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Destino delle Terme: divagazioni sul presente e sul passato
Domenico Distilo
3.2.17 - Nella Valle del Metramo in queste settimane stanno accadendo (o, per dir meglio, non accadendo) fatti epocali. E’ in gioco il destino delle Terme, che molti identificano ancora con il destino di Galatro. L’Amministrazione comunale ha finora clamorosamente mancato le promesse fatte in campagna elettorale di riportare il primo gennaio (se non già il 31 dicembre) la struttura nella disponibilità del Comune. Per di più non informa i cittadini. E’ chiusa in un silenzio assordante, anche se sindaco ed assessori continuano, nelle conversazioni informali, a fare professioni di ottimismo. L’opposizione ha pubblicato un manifesto nel quale si sforza di evidenziare incongruenze e contraddizioni della maggioranza. Ma il clima generale del paese è incredibilmente tiepido, anzi, si direbbe glaciale, in perfetto accordo con la stagione.

Ma se provassimo a far fare alla vicenda Terme un viaggio all’indietro nel tempo, a spostarla a trent'anni fa, nel 1987, allora gli eventi verrebbero inquadrati in una luce completamente diversa. E lo scenario sarebbe inconfrontabile con quello attuale. Proviamo a immaginarlo.


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Già dall’inizio di dicembre dal primo pomeriggio alla tardissima serata nutriti capannelli di persone stazionano in piazza Matteotti e alla Villa comunale. E non si parla d’altro nelle case, nei bar, nelle strade, nei luoghi di lavoro, ovunque. Con la conseguenza che chiunque si trovi ad avere una carica politica si sente investito di una responsabilità speciale. Il primo a smuovere le acque è però il segretario del partito di maggioranza. Per tempo ha convocato il direttivo, insieme al quale ha preparato, in alcune sere di lavoro in sezione, una lettera al sindaco, un documento ufficiale nel quale il partito rivendica il diritto-dovere di essere informato ed esige che le decisioni che giunta e consiglio comunale andranno a prendere siano concertate con la sezione. E’ il segretario, prima di tutti gli altri, a pretendere il massimo della chiarezza: vuole sapere come le cose effettivamente stanno e quante probabilità concretamente ci sono di rientrare in possesso delle Terme. Il partito si è impegnato in campagna elettorale e non può né vuole sobbarcarsi una figuraccia. In giunta e in consiglio il segretario ha uomini fedeli al partito, capaci di tallonare il sindaco da presso, tanto da presso che a un certo punto questi accenna a perdere la pazienza.

Quanto ai contenuti delle discussioni, il decreto Madia viene analizzato con grande accuratezza. Ognuno lo legge con occhio da provetto giurista, e fioriscono le dispute. Ci sono interpretazioni divergenti, molto divergenti, con la conseguenza che l’ultima riunione del gruppo di maggioranza si è trasformata in una corrida. Riguardo al consigliere Tal dei Tali circolano ipotesi di dimissioni. Che innescano altre ipotesi, addirittura di dissoluzione della maggioranza. Siamo a gennaio ma il clima è davvero incandescente.

Improvvisamente però, e siamo agli inizi di febbraio, anche la granitica solidità della minoranza (consiliare e non) appare incrinata. Rispetto al tanto peggio tanto meglio, che fino a pochi giorni fa sembrava il denominatore comune, vanno facendosi strada subordinate dettate dal senso di responsabilità. Le Terme, ragionano alcuni cosiddetti “responsabili”, sono un patrimonio di Galatro e non possono essere sacrificate sull’altare dello spirito di contrapposizione politica. Così viene lanciata la proposta di una Grosse Koalition, di un’eccezione alla contrapposizione degli schieramenti da far valere fino al ritorno delle Terme al Comune. Si farà, non si farà? Staremo a vedere. Intanto si continua a discutere e l’amministrazione sembra aver trovato il modo di uscire dall’impasse asta pubblica-proroga al gestore. Ha recepito in toto i consigli di un insigne giurista galatrese d’origine ma emigrato al Nord da giovane. Sulla soluzione escogitata c'è il consenso generale. Tutto è bene quel che finisce (o perlomeno dovrebbe finire) bene.

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Così andava quando c’era la politica, la cui dialettica non s’identificava con lo spirito di appartenenza e non era la norma modellare i ragionamenti sugli schemi della campagna elettorale. Invece uno schieramento e un gruppo consiliare di maggioranza in cui non si registra una sola voce dissonante di fronte a una vicenda in cui l’Amministrazione sta mancando il principale obiettivo enunciato in campagna elettorale non possono essere catalogati come “norma”. Si tratta, piuttosto, di un’aberrazione, di un corto circuito che sancisce il trionfo dell’antipolitica.


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