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È morto Pino Neri, intellettuale lucido
e profondo, attento studioso di Pavese

Angelo Cannatà
16.7.18 - Ho saputo con qualche giorno di ritardo della morte di Pino Neri. Mi ha telefonato Mimma, la moglie. “Non hai saputo niente?” E’ stato un colpo al cuore. Ma non è del privato che voglio parlare. Pino Neri era un intellettuale vero, acuto, profondo, e la cultura calabrese è in lutto per la sua morte: preside del Liceo classico di Nicotera, è stato (anche) docente di letteratura italiana all’Università di Messina; studioso, critico, pubblicista, ha scritto i primi racconti sulla celebre “Fiera letteraria”. Tra le sue opere: Pavese, 1977; Pavese in Calabria, 1989; “Solaria”. Una stagione del Novecento letterario italiano, 1994; Saverio Strati: dal realismo poetico al realismo politico, 1994; Itinerari di letteratura contemporanea, 2000.

Ma non è del suo acume critico che qui voglio parlare; Pino era un affabulatore e nei racconti, nei romanzi esprimeva la sua personalità più vera: è questa che amo ricordare. Ho recensito Le ragioni di un amore (2011) sul sito de il Fatto quotidiano: “è un romanzo epistolare (…) nelle lettere - di Libero, Vita, Emilio… - emergono angosce e dubbi esistenziali (l’amore, la fede, Dio…). Neri ha una capacità rara: dire in poche battute problemi enormi: “Il Dio che cercavamo… io lo trovavo in un luogo creato apposta; tu, tra la confusione di una storia che si svolgeva fuori, nel mondo” (p. 129). Non ha importanza, qui, la trama, il lettore la scoprirà leggendo. Individuo un modo di raccontare. Uno stile. Che, da narrativo si fa filosofico: “Non so se ricerchi Dio per amore o per disperazione”. I protagonisti maschili – Emilio (un sacerdote) e Libero – vengono descritti con grande capacità psicologica, qualche pagina sembra la trascrizione di confessioni fatte sul lettino di Freud: amano la stessa donna – Vita – e nello stesso tempo Dio: due amori difficili, complessi, a tratti impossibili.

Vita prende coscienza a un certo punto d’essere stata simbolo di qualcos’altro. Scrive a Emilio: “Cosa ho fatto per meritare una fine di solitudine, di silenzio? Ti ho dato me stessa, ma pago per averti strappato a Dio e restituito al mondo” (p. 197). E’ la chiave del romanzo. Si cercano le ragioni di un amore. Giusto. Ma è davvero Vita la protagonista? Dio è dappertutto nel testo, ma con accenti Kierkegaardiani, dubbi, angosce, conflitti interiori. C’è molto esistenzialismo nelle pagine di Neri, e si sente – dietro la struttura narrativa – che l’autore filtra il racconto attraverso la filosofia. A volte i riferimenti sono espliciti: “Solo il bisogno di Dio salverà quest’uomo, quando smetterà di sentirsi Prometeo o Nietzsche” (p. 77).

Il tema – in molte pagine – è anche la provvidenza divina: “Dio muoverà le nostre vite come crederà opportuno” (p. 207); ma ci si arriva per gradi, lentamente, attraverso 36 lettere e flashback e frammenti di dialogo e domande filtrate da una lettura critica di Marx. Il vescovo – al quale Emilio si è rivolto – prova a chiarire i dubbi che lo assillano: “Non si può considerare salvifico il marxismo… Che vuoi, don Emilio, che mercanteggiamo il pensiero di Cristo, lo verniciamo di discorsi estremisti e lo rendiamo sovversivo?” (p.94). Avrebbe risposto così Papa Bergoglio – il Papa rivoluzionario – alle angosce di un prete?

Testo complesso e accattivante, il romanzo di Giuseppe Neri. Si perde molto a leggerlo solo come la storia d’amore del sacerdote Emilio e dell’intellettuale Libero innamorati di Dio e di una donna. C’è di più. Anche se l’innamoramento di un prete per una donna è problema reale e umano, molto umano. Dietro la fabula pulsano idee, problemi, questioni esistenziali, filosofie. “Non sono né eretico né scismatico - dice Emilio a Libero - sono un uomo come te che avverte il bisogno d’amare, della vita reale, senza metafisica” (p. 136). Nel romanzo c’è qualcosa di tutti noi, quando – nei momenti più alti – cerchiamo il senso della vita. Senza dimenticare le sconfitte: “Vorrei mettermi a gridare, restituitemi la libertà, il mare, la mia casa… Ma capisco l’assurdità: ognuno di noi vive nella prigione che si è liberamente scelta” (p. 180). In breve: Neri racconta le angosce e l’umanesimo dei cattolici. Un romanzo bello e interessante. Ci aiuta a pensare.”

Infine, ricordo Pino Neri quando veniva a trovarmi a Galatro. I dialoghi sui libri, le battute, l’ironia, gli scambi culturali, il convegno su Saverio Strati... Era una frequentazione assidua prima che mi trasferissi a Roma. Amava il panorama che osservava, a lungo, dal mio studio. L’ha inserito in un racconto in cui parla molto di me (Una primavera molto fredda): “Dal balcone del suo studio, una camera imbiancata, una libreria ampia… è possibile allungare sguardi a un paesaggio gardesano. Alti, esili cipressi sull’increspatura del verde tenero che scende da un pianoro scomposto, e, lontano, un filo di mare coperto dalle languide foschie. Si mostra poi, a tratti, tra la luce e il buio un cielo bigio d’inverno. Non siamo però sul Garda. Anche qui è bello. In questo studio, coi libri di Sartre in mano.” Addio Pino Neri, addio amico carissimo.

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Visualizza un profilo ed un brano di Giuseppe Neri in Antologia della letteratura calabrese di Antonio Piromalli

Nella foto: Giuseppe (Pino) Neri.


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