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Respubblica, sei interviste a sei
politici della prima repubblica

Domenico Distilo
9.3.18 - A più di un quarto di secolo di distanza, i fatti del 1992-93 che hanno portato al crollo della “prima repubblica” appaiono sempre meno lineari e univoci, meno scontati nella loro genesi e nel loro sviluppo. Ad offrire interessanti spunti di riflessione (e revisione) è giunto in libreria, lo scorso mese di dicembre, RESPUBBLICA, di Giampiero Marrazzo (pp.151+4, con prefazione di Gianfranco Pasquino e postfazione di Vittorio Sgarbi, Castelvecchi editore, € 17,50), che di quelle vicende finisce per essere una reinterpretazione (fatta attraverso sei interviste ad altrettanti protagonisti: Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita democristiani, Claudio Signorile e Ugo Intini socialisti, Emanuele Macaluso e Achille Occhetto comunisti), mettendo a fuoco, oltreché le particolari vicende e le complessive dinamiche del crollo, un clima, una visione del mondo, della politica e dei suoi rapporti con la società, l’economia e la cultura che appaiono (e sono) molto diversi da quelli attuali.

La prima cosa che salta agli occhi è come a quei fatti sia seguita una perdita di peso complessivo della politica. Che non si può definire una peculiarità italiana, essendo legata alla globalizzazione e alle forze, non politiche ma tecnico-finanziarie, che la guidano a livello mondiale. Inquadrato però nel contesto delle democrazie occidentali, quel fenomeno invece tutto italiano che fu Tangentopoli può ben apparire come il frutto di un progetto, consapevolmente perseguito, finalizzato a togliere di mezzo la sola classe politica, in Occidente, che sarebbe stata in grado di contrastare i cambiamenti imposti dai poteri globali economico-finanziari, adusata com’era a un ruolo del settore pubblico – cioè della politica - nell’economia per qualità e quantità senza riscontri altrove.

Tangentopoli, per intenderci, avrebbe posto le premesse perché anche in Italia la politica e la democrazia si separassero dall’economia facendo nascere una “società di mercato” dominata dalla concentrazione della ricchezza, con la privatizzazione dei principali asset pubblici, uno spaventoso aumento delle disuguaglianze e il peggioramento delle condizioni del lavoro a fare da corollario.

Il martellamento mediatico sulla politica corrotta, operato tra gli altri dal gruppo De Benedetti è stato, secondo quest’interpretazione – che costituisce il centro dell’intervista a Paolo Cirino Pomicino, il grimaldello in grado di far saltare il sistema, con la collaborazione o complicità degli ex comunisti - allora sotto la guida di Occhetto, che però nega ogni tipo di collusione - che avrebbero visto nelle inchieste partite dalla Procura di Milano una scorciatoia per prendere il potere – come dire: l’ultima, ancorché non riuscita, versione della “via italiana al socialismo”.

Nel momento in cui si scatena Tangentopoli la politica, questo è certo, non è in grado di difendersi, e non è in grado di difendere la democrazia, che sfugge di mano ai partiti per trasformarsi in “democrazia del pubblico”, così proiettandosi in una dimensione deterritorializzata, rarefatta, in cui manca qualsiasi senso di appartenenza culturale e ideologica e il voto viene dato – quando non ci si rifugia nell’astensionismo - sulla spinta di suggestioni estemporanee che trovano il loro baricentro nella critica a quelli che vengono definiti privilegi della “casta” dei politici e dei loro accoliti, come se in altri settori diversi dalla politica, magistratura compresa, non vi siano caste, per di più molto meno controllabili e sanzionabili dai cittadini.

Il giudizio negativo indiscriminato sulla “casta” dei politici di professione, inoltre, ha portato sul proscenio dilettanti allo sbaraglio, gente con nessun altro merito che quello di non aver mai fatto politica, con la conseguenza, una sorta di legge del contrappasso, che non possedendo visioni culturali alte, non poteva essere chiamata a rispondere per le idee professate e per i programmi che da queste avrebbe dovuto far discendere, ma solo per i privilegi dello status parlamentare, determinando su questo terreno un inseguimento anche da parte di partiti come il PD - che dovrebbe esprimere ben altra visione della politica e del suo rapporto con la società invece di assecondare la deriva populista, nell’ottica della quale le indennità e i vitalizi dei parlamentari divengono la questione centrale del dibattito pubblico.

La lettura delle sei interviste provoca un truce senso di sconforto: tra il “come siamo” e il “come eravamo” non c’è letteralmente partita, da nessun punto di vista, e la peggiore qualità, rispetto a quella di ieri, della classe politica di oggi è solo la cartina di tornasole di un generale arretramento nelle aspettative e nelle prospettive dei singoli e della collettività, i cui destini si giocano non solo all’insegna della precarietà, ma lontano dalla sfera in cui le scelte di cittadini e istituzioni possono davvero contare.

Fenomeni come il debito pubblico, assurto a problema insolubile senza che tale pretesa insolubilità sia più di una rappresentazione mediatica e di un dogma imposto dai circoli della finanza mondiale, la dicono lunga su quanta sproporzione ormai ci sia tra i poteri deboli e responsabili perché soggetti alla sanzione del voto e i poteri forti e irresponsabili in grado di rovinare un paese col semplice declassamento da parte di un’agenzia di rating e lo spostamento speculativo di masse ingenti di capitali.

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Nella foto: la copertina del libro "ResPubblica" di Giampiero Marrazzo.


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