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Il testo della relazione sul
nuovo libro di Rocco Cosentino

Domenico Distilo
29.8.17 - Pubblichiamo la relazione di Domenico Distilo tenuta pochi giorni fa in occasione della presentazione a Roccella Jonica del nuovo volume di Rocco Cosentino dal titolo Nata sotto il segno del cancro. Oltre al professore galatrese ed all'autore sono intervenuti all'evento il dott. G. Muscianisi, specialista di medicina interna ed ecografia, e l'avvocatessa galatrese Maria Grazia Simari.

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Un lettore superficiale non avrebbe dubbi: Rocco Cosentino ha operato una conversione, passando al memoir dopo i due noir e il noir storico L’eloquenza del silenzio che, lo dico incidentalmente, non m’ha convinto per una questione, fatta presente all’autore, che riguarda l’aggettivo, storico, non certo il sostantivo, noir.

Se i libri dovessero essere soltanto classificati, se la cosa più importante fosse la tassonomia, allora il lettore superficiale avrebbe ragione: il nuovo cimento letterario del magistrato-scrittore, o se preferite dello scrittore-magistrato - che, lo dico ironicamente senza ironia, può fregiarsi della qualifica di mio ex alunno, nei primissimi anno Novanta, presso il liceo scientifico “Guerrisi” di Cittanova - il nuovo cimento letterario di Rocco Cosentino, dicevo, segnerebbe una conversione, una svolta, una metabasis eis allo ghenos, un passaggio ad altro genere. Invece le cose stanno ben altrimenti, non essendoci alla base del cambiamento, per essere esatti, di sottogenere, non di genere letterario, un cambiamento di visione del mondo, che è l’identica trasfusa nei romanzi che precedono Nata sotto il segno del cancro e che anche questa volta si traduce in uno stile letterario quanto mai adatto a raccontare le diverse declinazioni del Male – Male con la emme maiuscola - nella società e nella storia, seguendone l’evoluzione in uno specifico contesto fino al momento, più o meno finale, nel quale si svela al lettore la funzione dialettica o, se volete, catartica di esso.

E’ lo stile di scrittura a far sì, nelle prove precedenti, che la macchina narrativa di Cosentino proceda fluida, senza strappi, in apparente e singolare contrasto con una materia zeppa di casi di difficile decifrazione e di vicende ad alto tasso adrenalinico, eventi attraverso i quali si disegnano tanto la statica quanto la dinamica del Male, con la seconda che si innesta sulla prima, cioè su modi d’essere, di pensare, di vivere rispetto ai quali ciò che accade - e che accadendo spezza l’equilibrio cosmico e microcosmico - darebbe l’idea di una casuale quanto inspiegabile comparsa, mentre ha proprio nello sfondo della narrazione, negli ambienti e nei personaggi che lo costituiscono, la sua causa efficiente e finale, tanto fisica quanto metafisica. Il Male, che sembra erompere “senza ragione” dalla normalità in cui i protagonisti si trovano immersi, li induce, dopo avere misurato lo spessore e l’impatto esistenziali di “ciò che in generale capita e in particolare gli capita”, ad indulgere in domande metafisiche, tanto inevitabili quanto senza convincente risposta.

Analogamente in Nata sotto il segno del cancro la malattia (che è il modo d’essere e di manifestarsi del Male nello specifico contesto di questo memoir) erompe da (o irrompe in) un’esistenza che appare normale, immersa in quella che si potrebbe definire la banalità del quotidiano, scatenando una lunga serie di domande tra virgolette “metafisiche”, a partire dalla classica, “perché proprio io?” anche qui destinate a rimanere sostanzialmente senza convincente risposta. Senza risposta ma utili per generare un feed-back esistenziale, una riscrittura del significato dell’esistenza da cui la protagonista, verosimilmente, rimarrebbe lontana se ciò che capita a tanti non capitasse anche a lei, anzi, “proprio a lei”.

La scoperta della malattia e le conferme diagnostiche che ne seguono configurano una rottura dell’ordine del mondo, della “normalità” della vita, a cui il comune modo di pensare contrappone la straordinarietà della morte. La morte, per intenderci, vista come l’extra ordinario per eccellenza, pensata come l’assolutamente altro, in quanto tale da esorcizzare. E’ questa idea della morte ciò con cui l’autore e con lui la protagonista fanno i conti, l’idea consumista o, come si sarebbe detto un tempo, piccolo-borghese della morte, corredo di quella che Heidegger ha definito “esistenza inautentica”, strutturalmente incapace, proprio per via dell’inautenticità, di pensare la morte come evento, sia pure conclusivo, della vita e di sottrarla, “normalizzandola”, a una tragedia che, ci dirà l’autore in un finale dalle forti coloriture nietzscheane, sarebbe da pensare come essenza di una vita che include la morte, non della sola morte quale antitesi della vita.

La ribellione di Karima, l’io narrante, a questa idea della morte ne sintetizza la ribellione all’intero contesto sociale-culturale di cui è parte ma di cui probabilmente non si sente tale. Ella è consapevole di essere una ribelle, per di più accettando di esserlo con il freno a mano tirato, costretta com’è a continue mediazioni rese inevitabili dalla convivenza con genitori a differenza di lei troppo integrati – probabilmente non solo per questioni d’età -, genitori a cui le convenienze sociali e culturali e le connesse ipocrisie non stanno per nulla strette. Non si può spiegare in altra chiave un episodio del romanzo che il lettore superficiale di cui dicevamo all’inizio sarebbe portato a definire secondario: la madre di Karima che convince la figlia a tornare a frequentare l’Azione Cattolica “per riprendere a vivere”. Accontentata la madre, Karima non può fare a meno di constatare che nei pochi o tanti anni nei quali era rimasta “in sonno” - mi si passi la locuzione d’uso massonico - rispetto alla vita dell’associazione nulla era cambiato e tutto restava avvolto nel velo della stessa ipocrisia, dall’omosessualità del prete alla blasfemia del musicista. Constatazione questa che fa trasparire, per inequivocabile contrasto, quello che è l’atteggiamento di Karima rispetto alla società e alla stessa vita, atteggiamento che l’ambiguo rapporto che prende corpo con una coetanea che assurge ad amica del cuore, Katia - con cui progetta un viaggio in Messico che non potrà realizzare - non rende meno tendenzialmente conflittuale, più conforme ai canoni di un’esistenza che magari negli altri, non certo in lei, in Karima, sprofonda nel “così fan tutti”, nel “si impersonale”.

Karima infatti non cade, neppure durante le crisi più acute, nella disperazione – che si potrebbe leggere come l’indice, la spia di un’idea inautentica della morte. Subìto il trauma della scoperta della malattia e dell’invasività delle cure, in primis la famigerata chemio, integra, grazie ad un modo d’essere critico e disincantato, la malattia nella normalità di un’esistenza che andrà avanti fino ad un esito sorprendente su cui non è il caso di soddisfare in anticipo la curiosità del lettore, privandolo del gusto impagabile di scoprire da sé come andrà a finire. Poiché quando si legge un romanzo ci si immedesima nel protagonista, vivendo con lui, o con lei, le vicende di cui è, appunto, protagonista, anticipare “come finisce” vorrebbe dire sottrarre al lettore una parte della vita che egli, giustamente, vuole vivere e non sentir raccontare da altri.

Perciò, gettato un velo sul finale, procediamo dicendo che la storia di Karima è interamente giocata, io penso, contro il rifiuto di includere la malattia e la morte nella vita, contro il rifiuto di “viverle” come tali che caratterizza la cultura e il vivere contemporanei e che è la causa di fondo, a ben rifletterci, dell’insufficienza e inadeguatezza della cultura della prevenzione. Se non preveniamo è perché ciò che dovremmo prevenire ci spaventa e ci spaventa perché siamo dominati da un’idea della vita che, parafrasando Nietzsche, potremmo definire al di là di Cristo e dell’Anticristo, del cristianesimo e della sua antitesi, al di là perché imperniata su un individualismo radicale che, essendo appunto radicale e non potendo limitarsi a rifiutare la distruzione del proprio essere individuale, estende tale rifiuto, da un lato alla fusione con il tutto nel divenire incessante del cosmo, dall’altro alla riconciliazione con il Bene che è l’essenza del cristianesimo, fondandosi l’individualità sul male al quale, in vista del compimento della promessa, essa è chiamata a rinunciare.

Se queste sono le cause filosofiche della insufficiente e inadeguata cultura della prevenzione, nel momento in cui si traducono in prassi esistenziale esse sono generalmente individuate e definite come sciatteria individuale e sociale, sconoscenza dei fattori di rischio, sottovalutazione del rischio stesso anche quando lo si conosce, incapacità di assumere uno stile di vita in grado di operare la prevenzione riducendo l’incidenza dei succitati fattori, identificazione degli stili di vita congeniali alla prevenzione con una vita da malati destinata a sfociare in una morte da sani, seguendo in questo colui che fu il più famoso giornalista sportivo italiano, Gianni Brera, famoso altresì per essere una buona forchetta, che disse una volta, mettendo in berlina la prevenzione delle malattie cardiovascolari, di “non voler vivere malato per morire sano”. C’è in tutto questo un aspetto, che si chiama volontà di vivere, che ha come implicazione il rifiuto di quel “vivere malati” di cui parlava Brera e che riscontriamo, espresso o sottinteso, nell’atteggiamento del fumatore, così come dell’alcolista o del cocainomane. Il fumatore, ad esempio, conosce benissimo i rischi del fumo, peraltro messi bene in mostra per legge sui pacchetti delle sigarette. Tuttavia preferisce il piacere immediato e intenso al benessere posticipato e diluito e sa benissimo di farsi male a più o meno lungo termine, male però compensato dal benessere immediato e istantaneo che gli dà la sigaretta, che in ogni fumatore non estemporaneo è integrata nello stile di vita, nel modo d’essere e nell’identità personale.

Ecco, prevenire è difficile perché farlo significherebbe cambiare lo stile di vita e la propria identità, rassegnandosi a vivere da malati piuttosto che da sani, dunque a non fare le cose che vengono identificate con la vita stessa e a fare qualcos’altro che è percepito come rinuncia a vivere.

La lezione che ci viene da Karima si riassume, invece, nell’eliminazione dello spartiacque tra morte e vita, in nome dell’identità dialettica di entrambe, recuperando in tal modo l’antica sapienza di Eraclito, per il quale una cosa sola sono il desto e il dormiente, il salire e lo scendere, il malato e il sano nonché il morto e il vivo, appunto. La lezione è che salute e malattia sono entrambe vita da vivere, così come vita e morte sono entrambe vita da vivere, esigendo peraltro la morte, giusta la lezione di Heidegger, che ci si ne prenda cura, vivendo noi nel tempo e quindi in vista della morte, che è la condizione ineludibile della possibilità del nostro vivere. Il concetto di morte quale assoluta antitesi della vita è del resto un concetto impensabile, una contraddizione in termini, per la ragione, evidenziata sia pure ellitticamente da Epicuro, che sarebbe definibile come l’essere del nostro non essere, per cui è contraddittorio, cioè impensabile che possa davvero esserci, esistere come tale, come morte. Se esiste come morte non è più ciò che è ma il suo esatto contrario, sì che la saggezza non può consistere in altro che nel pensarla come vita o come passaggio a miglior vita, come ci esorta a fare la tradizione socratico-cristiana, che secondo Nietzsche aveva rappresentato la rovina della grecità e con essa dell’intera civiltà occidentale, avendola distolta dalla vita – come lui la intendeva - e dai valori atti a promuoverla ed esaltarla.

Il Cosentino-pensiero, ora espressamente ora ellitticamente formulato in questo come nei precedenti romanzi, è radicalmente e strutturalmente antimanicheo, essendo per lui il male fuso nel bene e costituendo entrambi, nella loro fusione e con-fusione, la sostanza dell’universo. Il bene non è se non il male che combatte altro male, perlomeno in questa vita come ci è dato viverla, visione questa suscettibile di sfociare nella tesi, che regge l’intero impianto della teologia cristiana, secondo cui senza il male e il peccato non ci sarebbe salvezza e la colpa è felix culpa, avendo causato la redenzione ed il riscatto.

Una nota conclusiva penso sia d’uopo, come direbbe il grande Totò: i libri, una volta scritti e stampati sono lasciati al loro destino, il libellorum fatum dei romani, che è un destino di interpretazioni che si avvicendano e sovrappongono producendo, come diceva Hans Georg Gadamer, degli effetti di cui chi viene dopo non può non tener conto. Il libro di Rocco Cosentino, noir o memoir che lo si voglia etichettare, è a suo modo un contributo alla storia del dibattito sul male, alla questione della teodicea su cui i filosofi dibattono da secoli. Il Male che non è un’esclusiva del nostro secolo e non è soltanto il male del nostro secolo, ma il Male che accompagna, mischiato col bene, l’intera storia dell’umanità.

Spero di non avervi annoiati, anche se certe questioni sono noiose per definizione e senza noia sarebbero mal riuscite, al punto che Benedetto Croce, tornato di moda negli ultimi giorni per via del ritorno del terremoto a Casamicciola, dove perse genitori e fratelli, riuscendo lui a scampare miracolosamente, al punto, dicevo, che Benedetto Croce raccomandava al suo editore di pubblicare solo “libri gravi”, cioè noiosi, ma che aiutano ad andare a fondo delle questioni, com’è proprio della filosofia.





Nelle foto: Domenico Distilo, Rocco Cosentino, G. Muscianisi e Maria Grazia Simari in vari momenti dell'evento.


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