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Un ricordo del Prof. Vincenzo Fusco
Domenico Distilo
E’ morto nei giorni scorsi, dopo una lunga malattia, Vincenzo Fusco, intellettuale polistenese e storico docente di filosofia e storia dei licei di Cittanova, avendo insegnato prima al liceo classico “Gerace”, poi al liceo scientifico “Guerrisi”, dove ha concluso la carriera alla fine degli anni Novanta. Presentiamo un ricordo scritto da Domenico Distilo, di cui Fusco è stato collega, insegnando peraltro le stesse discipline, al “Guerrisi” dal 1990 al 1998.

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Conobbi Vincenzo Fusco alla fine degli anni Settanta, quando era il professore di filosofia e storia di mio fratello al liceo scientifico “Guerrisi” di Cittanova. L’incontro, del tutto occasionale, avvenne a Polistena in piazza della Repubblica, durante uno dei suoi quotidiani intrattenimenti con il mio padrino di battesimo, il noto artista Angelo Formica, del quale era da sempre – e lo sarebbe rimasto per sempre - amico del cuore. Fu Formica a presentarmi a Fusco come “fratello del tuo alunno Massimo e studente universitario di filosofia”, incuriosendolo decisamente più per la seconda che per la prima delle due qualifiche. Senza por tempo in mezzo volle infatti sapere cosa stessi studiando all’università e quando gli dissi che ero immerso nella logica di Hegel mi chiese a bruciapelo se credessi nella razionalità del reale.

Ne nacquero una discussione e un’amicizia destinata a durare e a cementarsi in diverse occasioni, in particolare una sua venuta a Galatro per fare il presidente di seggio alle politiche del 1983 – con mio fratello, ormai suo ex alunno, che gli faceva da segretario - e a raggiungere il culmine negli anni nei quali siamo stati entrambi docenti del “Guerrisi”. Dove sbarcai il primo settembre del 1990 proprio per esaudire una sua richiesta: si era premurato di telefonarmi appena saputo che il collega Monterosso avrebbe chiesto il trasferimento a Sant’Eufemia, rimanendo forse un po’ deluso per le mie tergiversazioni, più che altro dovute all’affezione per Palmi e per il classico “Pizi”, la scuola che avevo frequentato da studente e nella quale avevo l’aspirazione a tornare da docente. Siccome non c’era nessuna possibilità di approdare al “Pizi” – sarei rimasto, se non avessi chiesto il trasferimento, allo scientifico “Marconi” - lo accontentai, senza però informarlo della decisione di fare domanda per il “Guerrisi”. Così saltò dalla sedia cacciando un urlo di gioia quando mi vide irrompere in un collegio docenti già iniziato, provocando il disappunto del preside Nicola Catalano, che invece di rimbrottare me per il ritardo, accennò a riprendere lui per un’esultanza apparsagli smodata.

Il “Guerrisi” dove giungevo era dentro anni intensi, nel corso dei quali sarebbe stato trasformato in una scuola all’avanguardia, non solo con le sperimentazioni ufficiali ma, soprattutto, con una didattica molto innovativa che contemplava trasversalità tra le discipline e lezioni in compresenza, con l’utilizzo, a complemento e supporto di tutto, del teatro, concepito e realizzato per calare, immediatamente nella scena e mediatamente nella vita reale, le cose che i ragazzi venivano via via apprendendo. La genialità di Fusco consisteva, essenzialmente, nell’escogitare soluzioni che si rivelavano sempre ottimali per l’adattamento dei testi alle qualità dei giovani interpreti, a cui veniva data l’opportunità di trarre fuori il meglio di se stessi. Quanto al preside Nicola Catalano, faceva egregiamente il suo mestiere suggerendo, discutendo, a volte incazzandosi, mai però avendo bisogno di evocare il rapporto gerarchico per avere ragione. Un clima, quello del “Guerrisi”, estremamente collaborativo e produttivo, alimentato e rafforzato dalla convivialità e basato sulla disponibilità di un gruppo di docenti di assoluto valore, clima purtroppo rovinato, nel giro di pochi anni, dalla spocchia inutile e boriosa di chi succedette al preside Catalano.

Di quel gruppo di docenti Fusco fu un pilastro, per la vasta cultura unita a un bagaglio di esperienze, non solo e non tanto scolastiche, rimarchevoli e per la capacità unica di tradurle in sapienza culinaria e buongustaia. Con una leggerezza che stupiva potesse appartenere a chi aveva scritto una storia politica e sociale di Polistena, molto curata nella sistemazione - organizzazione dei dati storici anche se un po’ troppo corriva ai canoni cultural-storiografici del decennio in cui fu scritta, i plumbei (non solo metaforicamente) anni Settanta. Non è però un caso che la stessa penna che aveva scritto Polistena, storia sociale e politica, non più aduggiata da condizionamenti ideologici (chiaramente estrinseci rispetto alla sua vicenda esistenziale e culturale), ci regalasse in Dolce paese piacevoli atmosfere di vita collettiva, scivolando francamente verso l’idillio in una proiezione fuori del tempo e della storicità di una materia temporale e storica che, anche nelle conversazioni, rappresentava per lui il “termine fisso d’eterno consiglio”, senza indulgenze intimistiche o estetistiche.

Dopo che ebbe lasciato l’insegnamento, per forza di cose i nostri incontri divennero più radi. Più di una volta andai a trovarlo a Taurianova nel suo ufficio di Giudice di pace, ma l’unica cosa di cui non riusciva, letteralmente, a darsi pace era la deriva mercatistica della scuola, non giustificando in nessun modo il fatto che fosse iniziata con il centrosinistra al governo e con un uomo di sinistra a viale Trastevere. Sapevo già che aveva seri problemi di salute quando gli proposi di fare una delle relazioni principali al convegno per celebrare i 70 anni del “Gerace”. Accettò riprendendo temporaneamente forze ed entusiasmo, ma non lo rividi più dopo che mi ebbe consegnato, sulla porta di casa sua, la relazione, opportunamente sistemata, tenuta pochi giorni prima al convegno. Credo sia stato il suo ultimo lavoro destinato alla pubblicazione. Con lui se ne va una persona, prima che un intellettuale, di grande spessore, di un tipo purtroppo ormai estinto.

Nella foto: il Prof. Vincenzo Fusco.


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