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Un seminario sul '68 al Liceo Classico "Gerace"
Domenico Distilo / Fabio Cuzzola
15.3.18 - In occasione del cinquantenario del mitico '68 un seminario si è svolto presso il liceo classico "Gerace" di Cittanova, con gli interventi dei proff. Domenico Distilo e Fabio Cuzzola. Altre iniziative saranno realizzate nei prossimi mesi, dedicate alla filmografia sul tema. Riportiamo di seguito i due interventi introduttivi.




SESSANTOTTO E DINTORNI
Domenico Distilo

Per voi millennials il mitico Sessantotto sarà un oggetto misterioso, o appunto mitico, che può essere sinonimo di misterioso. Non così per la mia generazione, che è venuta subito dopo - io, per chi non lo sapesse, sono un ragazzo del ’77, avendo finito il liceo in quell’anno - e si è trovata (e invero si trova ancora oggi) a fronteggiare il complesso di superiorità di quelli che il ’68, avendolo fatto o avendolo semplicemente vissuto, erano (e sono) convinti (forse per una suggestione hegeliana) che con esso la storia fosse finita e che le idee concepite intorno al ’68 fossero insuperabili, convinzione talmente radicata tra i sessantottini da indurre un sessantottino per ragioni di età solo di complemento, Jean Paul Sartre, a definire una volta il marxismo nella sua versione anni Sessanta “filosofia insuperabile del nostro tempo”, come a dire che non ci sarebbero state più idee per fare una storia nuova e diversa.

A questa “insuperabilità” del ’68, puntualmente ribadita ad ogni decennale, ho cominciato a non credere già alla vigilia del primo di questi decennali, quando frequentavo la terza liceo (allora l’ultimo anno), avendo appreso, dalla Salinari-Ricci, storia e antologia della letteratura italiana e dal Villari, manuale di storia, come in Italia all’inizio del XX Secolo ci fosse stata una generazione che, allo stesso modo dei sessantottini, aveva preteso di operare una rottura radicale col passato, mettendosi dietro prima a D’annunzio e poi a Mussolini, con lo ”strepitoso” risultato di portare il Paese in guerra e, nel giro di alcuni anni, alla dittatura.

Le analogie e le somiglianze tra le due epoche, riflettevo allora con il conforto del mio prof d’italiano, riescono impressionanti. Il vate pescarese è, per definizione, l’immaginifico, mentre nel ’68 si invoca l’immagination au pouvoir, l’immaginazione al potere; quanto alla marcia su Roma e all’instaurazione del regime, possono avere un pendant nella deriva prima gruppettara e poi terroristica di buona parte del movimento sessantottino; in entrambe le fasi storiche, quella d’inizio secolo e quella degli anni Sessanta, a un certo punto esplode il rifiuto della politica nella sua forma parlamentare e partitica, rifiuto che nel primo caso culmina nel bivacco di manipoli del primo discorso di Mussolini alla Camera dopo la marcia su Roma, nel caso del movimento sessantottino nel “Processo al Palazzo” di Pasolini, la culla dell’antipolitica dei nostri giorni, intellettualmente più raffinata ma sostanzialmente uguale negli effetti che dispiega.

Il fallimento il ’68 non lo sperimenta però solo sul versante storico-politico. Dalla contestazione della borghesia a quella delle gerarchie ha preteso di cambiare tutto per non cambiare nulla, tramontando, alla fine degli anni Settanta, nel cosiddetto “riflusso”, il contrappasso del “privato è politico” con cui si era connotato e definito. Non sarà certo un caso se proprio in concomitanza col riflusso partirà la controrivoluzione della signora Thatcher e di Reagan, l’origine del mainstream neoliberale, un comune modo di pensare che continua ad intristire pesantemente le nostre esistenze.

Si dice: il ’68 ha cambiato i costumi, rendendoci più liberi. Si tratta di un’affermazione che prenderei molto con le pinze, perché i costumi sono tra i fenomeni che gli storici classificano come di lunga durata e non cambiano ex abrupto, neppure nel ’68. Piuttosto, questo sì, al ’68 giunge l’onda lunga di un processo di cambiamento nella visione del mondo e negli stili di vita iniziata con quelli che diventeranno i simboli di un’epoca, Gioventù bruciata di James Dean del '57 e On the road di Kerouac, di ancora prima, del '51. Ancora qualche anno e arriveranno la presidenza Kennedy, il pontificato giovanneo e le riforme del governo Fanfani in Italia. Un‘Italia che a un quindicennio dalla fine della Seconda guerra mondiale sta vivendo il miracolo economico, che non può essere stato solo economico se dell’epoca in cui avviene rappresentano le icone La dolce vita di Federico Fellini e le Olimpiadi di Roma '60, due eventi che sono il vero “Sessantotto” italiano, avendo contribuito a far cambiare i costumi e il modo di vivere e di pensare più quel film e le olimpiadi trasmesse dalla televisione, sia pure solo in bianco e nero, di mille occupazioni di università con annesse assemblee.

Insomma, il ’68 così come lo si intende, come epicentro di un sommovimento globale, fu semmai più un fatto universitario e scolastico che sociale e di costume. Nel senso che nel ’68 i costumi erano già cambiati, il ’68 paradossalmente già passato. Per intenderci: era già arrivata da anni e non faceva più notizia la minigonna e il twist aveva finito d’impazzare. Una considerazione ulteriore ci potrà convincere di come, sotto i profili dei costumi e della mentalità i giochi, nel mitico maggio, fossero già fatti: la ragazza simbolo del maggio parigino, la Marianne du May, che si vede salutare impugnando una bandiera del Vietnam sopra una folla di manifestanti, in realtà si era messa deliberatamente in posa, seguendo i consigli di un suo amico pubblicitario, alla faccia della spontaneità di cui per anni l’abbiamo considerata l’incarnazione. Nel maggio celeberrimo siamo già dunque fuori del ’68 e giusto come cantava Guccini “i fiori della prima volta non c’erano già più… scoppiava finalmente la rivolta ecc.”, e con lo scoppio della rivolta l’impulso originario anarchico, libertario e libertino del movimento si mostra ormai esaurito, avendo ceduto il campo al ritorno in forze di una figura tutt’altro che affine al libertarismo e all’anarchismo, il rivoluzionario di professione di Lenin, con molti studenti e giovani che smettono di sognare e si dedicano a tutt’uomo alla rivoluzione, contribuendo in misura decisiva a far fare al Paese il salto negli anni di piombo.

Se stesse a sentirmi qualche reduce del ’68 mi darebbe sulla voce, ma ho fondate ragioni per credere che l’epico scontro di Valle Giulia del 1° marzo di cui giusto oggi ricorre il cinquantenario, con “la polizia che caricava giù ma gli studenti la cacciavan via” segna la svolta in senso “militarista” del movimento. Saranno infatti in pochi, da quel giorno in poi, a votarsi a preservare o a ritrovare l’anima del raduno di Berkeley o della Zanzara confezionata nel 1965 dai ragazzi del liceo classico Parini di Milano. Dal 1° Marzo, dal giorno di Valle Giulia, si fa politica, dura, di parte e di partito, anzi, di gruppo e gruppetto, teorizzando ed attuando le tecniche per la conduzione e il controllo delle assemblee e per far degenerare i cortei in scontri con la polizia. Di lì a poco su alcuni giornali, riconducibili al movimento studentesco o a certe sue componenti ormai militarizzate, appariranno le istruzioni per confezionare le molotov. Non è assolutamente credibile che la capacità di resistere agli attacchi della polizia sia venuta da sola, per caso, solo perché gli studenti, diventati improvvisamente coraggiosi, come canta Pietrangeli “non sono scappati più”. Se non sono scappati più è perché hanno imparato a resistere agli attacchi dei reparti della celere, si sono cioè militarizzati, lasciandosi indietro lo spontaneismo, l’estetismo e il libertarismo di una stagione che tramonta ovunque, con il movimento che diventa istituzione, seguendo la dinamica descritta a suo tempo da Max Weber, il famoso storico e sociologo tedesco vissuto tra Otto e Novecento e ripresa in Italia da Francesco Alberoni, preside di Sociologia a Trento negli anni in cui quella facoltà e quell’università erano frequentate da Renato Curcio, Mara Cagol, e altri futuri fondatori e capi delle Brigate Rosse.

Il clima cambia, in Italia e non solo – si pensi a cosa accade in Francia dopo il finto ritiro di De Gaulle a Colombay les deux Eglises - anche sul piano politico generale, con l’espulsione dal PCI del gruppo de Il Manifesto e l’avvicendamento alla presidenza del consiglio dei ministri tra Moro e Rumor. Sono due democristiani ma profondamente diversi. Il primo pensa al futuro e non governa il presente; il secondo è interamente ripiegato sul presente ed espunge il futuro dalla propria prospettiva. Un altro segno del cambio di stagione è il repentino concludersi dell’unificazione socialista, con i due partiti che tornano a dividersi partecipando separatamente al governo. Fortunatamente non si fermano le riforme: verranno varati l’ordinamento regionale e lo Statuto dei lavoratori, mentre la strategia della tensione con la teoria degli opposti estremismi e l’inizio della stagione delle stragi rendono lo spirito autentico del ’68 palesemente fuori corso. L’occupazione delle università un po’ ovunque - si pensi a Palazzo Campana a Torino - porterà risultati nel cambiamento dell’ordinamento scolastico – universitario e solo in quello. Quanto alla politica, all’inizio degli anni Settanta il Movimento l’avrà delegata ai vari gruppetti della sinistra extraparlamentare, da Servire il Popolo a Lotta Continua a Potere Operaio.

Se all’inizio degli anni Sessanta la scuola era cambiata, con l’istituzione della scuola media unica, perché era cambiata la società, nel ’68 ’69 il rapporto si inverte: cambia la scuola e cambiando fa cambiare la società. Vediamo in che modo. In primis, con la liberalizzazione degli accessi universitari, che fanno crescere le aspettative di giovani e famiglie; un'ondata di egualitarismo segna profondamente la mentalità collettiva, provenendo dalle idee e dalla pratica della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, che in Lettera a una professoressa, un testo cult del ’68, pubblicato però alcuni anni prima (a conforto di quanto dicevo) smonta il meccanismo della scuola di classe, meccanismo che i governi succedutisi dagli anni Novanta stanno finendo di rimontare con l’uso spregiudicato del paradigma mercatista, il mainstream neo liberale di cui sopra. Infine con l’attuazione dei Decreti delegati la scuola prova a diventare, più o meno riuscendoci, palestra di democrazia, luogo in cui le giovani generazioni si esercitano al dialogo, al confronto e, quando è il caso, anche allo scontro.

C’è una questione sulla quale il dibattito spesso ritorna, evidentemente perché è stata lasciata insoluta. Nelle idee e nelle pratiche sessantottine c’era o non c’era un progetto rivoluzionario, di cambiamento radicale della società? Non c’è dubbio che al riguardo le idee dei protagonisti di quella stagione fossero il contrario di quelle di Cartesio, oscure e confuse piuttosto che chiare e distinte. Del resto molti di loro sarebbero, per dirla con Venditti, “entrati in banca” o sarebbero stati fanatici di tutte le mode successive (vi rimando a una mia breve Fenomenologia del fanatico scritta nel 2012). Se però vogliamo fare riferimento ai testi, a filosofi del ’68 per convenzione, alla Scuola di Francoforte, allora è fuori discussione che né in Adorno-Horkeimer né in Marcuse c’è la rivoluzione, quantomeno in Occidente, quale compimento della metafisica occidentale. Marcuse dopo aver constatato la scomparsa del soggetto antagonista si affida alle moltitudini del Terzo e del Quarto mondo – non prevedendone la deriva islamista - mentre con Adorno si sa come finisce: morirà di crepacuore per lo sberleffo di una ragazza che gli si fa incontro per sedersi sulla cattedra a seno nudo. Il ’68, per concludere avendovi già abbastanza annoiati, è una rivoluzione senza rivoluzione, una contraddizione nelle sue premesse e nei suoi esiti. Ma del resto, vuoi mettere, è stata l’epoca dei Beatles (chi erano mai?).

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1968: GIOVENTU' COME CATEGORIA SOCIOLOGICA
Fabio Cuzzola

In genere non amo le date, se non quelle legate alla propria storia personale ma il 3 febbraio del 1966 è certamente una di quelle che ogni studente dovrebbe segnare in viola, in rosso o nel colore che preferisce nel proprio calendario laico.

Il quel giorno della seconda metà degli anni sessanta, nella grigia e industriale Milano del boom economico, nel più antico liceo classico della città, Il Parini, i ragazzi stanno distribuendo orgogliosi del loro lavoro l'ultimo numero del giornalino scolastico: La Zanzara. Un giornalino antico e glorioso se si pensa che quando uscì il primo numero nel '45 fu grazie alla carta donata dai partigiani.

In quel numero, che potrete rileggere per intero a questo link, oltre ad articoli che criticano i libri di testo adottati e raccontano la cronaca spicciola della vita scolastica, nelle pagine centrali ecco l'inchiesta dal titolo: Cosa pensano le ragazze di oggi, un lavoro puntuale, a tutto campo su cosa pensano le studentesse sul sesso, la famiglia, il matrimonio.

L'articolo suscita subito l'indignazione di molte famiglie e delle associazioni ecclesiastiche; gli studenti della redazione e il preside vengono condotti in questura interrogati, denunciati e processati per direttissima; il processo viene intentato sulla base dei seguenti capi d'imputazione:

"Il contenuto dell'inchiesta offende il sentimento morale dei fanciulli e degli adolescenti, costituendo un incitamento alla corruzione."

verrà seguito da più di duecento testate giornalistiche provenienti da tutto il mondo.

Finì con un'assoluzione... il '68 era già cominciato!

Dopo questo episodio che anticipa tutto quello che sarà il movimento studentesco in Italia, vorrei partire da tre parole chiave, legate ai tre film che vedremo insieme e che ho pensato di proporvi per il nostro cineforum.

Gioventù: gli anni sessanta e più nello specifico il '68, segnano la nascita della gioventù come categoria sociologica, autonoma, soggetto attivo in grado di proporsi all'attenzione di una società secolare, sclerotizzata in schemi ripetuti acriticamente per generazioni, mascherata dietro al "è stato sempre così!". I giovani nelle scuole, nelle università prima e nelle piazze, nelle strade dopo, chiedono e praticano il cambiamento. A questa idea ho associato il film Easy Rider, che sin dal titolo rende l'idea di libertà, di lieve leggerezza, permettetemi l'iperbole, che a partire da un avventuroso perdersi in moto, porta i protagonisti della storia narrata dal regista-attore Dennis Hopper, a cercare prima di tutto la libertà non come idea metafisica ma come prassi. Colonna sonora a suon di rock, attori ispirati, Peter Fonda e Jack Nickolson indimenticabili.

Parola: la richiesta in assoluto che ha mosso tutto il movimento del '68 è stata la libertà di parola, di espressione in tutte le sue forme. Vi sembrerà strano poi che questo diritto sia stato richiesto con forza là dove per prima era stato giuridicamente riconosciuto, negli Stati Uniti, in Francia e più in generale in tutto quello che allora, nello scacchiere della guerra fredda, era l'occidente, libero e democratico... almeno in apparenza. Nelle scuole, negli atenei, sui giornali come abbiamo visto, nella politica, in famiglia, nella chiesa i giovani non avevano voce in capitolo, nelle istituzioni non avevano il diritto di parola... ovvero non potevano dire la loro! Ecco che all'università di Berkeley, California, nel 1964 nasce il Free Speech Movement, ecco che in Italia l'anno prima un gruppo di intellettuali autodefintosi "Gruppo del '63" si riunisce con l'intento di rimettere al centro della dialettica politica e culturale la parola. Il senso più profondo è: liberare la parola significa liberare conoscenze e saperi, questo libera l'umanità dall'oppressione. In Vietnam, in Italia, in America. Per riflettere su questo aspetto della lotta ho scelto il film Fragole e sangue. E' il racconto di una storia esemplare di quegli anni, la presa di coscienza politica repentina di un giovane americano di fronte alle trasformazioni della società del tempo, in un continuo gioco dialettico fra l'io e il noi che da spazio alla fine al nuovo concetto di pluralità che abbiamo ereditato dal '68, il collettivo!

Autorità: se il '68, come ha scritto il Time è stato: "il rasoio che separò il passato dal futuro", l'elemento più messo in discussione e spero definitivamente da parte nella vita dell'individuo, anche se a vedere l'atteggiamento di ancora molti adulti non sembra così, è quello del culto dell'autorità. Per capire le fondamenta autoritarie del tempo occorre richiamare alcuni esempi concreti. L'autorità dispiegava i suoi tentacoli ovunque: sul lavoro, a scuola, nelle università, in famiglia e il tutto era incarnato dalle eterne figure maschili, patriarcali. Il grande sogno, film italiano recente, mi è sembrato interessante per fotografare, con particolare attenzione all'Italia, il rapporto che i giovani ebbero con l'autorità mettendola in crisi, a partire dallo scontro generazionale padri-figli, una dinamica che forse ha rappresentato la sovrastruttura più pesante in grado di bloccare la crescita della nostra civiltà nel '900.

Prima del '68 non esistevano il divorzio, l'aborto e la pillola era vietata. Il corpo imprigionato dall'autorità morale. Prima del '68 tradire il marito era reato e non viceversa, era consentito il delitto d'onore e il matrimonio riparatore estingueva il reato di stupro, reato peraltro condannato come offesa alla morale e non come violenza sulla donna. Prima del '68 nelle scuole non erano consentite le assemblee, gli studenti non avevano diritto di parola, non esistevano gli organi rappresentativi. Prima del '68 una donna per aprire un conto corrente doveva presentare le garanzie di un maschio, il padre, il fratello o il marito, esisteva il salario di genere... anzi esiste ancora e allora è ancora tempo di '68!

Nelle foto, dall'alto in basso: Domenico Distilo e Fabio Cuzzola.


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