiamatelo amore! perché l’amore è un sentimento che si da ai genitori, al coniuge, ai figli ed a CHI è L’AMORE, per tutti gli altri c’è il voler bene e l’affetto).

- Anche nel mondo vegetale come in quello animale la continuazione della specie avviene tramite riproduzione attraverso la fecondazione dell’esemplare femmina con il seme del maschio: nelle piante e nei fiori il polline viene trasportato dal vento o dagli insetti, nei mammiferi il seme feconda l’ovulo attraverso il rapporto sessuale e così via per ogni specie vivente. Può capitare negli animali (tra cui l’uomo) una scelta di rapporto omosessuale, ma questa è sempre un’eccezione e non produce continuazione della specie!
Per quanto riguarda le coppie omosessuali umane si deve accettare e rispettare chi vive quel tipo di relazione, la loro è una scelta personale legittima, ma non si può affermare che sia una condizione ‘normale’ tale da essere emulata e propagandata per avere gli stessi ‘diritti’ delle coppie eterosessuali, compreso quello di avere figli: se si diffondesse fino all’esasperazione l’omosessualità maschile e femminile, si arriverebbe all’estinzione della specie, cosa che non definirei proprio ‘normale’ o naturale.
Camillo Langone scrive: “Più che l’omosessualità a me fa paura l’omosessualismo, l’ideologia che considera l’omosessualità cosa buona e giusta, anzi migliore dell’eterosessualità, da promuovere e sostenere con ogni mezzo, culturale, politico, economico, sottraendo risorse ai padri e alle madri colpevoli di aver messo al mondo dei figli“. Secondo me quello di avere figli non è proprio un diritto per nessuno, nemmeno per le coppie etero, le quali, se la natura non li fa procreare neanche dopo le cure mediche appropriate, possono adottare un bambino orfano o proveniente da qualche paese del terzo mondo e trasmettergli la propria cultura ed i propri valori, che contano più del ‘sangue’ visto che la cronaca ci informa spesso come alcuni figli di ‘sangue’ sono stati capaci di fare violenza ai propri genitori arrivando persino ad ucciderli.

Su ognuno dei tre punti toccati brevemente in questo articolo si potrebbero aggiungere un’infinità di riflessioni, ma siccome sono sicuro che già con queste poche righe mi attirerò il disprezzo di vegetariani, vegani, omosessuali, lesbiche, transgender e chi più ne ha più ne metta, credo sia meglio chiudere qui ringraziando chi ha avuto la cortesia di leggere questo articolo per il tempo che ha voluto dedicarmi.

Nella foto: Pasquale Cannatà.

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(6.3.18) VOCI DI DONNE ALLE TERME PER L'OTTO MARZO - L'associazione Ados (Donne organizzate socialmente) ha organizzato in occasione dell'otto marzo, festa della donna, una interessante manifestazione dal titolo "Voci di donne". L'evento si svolgerà giovedì 8 marzo, alle ore 16.30, presso le Terme di Galatro e prevede l'incontro con Simona Mileto, autrice del romanzo Odon. Lettrice Amalia Papasidero.

I momenti musicali sono a cura della mezzosoprano Caterina Riotto e degli allievi del Liceo Musicale di Cinquefrondi.

Riportiamo in basso la locandina della manifestazione:



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(9.3.18) RESPUBBLICA, SEI INTERVISTE A SEI POLITICI DELLA PRIMA REPUBBLICA - A più di un quarto di secolo di distanza, i fatti del 1992-93 che hanno portato al crollo della “prima repubblica” appaiono sempre meno lineari e univoci, meno scontati nella loro genesi e nel loro sviluppo. Ad offrire interessanti spunti di riflessione (e revisione) è giunto in libreria, lo scorso mese di dicembre, RESPUBBLICA, di Giampiero Marrazzo (pp.151+4, con prefazione di Gianfranco Pasquino e postfazione di Vittorio Sgarbi, Castelvecchi editore, € 17,50), che di quelle vicende finisce per essere una reinterpretazione (fatta attraverso sei interviste ad altrettanti protagonisti: Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita democristiani, Claudio Signorile e Ugo Intini socialisti, Emanuele Macaluso e Achille Occhetto comunisti), mettendo a fuoco, oltreché le particolari vicende e le complessive dinamiche del crollo, un clima, una visione del mondo, della politica e dei suoi rapporti con la società, l’economia e la cultura che appaiono (e sono) molto diversi da quelli attuali.

La prima cosa che salta agli occhi è come a quei fatti sia seguita una perdita di peso complessivo della politica. Che non si può definire una peculiarità italiana, essendo legata alla globalizzazione e alle forze, non politiche ma tecnico-finanziarie, che la guidano a livello mondiale. Inquadrato però nel contesto delle democrazie occidentali, quel fenomeno invece tutto italiano che fu Tangentopoli può ben apparire come il frutto di un progetto, consapevolmente perseguito, finalizzato a togliere di mezzo la sola classe politica, in Occidente, che sarebbe stata in grado di contrastare i cambiamenti imposti dai poteri globali economico-finanziari, adusata com’era a un ruolo del settore pubblico – cioè della politica - nell’economia per qualità e quantità senza riscontri altrove.

Tangentopoli, per intenderci, avrebbe posto le premesse perché anche in Italia la politica e la democrazia si separassero dall’economia facendo nascere una “società di mercato” dominata dalla concentrazione della ricchezza, con la privatizzazione dei principali asset pubblici, uno spaventoso aumento delle disuguaglianze e il peggioramento delle condizioni del lavoro a fare da corollario.

Il martellamento mediatico sulla politica corrotta, operato tra gli altri dal gruppo De Benedetti è stato, secondo quest’interpretazione – che costituisce il centro dell’intervista a Paolo Cirino Pomicino, il grimaldello in grado di far saltare il sistema, con la collaborazione o complicità degli ex comunisti - allora sotto la guida di Occhetto, che però nega ogni tipo di collusione - che avrebbero visto nelle inchieste partite dalla Procura di Milano una scorciatoia per prendere il potere – come dire: l’ultima, ancorché non riuscita, versione della “via italiana al socialismo”.

Nel momento in cui si scatena Tangentopoli la politica, questo è certo, non è in grado di difendersi, e non è in grado di difendere la democrazia, che sfugge di mano ai partiti per trasformarsi in “democrazia del pubblico”, così proiettandosi in una dimensione deterritorializzata, rarefatta, in cui manca qualsiasi senso di appartenenza culturale e ideologica e il voto viene dato – quando non ci si rifugia nell’astensionismo - sulla spinta di suggestioni estemporanee che trovano il loro baricentro nella critica a quelli che vengono definiti privilegi della “casta” dei politici e dei loro accoliti, come se in altri settori diversi dalla politica, magistratura compresa, non vi siano caste, per di più molto meno controllabili e sanzionabili dai cittadini.

Il giudizio negativo indiscriminato sulla “casta” dei politici di professione, inoltre, ha portato sul proscenio dilettanti allo sbaraglio, gente con nessun altro merito che quello di non aver mai fatto politica, con la conseguenza, una sorta di legge del contrappasso, che non possedendo visioni culturali alte, non poteva essere chiamata a rispondere per le idee professate e per i programmi che da queste avrebbe dovuto far discendere, ma solo per i privilegi dello status parlamentare, determinando su questo terreno un inseguimento anche da parte di partiti come il PD - che dovrebbe esprimere ben altra visione della politica e del suo rapporto con la società invece di assecondare la deriva populista, nell’ottica della quale le indennità e i vitalizi dei parlamentari divengono la questione centrale del dibattito pubblico.

La lettura delle sei interviste provoca un truce senso di sconforto: tra il “come siamo” e il “come eravamo” non c’è letteralmente partita, da nessun punto di vista, e la peggiore qualità, rispetto a quella di ieri, della classe politica di oggi è solo la cartina di tornasole di un generale arretramento nelle aspettative e nelle prospettive dei singoli e della collettività, i cui destini si giocano non solo all’insegna della precarietà, ma lontano dalla sfera in cui le scelte di cittadini e istituzioni possono davvero contare.

Fenomeni come il debito pubblico, assurto a problema insolubile senza che tale pretesa insolubilità sia più di una rappresentazione mediatica e di un dogma imposto dai circoli della finanza mondiale, la dicono lunga su quanta sproporzione ormai ci sia tra i poteri deboli e responsabili perché soggetti alla sanzione del voto e i poteri forti e irresponsabili in grado di rovinare un paese col semplice declassamento da parte di un’agenzia di rating e lo spostamento speculativo di masse ingenti di capitali.

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Nella foto: la copertina del libro "ResPubblica" di Giampiero Marrazzo.

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(15.3.18) UN SEMINARIO SUL '68 AL LICEO CLASSI "GERACE" (Domenico Distilo / Fabio Cuzzola) - In occasione del cinquantenario del mitico '68 un seminario si è svolto presso il liceo classico "Gerace" di Cittanova, con gli interventi dei proff. Domenico Distilo e Fabio Cuzzola. Altre iniziative saranno realizzate nei prossimi mesi, dedicate alla filmografia sul tema. Riportiamo di seguito i due interventi introduttivi.




SESSANTOTTO E DINTORNI
Domenico Distilo

Per voi millennials il mitico Sessantotto sarà un oggetto misterioso, o appunto mitico, che può essere sinonimo di misterioso. Non così per la mia generazione, che è venuta subito dopo - io, per chi non lo sapesse, sono un ragazzo del ’77, avendo finito il liceo in quell’anno - e si è trovata (e invero si trova ancora oggi) a fronteggiare il complesso di superiorità di quelli che il ’68, avendolo fatto o avendolo semplicemente vissuto, erano (e sono) convinti (forse per una suggestione hegeliana) che con esso la storia fosse finita e che le idee concepite intorno al ’68 fossero insuperabili, convinzione talmente radicata tra i sessantottini da indurre un sessantottino per ragioni di età solo di complemento, Jean Paul Sartre, a definire una volta il marxismo nella sua versione anni Sessanta “filosofia insuperabile del nostro tempo”, come a dire che non ci sarebbero state più idee per fare una storia nuova e diversa.

A questa “insuperabilità” del ’68, puntualmente ribadita ad ogni decennale, ho cominciato a non credere già alla vigilia del primo di questi decennali, quando frequentavo la terza liceo (allora l’ultimo anno), avendo appreso, dalla Salinari-Ricci, storia e antologia della letteratura italiana e dal Villari, manuale di storia, come in Italia all’inizio del XX Secolo ci fosse stata una generazione che, allo stesso modo dei sessantottini, aveva preteso di operare una rottura radicale col passato, mettendosi dietro prima a D’annunzio e poi a Mussolini, con lo ”strepitoso” risultato di portare il Paese in guerra e, nel giro di alcuni anni, alla dittatura.

Le analogie e le somiglianze tra le due epoche, riflettevo allora con il conforto del mio prof d’italiano, riescono impressionanti. Il vate pescarese è, per definizione, l’immaginifico, mentre nel ’68 si invoca l’immagination au pouvoir, l’immaginazione al potere; quanto alla marcia su Roma e all’instaurazione del regime, possono avere un pendant nella deriva prima gruppettara e poi terroristica di buona parte del movimento sessantottino; in entrambe le fasi storiche, quella d’inizio secolo e quella degli anni Sessanta, a un certo punto esplode il rifiuto della politica nella sua forma parlamentare e partitica, rifiuto che nel primo caso culmina nel bivacco di manipoli del primo discorso di Mussolini alla Camera dopo la marcia su Roma, nel caso del movimento sessantottino nel “Processo al Palazzo” di Pasolini, la culla dell’antipolitica dei nostri giorni, intellettualmente più raffinata ma sostanzialmente uguale negli effetti che dispiega.

Il fallimento il ’68 non lo sperimenta però solo sul versante storico-politico. Dalla contestazione della borghesia a quella delle gerarchie ha preteso di cambiare tutto per non cambiare nulla, tramontando, alla fine degli anni Settanta, nel cosiddetto “riflusso”, il contrappasso del “privato è politico” con cui si era connotato e definito. Non sarà certo un caso se proprio in concomitanza col riflusso partirà la controrivoluzione della signora Thatcher e di Reagan, l’origine del mainstream neoliberale, un comune modo di pensare che continua ad intristire pesantemente le nostre esistenze.

Si dice: il ’68 ha cambiato i costumi, rendendoci più liberi. Si tratta di un’affermazione che prenderei molto con le pinze, perché i costumi sono tra i fenomeni che gli storici classificano come di lunga durata e non cambiano ex abrupto, neppure nel ’68. Piuttosto, questo sì, al ’68 giunge l’onda lunga di un processo di cambiamento nella visione del mondo e negli stili di vita iniziata con quelli che diventeranno i simboli di un’epoca, Gioventù bruciata di James Dean del '57 e On the road di Kerouac, di ancora prima, del '51. Ancora qualche anno e arriveranno la presidenza Kennedy, il pontificato giovanneo e le riforme del governo Fanfani in Italia. Un‘Italia che a un quindicennio dalla fine della Seconda guerra mondiale sta vivendo il miracolo economico, che non può essere stato solo economico se dell’epoca in cui avviene rappresentano le icone La dolce vita di Federico Fellini e le Olimpiadi di Roma '60, due eventi che sono il vero “Sessantotto” italiano, avendo contribuito a far cambiare i costumi e il modo di vivere e di pensare più quel film e le olimpiadi trasmesse dalla televisione, sia pure solo in bianco e nero, di mille occupazioni di università con annesse assemblee.

Insomma, il ’68 così come lo si intende, come epicentro di un sommovimento globale, fu semmai più un fatto universitario e scolastico che sociale e di costume. Nel senso che nel ’68 i costumi erano già cambiati, il ’68 paradossalmente già passato. Per intenderci: era già arrivata da anni e non faceva più notizia la minigonna e il twist aveva finito d’impazzare. Una considerazione ulteriore ci potrà convincere di come, sotto i profili dei costumi e della mentalità i giochi, nel mitico maggio, fossero già fatti: la ragazza simbolo del maggio parigino, la Marianne du May, che si vede salutare impugnando una bandiera del Vietnam sopra una folla di manifestanti, in realtà si era messa deliberatamente in posa, seguendo i consigli di un suo amico pubblicitario, alla faccia della spontaneità di cui per anni l’abbiamo considerata l’incarnazione. Nel maggio celeberrimo siamo già dunque fuori del ’68 e giusto come cantava Guccini “i fiori della prima volta non c’erano già più… scoppiava finalmente la rivolta ecc.”, e con lo scoppio della rivolta l’impulso originario anarchico, libertario e libertino del movimento si mostra ormai esaurito, avendo ceduto il campo al ritorno in forze di una figura tutt’altro che affine al libertarismo e all’anarchismo, il rivoluzionario di professione di Lenin, con molti studenti e giovani che smettono di sognare e si dedicano a tutt’uomo alla rivoluzione, contribuendo in misura decisiva a far fare al Paese il salto negli anni di piombo.

Se stesse a sentirmi qualche reduce del ’68 mi darebbe sulla voce, ma ho fondate ragioni per credere che l’epico scontro di Valle Giulia del 1° marzo di cui giusto oggi ricorre il cinquantenario, con “la polizia che caricava giù ma gli studenti la cacciavan via” segna la svolta in senso “militarista” del movimento. Saranno infatti in pochi, da quel giorno in poi, a votarsi a preservare o a ritrovare l’anima del raduno di Berkeley o della Zanzara confezionata nel 1965 dai ragazzi del liceo classico Parini di Milano. Dal 1° Marzo, dal giorno di Valle Giulia, si fa politica, dura, di parte e di partito, anzi, di gruppo e gruppetto, teorizzando ed attuando le tecniche per la conduzione e il controllo delle assemblee e per far degenerare i cortei in scontri con la polizia. Di lì a poco su alcuni giornali, riconducibili al movimento studentesco o a certe sue componenti ormai militarizzate, appariranno le istruzioni per confezionare le molotov. Non è assolutamente credibile che la capacità di resistere agli attacchi della polizia sia venuta da sola, per caso, solo perché gli studenti, diventati improvvisamente coraggiosi, come canta Pietrangeli “non sono scappati più”. Se non sono scappati più è perché hanno imparato a resistere agli attacchi dei reparti della celere, si sono cioè militarizzati, lasciandosi indietro lo spontaneismo, l’estetismo e il libertarismo di una stagione che tramonta ovunque, con il movimento che diventa istituzione, seguendo la dinamica descritta a suo tempo da Max Weber, il famoso storico e sociologo tedesco vissuto tra Otto e Novecento e ripresa in Italia da Francesco Alberoni, preside di Sociologia a Trento negli anni in cui quella facoltà e quell’università erano frequentate da Renato Curcio, Mara Cagol, e altri futuri fondatori e capi delle Brigate Rosse.

Il clima cambia, in Italia e non solo – si pensi a cosa accade in Francia dopo il finto ritiro di De Gaulle a Colombay les deux Eglises - anche sul piano politico generale, con l’espulsione dal PCI del gruppo de Il Manifesto e l’avvicendamento alla presidenza del consiglio dei ministri tra Moro e Rumor. Sono due democristiani ma profondamente diversi. Il primo pensa al futuro e non governa il presente; il secondo è interamente ripiegato sul presente ed espunge il futuro dalla propria prospettiva. Un altro segno del cambio di stagione è il repentino concludersi dell’unificazione socialista, con i due partiti che tornano a dividersi partecipando separatamente al governo. Fortunatamente non si fermano le riforme: verranno varati l’ordinamento regionale e lo Statuto dei lavoratori, mentre la strategia della tensione con la teoria degli opposti estremismi e l’inizio della stagione delle stragi rendono lo spirito autentico del ’68 palesemente fuori corso. L’occupazione delle università un po’ ovunque - si pensi a Palazzo Campana a Torino - porterà risultati nel cambiamento dell’ordinamento scolastico – universitario e solo in quello. Quanto alla politica, all’inizio degli anni Settanta il Movimento l’avrà delegata ai vari gruppetti della sinistra extraparlamentare, da Servire il Popolo a Lotta Continua a Potere Operaio.

Se all’inizio degli anni Sessanta la scuola era cambiata, con l’istituzione della scuola media unica, perché era cambiata la società, nel ’68 ’69 il rapporto si inverte: cambia la scuola e cambiando fa cambiare la società. Vediamo in che modo. In primis, con la liberalizzazione degli accessi universitari, che fanno crescere le aspettative di giovani e famiglie; un'ondata di egualitarismo segna profondamente la mentalità collettiva, provenendo dalle idee e dalla pratica della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, che in Lettera a una professoressa, un testo cult del ’68, pubblicato però alcuni anni prima (a conforto di quanto dicevo) smonta il meccanismo della scuola di classe, meccanismo che i governi succedutisi dagli anni Novanta stanno finendo di rimontare con l’uso spregiudicato del paradigma mercatista, il mainstream neo liberale di cui sopra. Infine con l’attuazione dei Decreti delegati la scuola prova a diventare, più o meno riuscendoci, palestra di democrazia, luogo in cui le giovani generazioni si esercitano al dialogo, al confronto e, quando è il caso, anche allo scontro.

C’è una questione sulla quale il dibattito spesso ritorna, evidentemente perché è stata lasciata insoluta. Nelle idee e nelle pratiche sessantottine c’era o non c’era un progetto rivoluzionario, di cambiamento radicale della società? Non c’è dubbio che al riguardo le idee dei protagonisti di quella stagione fossero il contrario di quelle di Cartesio, oscure e confuse piuttosto che chiare e distinte. Del resto molti di loro sarebbero, per dirla con Venditti, “entrati in banca” o sarebbero stati fanatici di tutte le mode successive (vi rimando a una mia breve
Fenomenologia del fanatico scritta nel 2012). Se però vogliamo fare riferimento ai testi, a filosofi del ’68 per convenzione, alla Scuola di Francoforte, allora è fuori discussione che né in Adorno-Horkeimer né in Marcuse c’è la rivoluzione, quantomeno in Occidente, quale compimento della metafisica occidentale. Marcuse dopo aver constatato la scomparsa del soggetto antagonista si affida alle moltitudini del Terzo e del Quarto mondo – non prevedendone la deriva islamista - mentre con Adorno si sa come finisce: morirà di crepacuore per lo sberleffo di una ragazza che gli si fa incontro per sedersi sulla cattedra a seno nudo. Il ’68, per concludere avendovi già abbastanza annoiati, è una rivoluzione senza rivoluzione, una contraddizione nelle sue premesse e nei suoi esiti. Ma del resto, vuoi mettere, è stata l’epoca dei Beatles (chi erano mai?).

* * *

1968: GIOVENTU' COME CATEGORIA SOCIOLOGICA
Fabio Cuzzola

In genere non amo le date, se non quelle legate alla propria storia personale ma il 3 febbraio del 1966 è certamente una di quelle che ogni studente dovrebbe segnare in viola, in rosso o nel colore che preferisce nel proprio calendario laico.

Il quel giorno della seconda metà degli anni sessanta, nella grigia e industriale Milano del boom economico, nel più antico liceo classico della città, Il Parini, i ragazzi stanno distribuendo orgogliosi del loro lavoro l'ultimo numero del giornalino scolastico: La Zanzara. Un giornalino antico e glorioso se si pensa che quando uscì il primo numero nel '45 fu grazie alla carta donata dai partigiani.

In quel numero, che potrete rileggere per intero a questo link, oltre ad articoli che criticano i libri di testo adottati e raccontano la cronaca spicciola della vita scolastica, nelle pagine centrali ecco l'inchiesta dal titolo: Cosa pensano le ragazze di oggi, un lavoro puntuale, a tutto campo su cosa pensano le studentesse sul sesso, la famiglia, il matrimonio.

L'articolo suscita subito l'indignazione di molte famiglie e delle associazioni ecclesiastiche; gli studenti della redazione e il preside vengono condotti in questura interrogati, denunciati e processati per direttissima; il processo viene intentato sulla base dei seguenti capi d'imputazione:

"Il contenuto dell'inchiesta offende il sentimento morale dei fanciulli e degli adolescenti, costituendo un incitamento alla corruzione."

verrà seguito da più di duecento testate giornalistiche provenienti da tutto il mondo.

Finì con un'assoluzione... il '68 era già cominciato!

Dopo questo episodio che anticipa tutto quello che sarà il movimento studentesco in Italia, vorrei partire da tre parole chiave, legate ai tre film che vedremo insieme e che ho pensato di proporvi per il nostro cineforum.

Gioventù: gli anni sessanta e più nello specifico il '68, segnano la nascita della gioventù come categoria sociologica, autonoma, soggetto attivo in grado di proporsi all'attenzione di una società secolare, sclerotizzata in schemi ripetuti acriticamente per generazioni, mascherata dietro al "è stato sempre così!". I giovani nelle scuole, nelle università prima e nelle piazze, nelle strade dopo, chiedono e praticano il cambiamento. A questa idea ho associato il film Easy Rider, che sin dal titolo rende l'idea di libertà, di lieve leggerezza, permettetemi l'iperbole, che a partire da un avventuroso perdersi in moto, porta i protagonisti della storia narrata dal regista-attore Dennis Hopper, a cercare prima di tutto la libertà non come idea metafisica ma come prassi. Colonna sonora a suon di rock, attori ispirati, Peter Fonda e Jack Nickolson indimenticabili.

Parola: la richiesta in assoluto che ha mosso tutto il movimento del '68 è stata la libertà di parola, di espressione in tutte le sue forme. Vi sembrerà strano poi che questo diritto sia stato richiesto con forza là dove per prima era stato giuridicamente riconosciuto, negli Stati Uniti, in Francia e più in generale in tutto quello che allora, nello scacchiere della guerra fredda, era l'occidente, libero e democratico... almeno in apparenza. Nelle scuole, negli atenei, sui giornali come abbiamo visto, nella politica, in famiglia, nella chiesa i giovani non avevano voce in capitolo, nelle istituzioni non avevano il diritto di parola... ovvero non potevano dire la loro! Ecco che all'università di Berkeley, California, nel 1964 nasce il Free Speech Movement, ecco che in Italia l'anno prima un gruppo di intellettuali autodefintosi "Gruppo del '63" si riunisce con l'intento di rimettere al centro della dialettica politica e culturale la parola. Il senso più profondo è: liberare la parola significa liberare conoscenze e saperi, questo libera l'umanità dall'oppressione. In Vietnam, in Italia, in America. Per riflettere su questo aspetto della lotta ho scelto il film Fragole e sangue. E' il racconto di una storia esemplare di quegli anni, la presa di coscienza politica repentina di un giovane americano di fronte alle trasformazioni della società del tempo, in un continuo gioco dialettico fra l'io e il noi che da spazio alla fine al nuovo concetto di pluralità che abbiamo ereditato dal '68, il collettivo!

Autorità: se il '68, come ha scritto il Time è stato: "il rasoio che separò il passato dal futuro", l'elemento più messo in discussione e spero definitivamente da parte nella vita dell'individuo, anche se a vedere l'atteggiamento di ancora molti adulti non sembra così, è quello del culto dell'autorità. Per capire le fondamenta autoritarie del tempo occorre richiamare alcuni esempi concreti. L'autorità dispiegava i suoi tentacoli ovunque: sul lavoro, a scuola, nelle università, in famiglia e il tutto era incarnato dalle eterne figure maschili, patriarcali. Il grande sogno, film italiano recente, mi è sembrato interessante per fotografare, con particolare attenzione all'Italia, il rapporto che i giovani ebbero con l'autorità mettendola in crisi, a partire dallo scontro generazionale padri-figli, una dinamica che forse ha rappresentato la sovrastruttura più pesante in grado di bloccare la crescita della nostra civiltà nel '900.

Prima del '68 non esistevano il divorzio, l'aborto e la pillola era vietata. Il corpo imprigionato dall'autorità morale. Prima del '68 tradire il marito era reato e non viceversa, era consentito il delitto d'onore e il matrimonio riparatore estingueva il reato di stupro, reato peraltro condannato come offesa alla morale e non come violenza sulla donna. Prima del '68 nelle scuole non erano consentite le assemblee, gli studenti non avevano diritto di parola, non esistevano gli organi rappresentativi. Prima del '68 una donna per aprire un conto corrente doveva presentare le garanzie di un maschio, il padre, il fratello o il marito, esisteva il salario di genere... anzi esiste ancora e allora è ancora tempo di '68!

Nelle foto, dall'alto in basso: Domenico Distilo e Fabio Cuzzola.

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(4.4.18) SULLA NATURA DELLE COSE SPIRITUALI (Pasquale Cannatà) - Nel V secolo a.c. Socrate affermava di “sapere di non sapere” perché era consapevole del fatto che, come avrebbe scritto molti secoli dopo William Shakespeare nel suo Amleto, «ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la filosofia».

San paolo, nel I secolo d.c. si mette nel solco tracciato da Socrate ed afferma di sapere solo di Cristo, e del Cristo risorto.

Di fronte alla sapienza di Socrate e di san Paolo, ammantate di tanta umiltà, si pongono i sapienti di oggi (scienziati, filosofi, opinionisti e tuttologi vari) che affermano di sapere tutto ed in particolar modo di essere certi che Dio non esiste e che “natura” sia sinonimo di materialismo.

Certamente io ne so meno di Socrate, di san Paolo e dei sapienti di oggi, ma in tutti i miei scritti che mi avete usato la cortesia di pubblicare su questa testata giornalistica ho cercato di rendere ragione della mia scelta di credere nell’esistenza di un Dio creatore che è Amore piuttosto che in un universo nato per caso dal nulla.

Mio fratello Angelo riporta in un suo libro uno scambio di idee tra Eugenio Scalfari e Vito Mancuso a proposito dell’esistenza di Dio: il teologo concorda con gli atei sul fatto che l’universo era caos all’inizio dell’espansione, ma sostiene che se da questo caos si è poi arrivati all’ordine ciò è dovuto al fatto che forse “prima” del caos, forse “sopra” il caos, di sicuro “dentro” il caos, come principio ordinatore c’era e c’è il logos. Questa convinzione si è rafforzata in Mancuso anche dalla lettura di un libro dell’astrofisico britannico Martin Rees che parla dei sei numeri fondamentali della fisica (i quanti di energia, di luce, di materia, ecc.): ognuno di questi sei numeri potrebbe essere leggermente diverso da com’è, e in questo caso la vita non sarebbe sorta. Si tratta di un caso, si chiede il teologo, che essi siano esattamente come sono, oppure sono stati posti esattamente così da un ente necessario, causa prima del tutto e che gli uomini chiamano Dio? L’energia non è rimasta allo stato caotico dell’inizio, risponde Mancuso, perché le forze fondamentali che la muovono sono governate in ogni istante da una logica primordiale che tutte le grandi civiltà hanno riconosciuto, i greci chiamandola logos, i cinesi tao, i giapponesi shinto, ecc.

Mancuso continua affermando che la condizione perché qualcosa ci sia è la sua conformità a questo logos, a questa rete creata dall’interazione delle forze secondo la logica della relazione tra i sei numeri fondamentali: anch’io credo che l’interazione delle forze “naturali” fondamentali in conformità con il logos porta all’esistenza delle cose spirituali. Vorrei ancora una volta ricordarvi ciò che Joseph de Maistre chiedeva spesso ai suoi ospiti: «Si può concepire il pensiero come accidente di una sostanza che non pensa?» La risposta può darsela ognuno di voi.

In sostanza, la favoletta del "caso" è una spiegazione dell’origine dell’universo meno probabile della creazione da parte di una Intelligenza superiore. Chiuderei l’argomento riguardante le origini dell’universo e della vita sulla terra valutate da un punto di vista scientifico e “naturale”, con una provocazione: se le forme di vita si sono evolute da quelle più semplici (poche proteine, poche cellule, pochi cromosomi) a quelle più complesse (molte proteine, molte cellule, molti cromosomi) nel corso di milioni di anni, come mai la scimmia ha 48 cromosomi, il cane 78 e l’uomo solo 46? La scimmia e il cane sono forse più evoluti dell’uomo?

La vita non si sviluppa in modo così semplice, automatico e casuale, ma risponde ad un progetto chiaro e preciso!

Una volta stabilito che “natura” è anche tutto ciò che attiene la vita spirituale, Affrontiamo lo stesso argomento dell’esistenza di Dio da un’altra prospettiva: se Dio esiste e veramente vuole che noi crediamo in lui, perché non si rivela più chiaramente? Non sarebbe più semplice se la sua esistenza fosse più evidente? Perché è un Dio nascosto?

Personalmente credo che Dio abbia voluto lasciarci liberi di scegliere se credere o no, di lasciarci esercitare il nostro libero arbitrio, di non ‘violentare’ la nostra libertà, ma è molto più bello e significativo quello che afferma Giovanni Paolo II, sostenendo che Dio non solo non è nascosto, ma si è spinto anche troppo avanti nello svelarsi: egli, nell’intervista concessa a Vittorio Messori, scrive che l’autorivelazione di Dio si attua in particolare nel suo ‘umanizzarsi’, l’invisibilità di Dio si rivela nella visibile umanità di Cristo. Per cui quando Gesù afferma che lui ed il Padre sono una cosa sola, che chi ha visto lui ha visto il Padre, o quando Giovanni nel suo vangelo riferisce che Gesù, commosso perché la gente lo segue, dice loro : «Voi mi seguite perché vi ho sfamato con un po’ di pane. Ma io vi darò la mia carne da mangiare, vi darò il mio sangue da bere», in un certo senso Dio non solo si è svelato completamente, ma ha addirittura oltrepassato la soglia di ciò che può essere comprensibile da parte della sua creatura. Dio si è manifestato nell’unico modo possibile, perché Gesù poteva dire “io sono Dio” (per chi vuole intendere, ripeto che ha detto “io e il Padre siamo una cosa sola; chi ha visto me ha visto il Padre” e che Giovanni ha scritto “il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” ed è la stessa cosa che affermare “Gesù è Dio” ma detto in maniera meno forte per suscitare meno sdegno da parte degli israeliani) ed agire fino all’estrema conseguenza in conformità a quanto affermato, ma in questo caso saremmo stati “costretti” a credere in Lui e non ci sarebbe stato possibile esercitare il nostro libero arbitrio, accettarlo o negarlo: così si è manifestato nel modo più dolce e indolore per noi, come “figlio di Dio” e “figlio dell’uomo”, e anche se ha fatto miracoli ed ancora oggi concede ai suoi santi di farli nel suo nome, si lascia giudicare dagli uomini di ogni tempo per ogni cosa che succede in questo nostro mondo.

La sproporzione tra noi e il divino si manifesta nell’uomo Gesù, si fa evidente, e proprio lì si instaura la resistenza di chi non può o non vuole capire, di chi è scandalizzato perché i criteri e le modalità di quell’uomo scompaginano il suo modo di pensare.

«È pazzo, chi può dar da mangiare la sua carne e da bere il suo sangue?» avranno pensato gli ebrei presenti in quel momento, non potendo capire che Gesù aveva annunciato che si sarebbe fatto cibo per nutrire la nostra anima.

A questo punto l’uomo non è più in grado di sopportare la vicinanza del divino, e cominciano le proteste: gli ebrei prima, e oggi i musulmani e tanti altri esponenti di religioni o del pensiero laico, si scandalizzano (Egli è ‘scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani’) di un Dio fatto uomo, nato povero e morto in croce (facendo della stessa un simbolo della sua regalità), profondamente diverso da quello che vorrebbe la naturale tendenza della ragione umana di ipotizzarlo potente e inarrivabile nella sua grandezza (vedi il Dio dei musulmani!).

O vorremmo un Dio obbediente ai nostri comandi (‘scenda dalla croce e gli crederemo!’ gli gridano gli ebrei sul Golgota), che faccia i miracoli su ordinazione?

O una Chiesa che si adegui alle mode ed ai costumi del tempo? Alcuni la riterrebbero più facile da accettare, da seguire, ma non sarebbe più una Chiesa ‘credente’, ne tanto meno credibile.

Nella foto in alto: busto di Socrate.


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(21.5.18) NICOLA SERGIO A PARIGI IN "MUSIQUE POUR LE NÉPAL" - Il pianista galatrese, ormai ampiamente affermatosi nel campo della musica jazz, sarà impegnato Martedì 22 Maggio nella capitale francese (ore 20.30, Sale Gaveau) in un'iniziativa annuale dedicata al sostegno delle azioni umanitarie in Nepal dal titolo Musique pour le Népal.

Oltre che in quartetto con Stéphane Kerecki, Fabrice Moreau et Jean Charles Richard, Nicola si esibirà a quattro mani assieme al grande pianista e compositore, maestro dell'improvvisazione classica, Jean-François Zygel.

Dopo il debutto al Sunside e al New Morning, la quinta edizione di questa iniziativa sviluppata in favore dell'associazione Partage dans le monde, si terrà quest'anno nella storica e prestigiosa Sale Gaveau che ha una capacità di mille posti.

«Sarà anche l'occasione» afferma Nicola Sergio «di scoprire alcune mie nuove composizioni inedite che sto scrivendo per i miei prossimi progetti.»


France 5 annuncia il concerto "Musique pour le Népal"



Sergio-Zygel, assaggio concerto Sale Gaveau


INFO SUL CONCERTO E PRENOTAZIONI


Leggi un articolo del giornale francese Symanews sul concerto

Nella foto in alto: Jean-François Zygel e Nicola Sergio.

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(28.5.18) RICORDANDO MIA MOGLIE SCOMPARSA (Filippo Cirillo) - Queste due poesie le dedico alla perdita della mia cara moglie Luppino Carmela:

Che tu sia benedetta

Carmela,
per me sei stata come un fiore:
cade la foglia e la vita muore.
Carmela, mi hai lasciato solo
come una pecorella smarrita,
ti ho voluto bene per tutta la vita.
Penso ai nostri giorni felici,
mentre adesso ho perso il sorriso.
A volte piango, a volte rido
e mi rendo conto di quanto la morte
sia stata crudele
ad averti portato via da me,
senza pietà,
lasciandomi un grande dolore.
Mia cara Carmela,
hai amato tutti,
hai dato da bere e da mangiare.
Quando il tuo cuore ha cessato di battere,
chiudevi gli occhi
e mentre noi piangevamo
tu sorridevi
perché andavi via
con gli angeli del cielo.
Angeli del cielo
affido a voi questa stellina,
il suo nome è Carmelina.
Vengo a trovarti al cimitero
e ti affido agli angeli del cielo.
Carmela,
per me eri come una stella,
ho perduto la cosa più bella.
Carmela,
mi hai lasciato un gran dolore,
per me sei stata la donna del cuore.
Quando si perde una moglie
non rimane niente nella vita.
La sera, andando a dormire,
vedo la casa vuota e mi chiedo:
ma mia moglie dov'è?!
Ma tu non ci sei
e io stento a crederci.
So che sei andata via,
dalla vita terrena a quella divina.
Carmelina,
aiutami dal cielo
come hai fatto sulla terra.
A volte la tristezza mi porta
a sentire bussare alla porta,
ma andando ad aprire non trovo nessuno.
So che sei tu,
ma io non ti vedo
e la tua anima dal cielo
a te mi guida.
Il tuo corpo è morto
ma non la tua anima.
Ti ringrazio per la guida
che mi stai dando dal cielo.
Carmela,
per me sei stata
come una rosa fiorita,
ti ho voluto bene per tutta la vita.
A volte piango, mangio,
senza pensare che tu non ci sei più.
Ti penso notte e giorno,
per me sei stata come una luce divina,
come un fiore;
aiutami Carmelina.
Morte infame!
Hai portato via la mia bella,
ho perduto la donna più bella,
era come una stellina.
Angeli del cielo, vogliatele bene.
Ti bacio Carmela.

Il tuo amato Filippo


Il destino della vita e della morte

Che triste giorno il 30 Gennaio 2016.
Chi è ricco su questa terra
è povero nell'aldilà.
Cercate di volervi bene,
amatevi fra voi e sarete benedetti.
La vita è come un sogno,
mentre la morte è inaccettabile,
senza cuore,
ne rimane solo il dolore.
Carmela,
queste belle parole
sono come un fiore
che dedico a te.
Carmela,
questa poesia nasce per la tua scomparsa.
Grazie per il fiori che mi hai dato.

Il tuo amato Filippo


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