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Se una sera d'autunno un amico ti spiega la vita
Angelo Cannatà
La malattia ti distrugge. Ti disintegra. E io negli ultimi anni non ce l’ho fatta più a vedere Ciccillo Distilo spegnersi lentamente. Preferivo ricordarlo sorridente e felice nelle lunghe passeggiate serali in piazza Matteotti. Ho fatto bene? Ho sbagliato? Sono il primo a non saper rispondere a queste domande, “pensiamo di controllare con la ragione i nostri comportamenti, in realtà è sempre un elemento inconscio, inesplorato, a dominarci.”

Di sicuro volevo bene a Ciccillo. D’altronde, era impossibile non nutrire affetto per un uomo disponibile e attento, affidabile e razionale, capace di sorprenderti con una frase che scendeva in profondità, mentre tu - non solo nella politica degli anni Ottanta - navigavi a vista. Un uomo serio. Come quelli di una volta. Se ne vedono pochi, oggi, così.

Ovunque mettesse le mani - lavoro, associazionismo, sport, politica - la sua presenza dava senso e significato; diventava qualcosa per cui ci si poteva spendere. Si chiama carisma. Aveva il timbro della serietà. Era amato da tutti in paese, dai compagni di partito e dagli avversari e da quanti semplicemente avevano ricevuto da lui qualche favore. Non si negava a nessuno. Per il suo lavoro era rispettato, molto, anche fuori Galatro.

Acuto. Professionista. Sicuro di sé. Ma anche umile, pronto al dialogo. Il paese ha perso uno dei suoi uomini migliori. Ricordo discorsi interminabili con Ciccillo nelle sere d’autunno, cominciavano con la politica e – inevitabilmente – arrivavano a toccare la vita. Parole preziose. Importanti. Non le dimenticherò mai. Fu testimone, il 18-8-1985, al mio matrimonio. Erano anni di gioia e serenità che esprimeva con la sua risata aperta e contagiosa. Preferisco ricordarlo così.

Nella foto: Ciccillo Distilo.


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