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La vulgata populista sulla Prima
Repubblica e il Nazionalpopulismo

Domenico Distilo
29.7.18 - C’è anche una vulgata della storia della (cosiddetta) Prima Repubblica ad alimentare il morbo populista che sta devastando l’Italia e l’intero occidente. Pur conoscendo benissimo quanto sia inutile opporre ragionamenti e fatti a luoghi comuni e pulsioni irrazionali, crediamo sia il caso di soffermarsi su alcune verità che, paradossalmente, sono divenute invisibili proprio a causa della loro grandezza.

1. Nei primi trent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Italia ha realizzato progressi per quantità e qualità non paragonabili con quelli di nessun’altra epoca storica. La scelta atlantica e quella europea sono state fondamentali per far entrare definitivamente il Paese nella modernità, determinando un’avanzata delle classi subalterne mai prima sperimentata;

2. Da paese agricolo l’Italia si è trasformata in paese industriale, entrando nell’élite dei primi cinque o sei paesi al mondo con il PIL più alto e il reddito medio più alto per abitante;

3. L’espansione del settore pubblico, in conformità ai canoni della politica economica keynesiana, ha contribuito alla crescita della domanda aggregata, con ricadute positive generalizzate;

4. La scolarizzazione di massa ha accompagnato la diffusione del benessere e fatto sì che gli standard di vita dei giovani italiani raggiungessero e in molti casi superassero quelli dei paesi più avanzati;

5. Sono stati ampliati i diritti dei lavoratori e i diritti di cittadinanza – dall’ istruzione alla sanità - grazie a una Costituzione improntata ai valori del solidarismo cattolico, del liberalismo e del socialismo;

6. Grazie alla diffusione del benessere è aumentata la speranza di vita alla nascita, così che i costi del sistema sanitario sono in misura significativa determinati dall’incidenza della popolazione anziana. Il che rappresenta un male solo per chi ha voglia di morire giovane;

7. Il calo demografico – che porta con sé la crisi del sistema pensionistico - è ascrivibile alla crescita dei livelli di benessere. Checché ne pensino Salvini e i salviniani, l’apporto degli immigrati è indispensabile per operare il riequilibrio e consentirci di sperare in una più bassa età pensionabile. E’ la sola strada da battere se si vuole seriamente mettere mano alla legge Fornero;

8. Che il sistema politico della (cosiddetta) Prima Repubblica fosse instabile, perché caratterizzato da frequenti crisi di governo, è una sciocchezza a cui credono soltanto quanti di quell’epoca hanno una conoscenza molto superficiale. E’ vero che le crisi di governo erano in media una all’anno, ma garantivano il ricambio della classe di governo, determinando per tal via una sostanziale stabilità;

9. Una consapevolezza condivisa ai tempi della (cosiddetta) Prima Repubblica era che la politica ha dei costi, che qualcuno deve pur sostenere. Se non si vuole che sia la fiscalità generale dovrà essere qualcun altro, ma immaginare che la politica si possa fare gratis è sciocchezza allo stato puro;

10. Così come era dato per scontato che non si dà democrazia fuori del sistema della rappresentanza, la cui selezione e organizzazione non può prescindere dai partiti;

11. Quanto a questi ultimi, non possono essere aggregazioni di individui come che siano e quali che siano. Ciò che distingue un mero aggregato di individui (ad esempio: il pubblico di uno stadio o di un teatro; i viaggiatori su un autobus) da un insieme cosciente e consapevole di persone che condividono dei fini e una visione del futuro (oltreché del passato), è l’ideologia, vale a dire l’essere di centro, di destra o di sinistra, secondo una nutrita e varia gamma di gradazioni;

12. Uno degli assiomi della (sempre cosiddetta) Prima Repubblica è che la politica è essenzialmente mediazione e compromesso, nel senso che la mediazione serve a preparare il compromesso, che non è una parola impronunciabile ma il fine stesso della politica. Se non si fanno mediazioni e compromessi (che non sono “contratti”, termine che è sempre servito a designare gli accordi tra privati una volta formalizzati) semplicemente non c’è politica, a meno di non volersi consegnare a una dittatura, aperta o mascherata;

13. Durante la (sempre cosiddetta) Prima Repubblica nessuno coltivava la pretesa che le élites non dovessero esistere. Poiché a scuola si studiava e non si faceva la settimana enigmistica si era pienamente compresi del fatto che le grandi svolte, preparate da grandi idee, sono sempre il frutto di intuizioni coltivate e perseguite da minoranze. Comprensione il cui corollario inespresso era che con i sondaggi, che funzionano da termometro degli umori popolari, si possono vincere le elezioni ma non si fa la storia, se non per il peggio;

14. Il dramma del populismo sta proprio nel fatto che è venuta meno la distanza tra leader e masse e che al vertice dei governi e degli stati c’è chi pensa esattamente “come pensiamo noi”, cioè con la pancia. In altri termini, i leader invece di guidare le masse indicando loro le mete, ne amplificano le fobie, le idiosincrasie, le pulsioni irrazionali e violente. Trump, per dire, è la sintesi del peggio dell’americano medio, così come Salvini è l’icona del popolano padano post postmoderno che ha lasciato (si spera temporaneamente) il bar e la curva dello stadio per trasferirsi, niente poco di meno che, al Viminale;

15. Il nazionalpopulismo montante non è una bagattella, ma un fenomeno di portata mondiale che rischia di far saltare le basi stesse della civiltà occidentale, non diversamente, mutatis mutandis, dal nazifascismo degli anni Venti-Trenta-Quaranta. Con il nazifascismo ha questo in comune: non è fatto di un’idea, di un progetto di società, di una visione del mondo ma solo di risentimenti, di rabbie, di risposte violente e semplificatrici a problemi magari reali ma quasi sempre amplificati, per i quali si pensa che la risposta sia fuori della politica e fuori dei parlamenti, per i quali s’invoca il rogo;

16. Della pericolosità del nazionalpopulismo è del resto una spia il fatto che vada riprendendo in una maniera che è cominciata a diventare aperta e sfrontata ideologemi (propri del fascismo) imperniati sulla nazione e sulla razza, nonché sulla separazione tra liberalismo e democrazia, vale a dire tra il principio di maggioranza e le garanzie universali compendiate, prima che nelle costituzioni, nelle dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino. Non è un caso che si torni a pensare e a mettere in atto la chiusura delle frontiere, anche ridando credito ad alcuni ciarpami del Romanticismo quali lo “Stato commerciale chiuso” di J. G. Fichte, un filosofo romantico-idealista non a caso e non a torto considerato da molti un precursore di Hitler;

17. C’è chi è convinto che la storia non si possa ripetere. Tuttavia è provato che esistono i “ricorsi”, nei quali credevano Giovan Battista Vico e Benedetto Croce. Probabilmente ci troviamo dentro un “ricorso”, un ritorno a fasi e momenti che si credevano superati ma che invece “corrono” un’altra volta (“ri-corrono”, appunto) dopo avere avuto già una prima volta “corso";

18. A “ricorrere” è attualmente una forma non poi tanto larvata di nazifascismo, le cui componenti sono il razzismo, che è la fondazione della politica su un principio biologico – la razza, appunto -, il nazionalismo, basato sulla chiusura a tutto ciò che è diverso e l’autoritarismo nella forma dell’affermazione di una democrazia illiberale (perché basata esclusivamente sul principio del numero) che reprime le minoranze (politiche, culturali, religiose ecc.);

19. L’attuale alleanza di governo appare a molti un’alleanza destra-sinistra, dove la Lega sarebbe la destra e il M5S la sinistra. Se fosse vero sarebbe un motivo in più di preoccupazione, visto che si tratterebbe dell’alleanza tra due estremismi, qualcosa di inedito e lontanissimo dal classico rassemblement dei moderati, la cui prima versione si ebbe al tempo del “connubio” Cavour-Rattazzi. Piuttosto è qualcosa che ricorda il patto Molotov–von Ribbentrop, che ai suoi tempi non fece dormire a nessuno sonni tranquilli;

20. Una sola delle cose dette da Renzi in tutta la sua carriera politica si può condividere: “Il M5S non è la nuova sinistra, ma la vecchia destra” (pronunciata durante l’intervento all’ultima assemblea nazionale del PD).


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