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Il posto vuoto, racconto natalizio di Umberto Di Stilo
Domenico Distilo
25.12.17 - Il racconto natalizio di Umberto Di Stilo (Il posto vuoto, Edidisum pp. 76, Dicembre 2017, € 10) si presenta, prima facie, con toni e ambientazioni idilliaci, un bozzetto sullo stile e sul tipo di altre raccolte narrative dell’autore quali Bozzetti galatresi e un po’ anche Il mio Natale, con il trionfo dei buoni sentimenti sollecitati ed esaltati dalla ricorrenza della festa, in un’atmosfera che il lettore, scorrendo le pagine, non potrà fare a meno di vivere, assecondando l’autore, nel segno della condivisione e della calda, familiare accoglienza.

Senonché il dubbio fa presto ad insinuarsi: fino a che punto quella descritta da Umberto è la realtà del Natale dei nostri tempi e non invece il bel quadretto di un mondo antico che si fa sempre più piccolo, particolare, residuale, evanescente, travolto com’è dalle trasformazioni che l’istituto familiare ha subito e subisce a causa di una sempre più trionfante “cultura dei diritti” che ha fatto di un principio astratto, l’individuo, il “termine fisso d’eterno consiglio”, risolvendone e dissolvendone infine la sostanza e qualità etiche nella pura forma giuridica?

L’atmosfera del Natale - in cui hanno il loro ubi consistam, insieme con la cristiana solidarietà, i buoni sentimenti e l’aiuto a chi è povero o comunque in difficoltà - non è un accidente della storia, non nasce non si sa come in un luogo qualsiasi del sud o del nord. Va da sé che essa si forgia in uno stile di vita, in una visione del mondo, in un sistema di relazioni e in una gerarchia di valori, insomma, in una cultura che sta in antitesi ai modelli imposti dalla globalizzazione e dal mercato, la cui affermazione esige la dissoluzione della dimensione sociale-comunitaria (il “pubblico” che ha soppiantato il popolo e i “non luoghi” - come i centri commerciali - che hanno rimpiazzato le piazze e le strade, dove si andava a svolgere una funzione spiccatamente e precipuamente politica quale l’aggregarsi, sono esempi emblematici di tale fenomeno).

E’ successo che quelli che chiamiamo “diritti”, presi dal lato esclusivamente formale, abbiano soffocato l’eticità, separando l’individuo dal tessuto organico in cui “l’atmosfera del Natale” poteva generarsi con il suo corollario di buoni sentimenti, presepi, pranzi e regali sotto l’albero. A ben vedere, anzi, anche la political correctness esibita da dirigenti scolastici che, incuranti di sfidare il ridicolo, immaginano di eliminare dalle loro scuole ogni riferimento al Natale nelle parole e nei simboli, è il frutto di una ormai marcata propensione a vedere gli individui senza riferimenti sociali e/o comunitari, meri soggetti di diritto piuttosto che persone concretamente viventi.

Si tratta di un processo, piaccia o non piaccia, inarrestabile dal momento che è legato allo sviluppo della modernità e della tecnica e perciò destinato a ridurre il Natale e le altre feste civili e religiose, da qui a una decina d’anni, a nient’altro che ricordo e rappresentazione letteraria, a ciò che potremo continuare a leggere nei libri di Umberto ma sarà irrimediabilmente uscito dal nostro vissuto, reale o quantomeno possibile. Dunque, anche se il Natale de Il posto vuoto è ancora il Natale di adesso in cui non fatichiamo a riconoscere volti e situazioni familiari, anche se la vicenda magistralmente raccontata di Tonino e del suo amico ucraino appartiene al nostro presente, in realtà si tratta di un presente virtualmente già passato. E’ facile, infatti, prevedere che da qui a qualche anno non esisterà più la cornice entro la quale potrà riaccadere in forme identiche o simili. La cornice, per intenderci, della famiglia tradizionale dentro la quale soltanto una festa quale il Natale può avere un senso individuale e collettivo senza ridursi a fenomeno esclusivamente commerciale-consumistico.

La spia dell’erosione del contesto che dà senso al Natale è del resto proprio nel bel racconto di Umberto, che ci appare tanto più bello e piacevole quanto più ricostruisce e ci restituisce un mondo dal quale stiamo fuggendo via. Un presente che è quasi passato.

Nella foto: la copertina del libro "Il posto vuoto" di Umberto Di Stilo.


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