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Il rapimento di Aldo Moro e
la bandiera rossa ammainata

Domenico Distilo
16.3.18 - Mattina del 16 marzo 1978, un giovedì, sono all’università di Messina, al secondo piano della facoltà di lettere, riservato a noi studenti del corso di laurea in filosofia. Mancano pochi minuti alle 10 quando ci comunicano che il prof di teoretica, la cui lezione sarebbe dovuta iniziare giusto alle 10, è indisposto. La notizia inizia a circolare in più versioni: le Bierre hanno rapito Moro; lo hanno rapito con l’intera scorta; hanno tentato di rapirlo: è rimasto ferito ed è ricoverato al Gemelli; lo hanno effettivamente rapito mentre andava alla Camera per il dibattito sulla fiducia al governo Andreotti e hanno massacrato la scorta.

Una piccola radio a transistor che sbuca dalla tasca di Silvio, il bidello, conferma in onde medie quello che all’inizio nessuno crede, che poi alcuni credono, che infine tutti credono: un fatto inaudito, straordinario, eccezionale e terribilmente vero, accaduto appena mezz’ora fa. Un applauso tenta di levarsi in un androne che pullula di gente (non tutti studenti) ma presto abortisce mentre guadagno rapidamente l’uscita per telefonare a casa. Il consiglio della mamma è un ordine perentorio: devi venirtene subito, qua ci hanno fatti uscire di scuola e anche Massimo è già tornato dal liceo. Non si sa cosa potrebbe succedere!

M’imbarco subito, anche perché le reazioni galatresi al fattaccio m’interessano più di quelle messinesi. Nel salone della nave crocchi di persone parlano del sequestro e del massacro dei cinque agenti della scorta. Un tizio che conosco di vista perché lo incontro sempre tra stazione e imbarco, essendo lui pendolare da Villa San Giovanni a Messina, pretende di dedurre da un articolo di giornale il sequestro e il massacro della scorta. Perciò declama che i giornalisti sapevano del fatto prima che accadesse, dunque sono complici delle Bierre e dovrebbero arrestarli (“tutti”, precisa). Si tratta, con ogni evidenza, di uno sprovveduto. Ma sul pullman delle autolinee Foresta vengo in chiaro che non è l’unico ascoltando dal GR2 uno slogan della sinistra extraparlamentare scandito sotto la sede romana de il Giornale di Montanelli: “I mandanti son sempre quelli: Andreotti e Montanelli!”. Il guaio, mi vien fatto di pensare, è che si dovrebbe pagare dazio per le scemenze che si dicono.

Arrivato a Galatro, appena sceso dal pullman qualcuno mi informa che con la partecipazione di tutte le forze politiche (MSI compreso e PSI inopinatamente escluso o autoescluso), sindacali e delle istituzioni (leggi: l’amministrazione comunale) ci sarà, alle 17, una manifestazione presso il monumento ai caduti della Villa Comunale. Democristiani e comunisti insieme sanciranno, anche nella Valle del Metramo, il compromesso storico, col sangue di una tragedia inenarrabile. I socialisti partecipano scettici ad un gioco guidato da don Gildo, che ha già indossato i sacri paramenti quando prende ad additare l’enorme bandiera rossa sormontata da falce e martello della locale sezione del PCI che sta ritta in prossimità del monumento acconciato ad altare.

Il segretario della sezione, orgogliosamente in piedi accanto alla bandiera la cui asta tiene saldamente in pugno, realizza che il sacerdote lo sta apostrofando: gli ingiunge di ammainare la bandiera, altrimenti non inizierà a celebrare. Carmelo Sorrentino, dopo aver scambiato uno sguardo d’intesa con l’ingegnere Sollazzo, accoglie l’ “invito”. La bandiera viene messa da parte, il rito può cominciare. Tra pesanti ironie socialiste pronunciate sottovoce prima, durante e dopo il comizio tripartito (dei soli rappresentanti di DC e PCI) di condanna che seguirà in piazza Matteotti.

Nelle foto: in alto titolo di Repubblica sul rapimento Moro, in basso bandiera del PCI.


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