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La nuova silloge poetica di
Rocco Giuseppe Tassone

Domenico Distilo
Solo il poeta può nel canto, la nuova silloge poetica di Rocco Giuseppe Tassone (Edizioni d’autore, pp. 118, con prefazione di Lorenzo Infantino, postfazione di Daniele Macris e “Consegna” dell’autore in cui la vocazione alla poesia e, in generale, alla scrittura viene, tra il serio e il faceto, ascritta alla scelta della madre di porgli in mano, al primo taglio delle unghie, una penna invece che, come usava, del denaro o un qualsiasi altro oggetto di valore), sollecita una riflessione sull’esclusiva, riconosciuta ai poeti, di schiuderci mondi e orizzonti altrimenti inaccessibili. Riflessione che, nel caso, è bene prenda le mosse dal chiarimento di un equivoco: la poesia di R. G. Tassone non è, come sembrerebbe, mera elaborazione di un’inquietudine esistenziale che avrebbe nella solitudine il suo movente e la sua scaturigine.

R. G. Tassone, se si può definire “solo”, lo è né più né meno di quanto lo sia ogni altro essere al mondo. Per essere chiari: se la cifra della poesia di Tassone, come di ogni altro poeta, fosse unicamente la solitudine, allora si identificherebbero e confonderebbero lo specifico ed il comune poetico. La verità è invece che, così come ogni altra voce autenticamente poetica, egli si isola per usare la solitudine quale strumento di indagine, per mettersi, attraverso essa, sulle tracce dell’Essere, che “si nasconde” - secondo la celebre formula heideggeriana - e solo dai poeti potrà forse, un giorno, lasciarsi ri-velare – ri-velazione che, stando alla stessa etimologia, è un nuovo velamento - non mai scoprire, ché finirebbe altrimenti d’essere mistero, quel mistero che è la condizione del suo perenne darcisi nell’orizzonte del tempo. Ed è la condizione stessa dell’esistere dei poeti e della poesia, che non avrebbero davvero cosa più fare se il mistero ci fosse una volta per tutte svelato, magari da loro stessi.

Interrogandosi sulla solitudine in Se la solitudine è, composta nel 2012, R. G. Tassone va in cerca di una definizione che, per il fatto stesso di venire cercata, presuppone che il suo oggetto e meta della ricerca sia altro dal poeta, dunque non (o non ancora) condizione esistenziale, ma qualcosa che egli trasforma in (poetica) esplorazione dell’essere.

Se la solitudine non ci fosse, per intenderci, non esisterebbe il poeta, che per essere tale deve staccarsi dalla comune, sociale umanità e intessere con le cose, con l’essere, un rapporto all’insegna della immediatezza, del vis à vis come dicono i francesi, garantendo per tal via una consonanza piena, un’identificazione che è da vedersi come il solo modo di conoscere, secondo una locuzione attribuita, tra gli altri, a Giovanbattista Vico e Tommaso Campanella.

L’ansia verso l’altro e la tensione di divenire altro da sé tocca il culmine in Io che… del 2015, che a una lettura superficiale, o se vogliamo canonica, potrebbe apparire ispirata da pessimismo cosmico-esistenziale, là dove si tratta invece di tensione verso l’infinito, aspirazione a sciogliersi in esso, riproponendo un modulo della poesia romantica dentro un'atmosfera purgata dell’impeto ed assalto, delle passioni di cui è stata preventivamente attuata la catarsi.

E a proposito di catarsi: nella poesia di R. G. Tassone le passioni appaiono purgate mentre, paradossalmente, persiste la tensione ad essere altro, a divenire altro, a sciogliersi nell’infinito che, se nella succitata Io che... evoca l’oblio, in parecchi altri componimenti si declina come attesa, aspettativa, visione ed attitudine-aspirazione a vivere da morti o morire restando vivi, intrattenendo con la signora con la falce in pugno un rapporto via via più stretto, più confidenziale, fino al culmine della dissoluzione nel gran mare dell’Essere, che si può configurare come l’antidoto a tentazioni e soluzioni nichilistiche, che davvero non potrebbero spiegarsi in uno che si rivolge ai suoi studenti ebbro della possibilità che gli offrono di continuare a vivere in essi.

Il nostro poeta, per concludere, esplora l’Essere nella dimensione della morte, declinandola come inizio di una nuova vita, con un afflato religioso che, se pur dissimulato, è l’essenza della poesia del nostro autore.

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Nella foto in alto: Rocco Giuseppe Tassone in un disegno.


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